La Stampa, 18 aprile 2017
L’eterno dilemma cuneo fiscale o aumento dell’Iva
All’apparenza, quello dell’Iva e del cuneo fiscale è un dilemma tra tecnici e politici. Il tecnico dice: non avendo spazio per un calo secco delle tasse, almeno togliamole da dove fanno più danno (il lavoro e l’impresa) in cambio mettendone un po’ di più dove fanno meno danno (i consumi). Il politico risponde: sbagliato, specie a ridosso di elezioni, perché chi ci perde protesterà e mi voterà contro, mentre chi ci guadagna incasserà e tacerà; meglio non toccare nulla. Nel caso del «cuneo» oltretutto il lato negativo, i rincari, si vedrebbe subito, i vantaggi – più lavoro, più crescita – arriverebbero solo gradualmente.
Oggi in Italia tuttavia il dilemma è anche tra economisti. Come hanno suggerito a Matteo Renzi i suoi consiglieri, lo sgravio del cuneo fiscale non funzionò nel 2006 quando vi puntò tutto Romano Prodi. Tornato al governo con una maggioranza fragilissima, il centro-sinistra tentò così di rilanciare l’economia e di ingraziarsi gli industriali. Non ottenne nessuna delle due cose. Anche da uno punto di vista strettamente politico esistono ragioni pro e contro. Meglio non rischiare malcontento per gli aumenti dei prezzi (specie dopo aver perso per l’Iva un’occasione d’oro, tre anni di seguito con inflazione vicina allo zero)? Oppure meglio scommettere sul futuro, compiendo una mossa coraggiosa seppur impopolare all’inizio, capace di dare più credibilità al governo in Europa?
Nella teoria economica, togliere carico fiscale dall’impresa e dal lavoro per metterlo sui consumi fa solo bene; favorisce i produttori nazionali a danno di quelli esteri, sia sul mercato interno, sia per l’export. Ma quanto davvero fa bene? Ovvero, quanto sulla competitività delle imprese italiane pesa il costo del lavoro, quanto invece le svariate inefficienze del sistema-Paese?