La Stampa, 18 aprile 2017
Nord Corea, gli Usa avvisano Kim: «Il tempo della pazienza è finito»
Tutte le opzioni restano sul tavolo, ma gli Stati Uniti sperano ancora di trovare una soluzione pacifica alla crisi della Corea del Nord. Questo è il messaggio venuto ieri dall’amministrazione Trump, in attesa di vedere se Kim Jong-un continuerà la sua escalation delle provocazioni con il sesto test nucleare.
Il primo a parlare è stato il vice presidente Pence, che durante una visita a sorpresa sulla zona demilitarizzata al confine tra Nord e Sud, ha avvertito: «Il tempo della pazienza strategica è finito». Con questo termine si identifica la linea seguita finora da Washington, dai presidenti repubblicani e democratici, per limitare le risposte e cercare di spingere Pyongyang ad abbandonare il programma nucleare con le pressioni politiche e le sanzioni economiche. Pence ha avvertito che «la Corea del Nord farebbe meglio a non mettere alla prova la potenza delle nostre forze armate e la determinazione di questo presidente», ma poi ha aggiunto che l’obiettivo di Washington resta garantire la sicurezza «attraverso mezzi pacifici e negoziati».
Poco dopo lo stesso Trump, durante la tradizionale festa organizzata alla Casa Bianca per i bambini il giorno dopo Pasqua, ha lanciato due messaggi. Prima ha detto che Kim dovrebbe imparare a «comportarsi bene», ma poi ha risposto così a chi gli domandava se la crisi può ancora essere risolta in modo pacifico: «Speriamo di sì». Susan Thornton, assistente segretario di Stato per l’Estremo Oriente e il Pacifico, durante un briefing con i giornalisti ha spiegato nel dettaglio la linea: «Non cerchiamo un conflitto o il cambio di regime, ma difenderemo noi stessi e i nostri alleati. La questione è urgente, perché ormai si tratta di una minaccia globale. Siamo determinati e decisi a risolverla». Non ci sono «linee rosse», ha detto il portavoce della Casa Bianca Spicer, ma nulla è escluso.
Le opzioni sul tavolo sono sostanzialmente tre: cercare un accordo, colpire le strutture di Pyongyang, o accettare il suo programma nucleare.
La terza è stata esclusa, e la seconda è sempre possibile. La prima invece si basa soprattutto sulla pressione che Pechino deciderà di fare sul suo alleato, inclusa la minaccia di sospendere le forniture petrolifere. Trump infatti ha scritto su Twitter: «Perché dovrei accusare la Cina di manipolare la sua moneta, mentre sta lavorando con noi sul problema nordocreano? Stiamo a vedere cosa succede».
Molto però dipende da cosa deciderà di fare Kim. Negli Stati Uniti gira la voce che il lancio missilistico di domenica sia fallito a causa di un boicottaggio cibernetico degli americani, che avrebbero infiltrato il sistema digitale nordcoreano per fare esplodere il razzo mentre era ancora sulla rampa di lancio. Se la notizia fosse vera, questa dimostrazione di potenza, unita alla portaerei Vinson in arrivo davanti alle coste del Paese, potrebbe convincere Pyongyang a fermarsi. Anche se Kim, a quanto dice il suo ambasciatore all’Onu, Kim In Ryong, annuncia di non avere alcuna intenzione di fermare i test missilistici: «Una guerra nucleare potrebbe scoppiare da un momento all’altro nella penisola coreana», afferma il diplomatico. E il test nucleare potrebbe rendere inevitabile un confronto militare.