Corriere della Sera, 15 aprile 2017
Aridatece Ber-lus-kong
Da ex giovane cronista sportivo, ma soprattutto da ex giovane, quali ricordi porterò nel cuore dell’epopea di Berlusconi al Milan? Gli atterraggi in elicottero sul prato di Milanello con spogliarello dell’impermeabile, lanciato e afferrato al volo da un inserviente che forse era il portiere di riserva. Le incursioni negli spogliatoi durante l’intervallo: «Donadoni, mi consenta, la vorrei più ficcante sulle fasce». L’udienza in Vaticano da papa Wojtyla: «Lei, Santità, assomiglia al mio Milan: sempre in trasferta per portare nel mondo un’idea vincente, che è l’idea di Dio». La foto in bianco e nero dei primi giorni da presidente, molto più giovane e calvo di adesso, mentre sorride tra Baresi e Maldini, e il collega anziano che profetizza: «Prima o poi al posto di Baresi e Maldini ci saranno due carabinieri». (Invece ci sono i cinesi, e gli agnellini). Quando disse: «Il complimento più bello me lo ha fatto quel tifoso che mi urlò: Silvio, sei una bella figa!». O quando, prima della finale di Coppa dei Campioni contro la Steaua di Ceausescu, si rinchiuse nella cappella dello stadio: «Ho pregato Dio perché faccia perdere i comunisti». (San Gullit e San Basten lo esaudirono). E l’anno dopo, quando nell’alzare la seconda Coppa arringò i giornalisti: «Vorrei fare l’Italia come il Milan». (Adesso si può dire: il Milan gli è venuto meglio).
Quante immagini all’epoca procuravano imbarazzo e oggi, filtrate dalla memoria, mettono più che altro malinconia. Per tanti della mia generazione non è il Milan di Berlusconi che si commemora, ma la nostra giovinezza.