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 2017  aprile 15 Sabato calendario

L’arma più potente (dopo l’atomica) per avvertire Kim

WASHINGTON I mujaheddin dell’Isis devono essersi sentiti come i seguaci di Osama a Tora Bora nel 2001. Anche allora i jihadisti erano nascosti nelle grotte dell’Afghanistan. Anche allora piovevano missili. Solo che stavolta gli uomini del Califfo hanno sperimentato «la madre di tutte le bombe», la GBU43-B. L’arma, sganciata da un MC-130 delle forze speciali americane, li ha colpiti in una rete di tunnel nella provincia di Nangarhar, al confine con il Pakistan. Hanno fatto da bersagli veri perché mai, fino ad oggi, era stata usata in guerra. I militanti sono diventati le cavie umane di un’operazione che ha, in prospettiva, ben altri bersagli. La Corea del Nord e, forse un giorno, l’Iran.
Tre chiaviL’attacco ha tre dimensioni. La prima, militare. La Casa Bianca vuole dimostrare agli islamisti che è pronto ad usare ogni mezzo a disposizione e che la Difesa ha carta bianca, non c’è limite a risorse e tattiche. Questo in una fase dove i militanti provano, tra molte difficoltà, a mantenere la loro presenza. La seconda, internazionale. Lungo la penisola coreana rullano i tamburi di guerra, Kim prepara – dicono – un test nucleare e minaccia il Sud con centinaia di batterie nascoste nelle gallerie. Donald Trump spedisce il messaggio: possiamo spazzare via le vostre postazioni. Il presidente, pur concedendo tempo alla diplomazia, ha parlato di opzione militare. Ed ecco che la Moab – altra definizione – rinforza il monito. È la terza componente, quella tecnica, anche se nel teatro nordcoreano, irto di missili antiaerei, sarebbe molto rischioso far volare un MC-130.
Nei depositiIl Pentagono ha acquisito la GBU 43-B nel lontano 2003 e si era pensato a un possibile utilizzo anche nel teatro mediorientale. Ma l’ordigno è rimasto sempre dentro i depositi. Ai generali serviva un apri-tutto, in grado di appiattire rifugi, network di cunicoli. Uno strumento da affiancare alle bunker-buster, studiate per perforare la corazza in cemento armato, penetrare in profondità e deflagrare.
Molti Paesi, dopo il famoso raid israeliano del 1981 che neutralizzò l’impianto atomico iracheno di Osirak, hanno sviluppato laboratori e centri nel sottosuolo o lungo i fianchi di una montagna. Le talpe nordcoreane e iraniane, spesso scambiandosi le informazioni tecniche, hanno lavorato sodo. Washington, ma anche i russi, hanno replicato potenziando la lancia, ossia le bombe. Dunque quelle studiate per «bucare» lo scudo e le GBU con quantità d’esplosivo possenti. Sopra, c’è solo l’atomica. I russi hanno un ordigno con 44 tonnellate di testata bellica, ben oltre le 11 di quella statunitense.
Il grande giocoLo scacchiere asiatico è comunque già una polveriera. Gli Stati Uniti hanno schierato la task force della portaerei Vinson, sommergibili nucleari, droni, commandos dei Navy Seals, velivoli che fiutano l’aria a caccia di radiazioni. E non è escluso che spostino delle atomiche a sud di Seul o effettuino esercitazioni con bombardieri strategici. I russi, invece, hanno mandato un incrociatore. Quanto a Kim Jong-un presiede manovre a fuoco e – sostengono i giapponesi – potrebbe dotare i missili di testate chimiche. Basta poco per far scoppiare l’incendio. E si è a rischio incidenti. In un altro teatro in fermento – la Siria – i jet alleati hanno ucciso per errore 18 guerriglieri curdi.