Corriere della Sera, 15 aprile 2017
Arte, liberi di vendere
Prendiamo le opere d’arte prodotte tra il 1947 e il 1967. Fontana, Morandi, De Chirico, Guttuso, Melotti, Carrà, e tanti altri artisti meno noti. È giusto che d’ora in poi possano essere vendute all’estero senza che la Soprintendenza possa valutarne l’importanza e – eventualmente – decidere di porre un vincolo che ne obblighi la permanenza sul territorio italiano? Questo è il dilemma. Che divide critici e appassionati d’arte.
Il prossimo 20 aprile (o il 26 al più tardi) il Senato si pronuncerà con voto di fiducia sulla legge per la concorrenza. L’articolo 68 modifica il Codice dei beni culturali. Due le principali novità. Uno: non dovranno più passare al vaglio dell’ufficio esportazione della Soprintendenza le opere prodotte negli ultimi 70 anni (oggi la libera circolazione riguarda solo quelle che hanno al massimo 50 anni, ecco perché i vent’anni «liberalizzati» sono quelli che vanno dal ‘47 al ‘67). Secondo: tutte le opere d’arte che valgono meno di 13.500 euro, prodotte in qualunque epoca, potranno essere vendute dovunque all’estero senza essere prima sottoposte all’esame della Soprintendenza. Che, di conseguenza, non potrà più decidere se vincolare o meno l’opera alla permanenza in Italia.
Su change.org una petizione online contro la nuova norma ha raccolto oltre 6.000 adesioni in una settimana. Tra i firmatari, associazioni come Italia Nostra, critici d’arte di estrazione culturale diversa, da Salvatore Settis a Vittorio Sgarbi. Insieme con il musicista Paolo Fresu, l’architetto Stefano Boeri, l’imprenditrice Maria Giovanna Mazzocchi.
Sostiene invece la riforma il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che, con una lettera a Repubblica, si è detto sorpreso «che davanti a iniziative meditate e condivise nelle sedi istituzionali per migliorare il sistema di tutela, gestione e valorizzazione del nostro patrimonio si assista a reazioni ideologiche e falsi allarmismi». Chi si schiera contro la misura è convinto che molti saranno tentati dall’autocertificare che le proprie opere stanno sotto i 13.500 euro anche se così non è, facendo uscire dal Paese beni preziosi. Nelle Soprintendenze i funzionari fanno notare che i vincoli sono pochissimi. Sulla piazza di Milano, per esempio, nel 2016 il vincolo è stato posto su meno dell’1% delle opere portate all’esame dell’ufficio esportazione. Andando alla radice del problema, in sostanza, si sostiene che la limitazione della libertà privata insita nell’imposizione di un vincolo sia il male minore se in ballo c’è l’uscita di capolavori dal Paese. «In particolare, non condivido la riduzione della cogenza dei controlli», sottolinea l’architetto Stefano Boeri.
Di parere diverso il gruppo di lavoro Apollo 2 intorno al quale si sono riuniti gli operatori italiani del mercato dell’arte, antiquari, galleristi e case d’asta. «Con la soglia dei 13.500 non escono veri capolavori. Qui si vuole solo creare una cultura del sospetto. E l’autocertificazione in ogni caso è un documento nelle mani della pubblica amministrazione», osserva Giuseppe Calabi, esperto di diritto dell’arte e consulente legale di Apollo 2. Non bisognerà aspettare a lungo per sapere come andrà a finire.