la Repubblica, 18 aprile 2017
Da Maradona a Messi e Dybala nell’Argentina dei campetti dove nasce la fantasia del calcio
BUENOS AIRES «È lo sport più povero del mondo. Basta avere un pezzo di strada e un pallone. Si può giocare anche scalzi. Per questo lo giocano tutti, in ogni angolo del Paese». La passione per il fútbol in Argentina Carlos Salvador Bilardo, ultimo ct a portare l’albiceleste in cima al mondo, nel 1986, la spiega così.
Li chiamano potreros (dal termine gauchesco potro, ovvero puledro) e sono i campetti di strada improvvisati ovunque, sul Rio de la Plata e dintorni, dove i ragazzini cominciano a dare del tu al pallone, giocando a non farselo soffiare dagli avversari. «È lo stile per cui ci siamo sempre distinti, astuzia e gambetas, hai voglia a fare il tiki taka in mezzo alle buche e ai sassi», ammicca Bilardo. «Il potrero è una scuola di calcio e di vita, dove si gioca duro, si impara a dribblare, a rischiare un tunnel o un sombrero, cose che non ti insegna nessun maestro». Parola di Hugo Tocalli, colui che fece carte false per far debuttare Messi con l’Argentina nel lontano 2004, mentre a Barcellona i dirigenti della Spagna provavano invano a tentare le ambizioni di una Pulce giovane e timida, ma decisa a vestire i colori del suo Paese natale.
«La cultura del potrero è indelebile e rimane nell’istinto del calciatore professionista. Messi è cresciuto nella Masia (l’accademia del Barça), mantenendo però lo stile imparato per strada, a Rosario». Per Tocalli, a lungo assistente di José Pekerman nelle giovanili della Selección, «il problema è che in Argentina i campi di strada stanno scomparendo, soprattutto in città, e se i ragazzini non imparano lì bisogna formarli nei club, con un lavoro intenso, che richiede tempo e pazienza».
Meno spazi per giocare e un mercato sempre più esigente: dal settore giovanile del Boca Juniors, Ramón Maddoni, padrino di Carlos Tevez e Juan Román Riquelme, conferma come la fabbrica argentina dei talenti abbia sempre più fretta di esportare all’estero i propri gioielli: «Talent scout e agenti dicono che non c’è tempo di aspettare che crescano e così bruciano le tappe per venderli prima, ma non è così che funziona».
«Il fuoriclasse si vede fin da bambino, da come tratta il pallone. Poi però bisogna lavorare su tecnica e fondamentali, fino ad arrivare alla tattica, quando cresce». Il guru del famigerato Club Parque di Buenos Aires, culla della maggior parte dei nazionali argentini degli ultimi 30 anni, insiste sull’importanza di «lavorare con calma la materia prima, che in Argentina abbonda. Senza potreros i ragazzini arrivano con meno formazione, è compito dei club occuparsene». Un vivaio in continuo fermento, che da tempo non riesce a produrre risultati sul piano della nazionale, ossessione di un Paese sempre più frustrato dal vedere le proprie stelle sfondare all’estero e soffrire al momento di servire la patria. «Ci si preoccupa tanto delle convocazioni, ma quello che manca è un’organizzazione che dalle giovanili arrivi fino alla nazionale maggiore»: i 5 mondiali conquistati dall’Argentina under 20 durante la gestione Tocalli-Pekerman, tra il 1995 e il 2007, sono lo specchio di un’epoca lontana in cui, secondo lo stesso Tocalli, «si insegnava a giocare, prima di vincere».
Una generazione dorata e collaudata a lungo, che oggi fatica a trovare ricambi. «Non è sufficiente essere giocatori di caratura internazionale, giocare per l’Argentina è sempre stato un casino (sic)»: ormai lontano dai campi, Bilardo sostiene che senza un progetto a lungo termine la Selección continuerà a soffrire, assillata dal solito confronto tra presente e passato. «Maradona e Messi prima, Messi e Dybala adesso. È un gioco dei giornalisti, che non ha senso».
Anche per Darío Franco, artefice del debutto della Joya in prima squadra all’Instituto di Cordoba, i paragoni con Messi sono fuori luogo: «C’è stato un solo Maradona, un solo Messi, e ci sarà un solo Dybala. Paulo può giocare in qualsiasi squadra europea, è già tra i migliori al mondo. È umile e lavoratore, dategli tempo e un giorno vincerà il Pallone d’oro».