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 2017  aprile 18 Martedì calendario

Vettel, ferrarista per la pelle

Esiste un solo ingrediente – la «nostra follia» —, oltre a «coraggio e determinazione», fra quelli citati da Maurizio Arrivabene per raccontare e spiegare una Ferrari tornata vincente, che la Mercedes però non potrà mai contemplare nel proprio rigido modo teutonico di concepire il lavoro nel team. La Ferrari di tutti, invocata nel luglio scorso dal presidente Sergio Marchionne, è diventata in pochi mesi quella democrazia condivisa, per filosofia, sviluppo e circolazione delle idee (fra fabbrica, piloti, ingegneri e meccanici) che sta alla base del riscatto rosso. Vettel che esulta in italiano («buona Pasqua, grazie mille, la macchina oggi è stata un piacere») mentre parla via radio ai box sta un gradino sopra al Sebastian che a Singapore 2015, in una notte altrettanto magica come quella del Bahrain di due giorni fa, cantava Toto Cutugno. Stavolta c’è una consapevolezza diversa: ecco perché sempre Seb, al secondo successo stagionale dopo tre gare, una volta salito sul podio ha cantato l’inno di Mameli insieme a tutto (ma proprio tutto) il box della rossa, offrendo ai rivali l’esatta dimensione dello spirito di gruppo di quanti hanno dato vita e stanno facendo crescere la SF70H.
ROSSA DI TUTTI Un’alchimia perfetta: Mattia Binotto con i gradi del comandante e, intorno a lui (attenzione: non sotto di lui) quei «talenti da liberare» (copyright Marchionne, ancora lui) rimasti sottotraccia o addirittura nascosti durante la problematica gestione di James Allison. Sono stati mesi lunghi, difficili e tormentati, perché l’incubo della stagione passata e di una Ferrari improvvisamente normale avevano turbato non poco la gente che lavora e tifa per Maranello. La metamorfosi caratteriale del quattro volte campione del mondo – ricordate i veleni dell’anno scorso via radio al GP del Messico contro Verstappen? —, oggi il più italiano dei tedeschi, passa attraverso la rivoluzione della squadra che ha portato a questo risultato. «È stata la mia giornata perfetta, nessun dubbio – ha detto Vettel, esultando a lungo —. Però, per favore, non parlatemi ancora di Mondiale. Troppo lungo il cammino che ci attende, e destinato a concludersi solo a novembre».
L’AZZARDO PAGA Comprensibile il suo appello, ma è difficile dargli ascolto, proprio per la follia rossa. Che, apparentemente contro ogni logica, sabato ha deciso di lavorare sul piano aerodinamico già sulla macchina in chiave-gara, a costo di rinunciare (e perdere) qualche millesimo nelle qualifiche. Un azzardo solo sulla carta: semmai, una lucida follia, figlia di un talento di cui Arrivabene va legittimamente fiero. «A patto – puntualizza il team principal della rossa – di non cercare assurdi paragoni con la Mercedes». Seb sorridente, che abbraccia tutti, gesticola come gli italiani, prende in giro Bottas subito dopo la pole del finlandese sul carattere chiuso dei nordici, è lo specchio di una serenità che sta alla base di questa riscossa. Prendiamo atto del monito di Arrivabene: silenzio e lavoro, e in questo senso bisogna fare tesoro di certe dichiarazioni improvvide della stagione passata. Ma questa è un’altra storia: racchiude in sé la capacità tutta italiana di tirare fuori doti inaspettate nel momento più duro del proprio cammino. Sportivo, stavolta.
CORSA SU SE STESSA Non solo: la Ferrari ha trascorso l’inverno concentrata su se stessa, senza cercare paragoni con gli altri team. E pure questo, alla lunga, ha fatto la differenza. «Abbiamo una macchina fantastica», assicura Vettel mentre il suo volto si illumina. Ci sono margini di miglioramento infiniti, e se pure Raikkonen («mi spiace che sia andata così, non posso essere soddisfatto, ma condivido la gioia del team»), troppo avulso dalla realtà nelle ultime settimane, ritornerà il gregario di lusso che si è dimostrato l’anno scorso, Vettel potrà contare su un alleato in più. «Non vedo l’ora di tornare in pista, anche per continuare a godermi questo momento di gioia. Ci avevano nascosto le uova, ma qui in Bahrain le abbiamo trovate», con riferimento all’usanza pasquale in Germania di nascondere, appunto, le uova in giardino. Uova d’oro, caro Seb.