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 2017  aprile 18 Martedì calendario

Videosorveglianza anticrimine

La sicurezza dei cittadini passa dalle reti di videosorveglianza e da un ampliamento dei poteri dei sindaci. Il Senato ha nei giorni scorsi convertito in legge il dl n. 14 in materia di sicurezza delle città con alcune modifiche, apparentemente di dettaglio, ma in grado di aprire nuovi orizzonti nella guerra quotidiana contro furti, rapine, e microcriminalità varie.
Si introducono infatti incentivi per l’installazione di sistemi di videosorveglianza pubblica e a questo fine si stanziano 37 milioni di euro in tre anni. Ma si prevede anche la possibilità che siano i privati ad attivarsi in modo organizzato per lo stesso fine, con la possibilità di ottenere anche sconti fiscali. In pratica l’amministratore di condominio o uno qualsiasi dei soggetti interessati (al limite anche un’impresa che vende o installa apparecchi di videosorveglianza) potrà predisporre un progetto finalizzato alla sicurezza di una zona più o meno vasta (dal singolo condominio all’isolato, al quartiere), mediante sistemi elettronici intelligenti collegati alle centrali delle forze dell’ordine, disponibili a intervenire nel caso il sistema di videosorveglianza segnali anomalie pericolose. Di fatto si finisce per privatizzare funzioni, come quelle dell’ordine pubblico e del mantenimento della sicurezza, tipicamente statali. Il fatto che le finalità perseguite siano di interesse collettivo avrà l’effetto di allentare, ma non di eliminare, i limiti attualmente previsti per l’attivazione di misure di sicurezza da parte dei singoli cittadini. Non solo. I comuni potranno anche prevedere sconti fiscali per i gestori di questi sistemi. Probabilmente anche il Garante della privacy dovrà intervenire per aggiornare le sue linee guida emanate sette anni fa quando accordi tra cittadini ed enti locali non erano prevedibili, riducendo il carico burocratico e le cautele allora previste per questo tipo di interventi. Per esempio potrà consentire di mantenere in archivio le immagini registrate per un tempo superiore a quello attualmente previsto, che è di soli uno o due giorni, salvo casi particolari. Inoltre gli enti locali potranno farsi promotori di specifici patti territoriali per incentivare ulteriormente l’utilizzo di questi strumenti di protezione della sicurezza collettiva.
In termini più generali il decreto legge sulla sicurezza si inserisce in uno scenario che vede la ritirata della tutela penale su numerosi microreati, che si sono rivelati troppo pesanti da gestire per il sistema giudiziario e hanno prodotto l’effetto di rallentare una macchina già di per sé poco efficace. Basti pensare ai recenti provvedimenti in materia di depenalizzazione dei reati minori. Ma questa ritirata dello Stato avviene in un momento storico nel quale la domanda di sicurezza non è in diminuzione. Al contrario è in forte crescita. Inevitabile quindi che il legislatore finisse per delegare il controllo sociale sul territorio alle realtà più vicine ai cittadini, in pratica ai sindaci. Cosa che il dl sicurezza ha realizzato in modo sistematico, non solo in materia di videosorveglianza ma anche, per esempio, aumentando il potere dei primi cittadini, introducendo per esempio una sorta di Daspo, cioè ordine di allontanamento temporaneo, per i disturbatori dell’ordine pubblico (un tipo di provvedimento che ha trovato prontissimi molti sindaci che, già prima della conversione in legge del dl 14, hanno utilizzato più volte questo strumento).
Lasciare ai municipi le leve del controllo sociale presenta alcuni vantaggi, come la possibilità di intervenire in modo tempestivo per far fronte alle situazioni critiche, oppure la capacità di intervenire in modo mirato grazie alla conoscenza del territorio che si può avere a livello locale. Ma c’è anche l’inconveniente della discrezionalità, che inevitabilmente marcherà parte di questi provvedimenti. Accadrà per esempio che i sindaci leghisti saranno prontissimi a usare i poteri che la legge ha loro conferito, e spesso saranno disponibili anche a trasformarsi in sceriffi con la mano pesante, mentre i rappresentanti di partiti di sinistra tenderanno ad attuare interventi molto più soft.
In ogni caso ci sono pochi dubbi che nei prossimi anni i sistemi di videosorveglianza intelligenti (quelli in grado, quasi, di leggerti nel pensiero) saranno sempre più presenti, e sempre di più a essi verranno affidate le istanze di sicurezza e controllo sociale. A scapito della privacy.
Marino Longoni

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Sotto l’ala del Grande fratello
Mappatura video del territorio. Imprese, condomini e professionisti potranno attivarsi, a loro spese, ma d’intesa con le pubbliche autorità, per costruire una ragnatela di telecamere. La sicurezza urbana passa, dunque, attraverso il ricorso a sistemi diffusi di videosorveglianza, installati su progetti proposti da imprese. È una delle novità del decreto sicurezza (n. 14/2017, approvato definitivamente dal senato il 12 aprile 2017), che si occupa non solo dei poteri dei sindaci e delle norme sanzionatorie e interdittive (si veda ItaliaOggi di mercoledì 12 aprile), ma anche del coinvolgimento del privato in iniziative specifiche. Il provvedimento segna un punto a favore della sicurezza, anche a scapito di una minore riservatezza del cittadino.
Peraltro il punto di equilibrio deve essere trovato anche nella stesura dei patti e accordi per la sicurezza urbana, previsti dal decreto legge appena convertito (articoli 3 e 5).
Gli accordi e i patti sulla sicurezza potranno riguardare progetti proposti da enti gestori di edilizia residenziale o da amministratori di condomíni, da imprese, anche individuali, dotate di almeno dieci impianti, da associazioni di categoria o da consorzi o da comitati fra imprese, professionisti o residenti. Lo scopo è la messa in opera a carico di privati di sistemi di sorveglianza tecnologicamente avanzati, dotati di software di analisi video per il monitoraggio attivo con invio di allarmi automatici a centrali delle forze di polizia o di istituti di vigilanza privata convenzionati. Chi si inserirà in questa attività otterrà anche sconti sui tributi locali (Imu e Tasi).
Oltre alla videosorveglianza fatta dai privati, il decreto prevede l’installazione di videosorveglianza da parte dei comuni: è previsto uno stanziamento di 7 milioni per il 2017 e di 15 milioni per l’anno 2018 e altrettanti per il 2019.
L’impulso al business della videosorveglianza non deve, però, dimenticare gli adempimenti previsti dalla legislazione sulla tutela della riservatezza.
In particolare l’articolo 7 del decreto, a seguito di emendamenti nel corso dei lavori parlamentari, mette in evidenza che l’intervento ha una finalità pubblica (la sicurezza urbana, appunto).
In materia di videosorveglianza è intervenuto il Garante della protezione dei dati con il provvedimento 8 aprile 2010, fornendo alcune prescrizioni. Prima tra tutte l’obbligo di informativa, da realizzare in forma sintetica con il cartello apposito.
Va aggiunto che il decreto legge non dà indicazioni espresse sul termine e sulle modalità di conservazione, sulle modalità di accesso alle immagini, sulla individuazione del soggetto titolare del trattamento.
Sono aspetti, questi, su cui occorrerà fare chiarezza.
Nel provvedimento generale sulla videosorveglianza del 2010 del garante si prevedeva, tra l’altro, una esclusione dell’obbligo dell’informativa per la videosorveglianza dei soggetti pubblici, ai sensi dell’articolo 53 del codice della privacy (dlgs 196/03) e cioè per le riprese effettuate da forze di polizia o altri soggetti pubblici per finalità di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, prevenzione, accertamento o repressione dei reati.
Anche se il Garante non ha mancato di consigliare il ricorso all’informativa anche nei casi di non obbligatorietà. Ciò per rendere noto alla cittadinanza l’adozione di misure e accorgimenti, quali l’installazione di sistemi di videosorveglianza, volti al controllo del territorio e alla protezione degli individui.
Al contrario il provvedimento generale prevede l’obbligatorietà dell’informativa per i trattamenti di dati personali effettuati da soggetti privati tramite sistemi di videosorveglianza, direttamente collegati con le forze di polizia.
A tale proposito il Garante ha anche allegato un facsimile del cartello, in cui si evidenzia anche graficamente il collegamento diretto dell’impianto con le forze di polizia.
Quanto ai termini di conservazione il provvedimento generale del garante riporta che, per i comuni e nelle sole ipotesi in cui l’attività di videosorveglianza sia finalizzata alla tutela della sicurezza urbana, il termine massimo di durata della conservazione dei dati è limitato ai sette giorni successivi alla rilevazione delle informazioni e delle immagini raccolte mediante l’uso di sistemi di videosorveglianza, fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione.
In sostanza l’interesse pubblico di sicurezza urbana aumenta il periodo di conservazione delle immagini, che di regola è brevissimo (24 ore).
Antonio Ciccia Messina