la Repubblica, 18 aprile 2017
Il killer uccide su Facebook. «Horror-show senza controlli»
NEW YORK Per Robert Godwin, 74enne di Cleveland, la domenica di Pasqua ha portato un’improvvisa condanna a morte. Tanto più assurda perché, Godwin non poteva saperlo, è stato scelto a caso. E lo “spettacolo” della sua esecuzione, l’assassino Steve Stephens lo ha trasmesso via Facebook. Preannunciando l’omicidio, descrivendolo, vantandosene sul social media mentre lo commetteva. Un crimine spietato e per futili motivi: quando Stephens esce dalla sua auto annunciando su Facebook che ammazzerà quell’uomo che non conosce, si rivolge a una donna contro cui rimugina qualche rancore. È la sua vendetta assurda, scatenata contro un innocente e trasformata in esca per un sanguinoso voyeurismo di massa. 57 secondi di video, una sofferenza interminabile. Una nuova soglia dell’orrore viene varcata, per la tv Fox News «i social media sono diventati un moderno Colosseo», dove la più atroce violenza diventa uno show da condividere con un’immensa platea di spettatori. Mentre la polizia lanciava la caccia all’uomo per catturare l’omicida di Cleveland (che vanta altre 15 vittime forse inventate) l’America inorridiva per l’esibizione della morte in diretta, e s’indignava per il ruolo giocato da Facebook.
Non è la prima volta che Facebook viene usato per esibire violenza, anche se è il primo omicidio che l’assassino stesso riprende e divulga in diretta. Tra gli ultimi precedenti: a marzo lo stupro di una quindicenne filmato dal branco dei suoi aggressori, diffuso via Facebook Live, e ampiamente guardato senza che nessuno degli “spettatori” allertasse la polizia. Il mese prima era toccato a un disabile mentale essere torturato da un gruppo di aggressori in diretta su Facebook Live. L’orrore di questa Pasqua è stato condannato da Facebook che ha promesso la massima collaborazione con la polizia e uno sforzo per «conservare un ambiente sicuro» sul social media. E tuttavia ci sono volute ben tre ore prima che l’esecuzione di Godwin venisse rimossa dal social media. Un ritardo sufficiente per dare la massima diffusione allo “spettacolo”.
La Cnn ha ricordato che proprio domenica era il decimo anniversario del massacro di Virginia Tech, il college dove un killer uccise 32 fra studenti e professori nel 2007. Allora il tentativo del killer di farsi pubblicità sui network televisivi fu ritardato, filtrato, bloccato. Del suo “manifesto ideologico” si venne a sapere due giorni dopo e le tv ebbero il tempo per valutarne l’impatto, censurarne alcuni passaggi. Furono comunque criticate. Oggi non esiste più alcun filtro. È l’autore della violenza a dialogare direttamente con il pubblico.
Tra gli esperti che hanno reagito attaccando Facebook c’è Eric Schiffer di DigitalMarketing, secondo cui «Facebook ha il dovere di sorvegliare i video che vengono scaricati, così come ha il dovere di eliminare le espressioni di odio». L’analisi più argomentata è sulla rivista Wired, pioniera dell’èra digitale, e la firma Emily Dreyfuss: «Quando Mark Zuckerberg lanciò Facebook Live un anno fa, lo presentò come un supporto per comunicare nel modo più personale, emotivo, crudo e viscerale. C’è riuscito, ma una parte di questa comunicazione è ancora più cruda e viscerale di quanto potesse immaginare». Su Live sono finiti in diretta anche omicidi ripresi dalla vittima, violenze di polizia, e così tanti suicidi da indurre il social media a inserire degli “strumenti di prevenzione” mirati verso chi vuole togliersi la vita. La difficoltà del controllo su questi contenuti è insita nel carattere decentrato di Facebook, su cui interagiscono milioni di “reporter free-lance” con accesso al pubblico senza intermediari. Poi basta che la violenza rimanga esposta per poco tempo – come le tre ore in cui è stata accessibile l’esecuzione di Godwin – perché sia vista da milioni di persone, riprodotta all’infinito, copiata e custodita in qualche angolo della Rete. L’intelligenza artificiale qui ha un limite perché nessun software finora riesce a riconoscere per tempo l’omicidio o lo stupro che sta per avvenire in diretta. «Alla fine – conclude Dreyfuss – l’onere di decidere che cosa sia appropriato ricade sugli spettatori». E questo non ci renderà più ottimisti. Al Colosseo probabilmente c’era il tutto esaurito.