Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  aprile 18 Martedì calendario

Il blocco sunnita compatto dietro il leader più forte

Una vittoria anche contro «i crociati». Lo ha detto Erdogan nel primo discorso dopo il sì al referendum, lo pensano in molti nel mondo arabo. Se si allarga il fossato fra la Turchia e l’Europa, quello con il Medio Oriente si restringe come mai dal 1923, quando è nata la moderna repubblica di Atatürk. È soprattutto il fronte conservatore a festeggiare la vittoria del leader turco, capace di modellare la più importante potenza sunnita in senso islamico.
L’Akp, il partito di Erdogan, ha avuto fra le principali fonti di ispirazione i Fratelli musulmani. Un islam «politico» da conciliare, finché possibile, con la democrazia. I disastri della Primavera araba hanno ridimensionato questo modello ma ora la Turchia presidenziale potrebbe rilanciarlo. I primi a felicitarsi con il presidente turco dopo la vittoria sono stati il Qatar, maggior sponsor dei Fratelli musulmani, il leader tunisino del partito islamico Ennhadha, Rached Ghannouchi, che già domenica sera ha chiamato al telefono Erdogan, come pure il presidente e il premier pachistani Mamnoon Hussain e Nawaz Sharif.
Anche l’Arabia Saudita, pure su posizioni un po’ diverse rispetto al Qatar, ha espresso la sua soddisfazione. La vittoria di Erdogan rafforza anche le milizie di Misurata, da sempre sostenute da Ankara. La città commerciale ha secolari rapporti privilegiati con la Turchia e diventa ancora di più strategica per il futuro della Libia. Chi non festeggia è invece il presidente egiziano Abdel Fatah Al-Sisi, principale avversario dei Fratelli Musulmani, e sostenitore del generale libico Khalifa Haftar, in guerra con Misurata per il controllo dei porti petroliferi e degli oleodotti nel deserto libico.
La partita in Siria
Il linguaggio usato per annunciare la vittoria, «abbiamo combattuto e vinto contro tutte le difficoltà, siamo stati attaccati da nazioni animate da uno spirito da crociati, ma non ci siamo fatti intimorire», è piaciuto molto anche ai gruppi più oltranzisti fra i ribelli siriani. Erdogan ha poi ribadito il suo interesse nella partita siriana e detto che l’operazione Scudo dell’Eufrate, nel Nord del Paese «non è l’ultima, ma la prima», segno che la zona di influenza turca potrebbe allargarsi ancora. La vittoria di Erdogan è invece una brutta notizia per il raiss siriano Bashar al-Assad, che sperava in un suo indebolimento.
Tutti i gruppi ribelli appoggiati dalla Turchia, a partire da Ahrar al-Sham, hanno festeggiato. Più imbarazzante il sostegno di Hayat al-Tahrir al-Sham, emanazione di Al-Qaeda. Un comunicato saluta la vittoria di Erdogan che porta la Turchia «più vicina al mondo islamico sunnita». E il grande rivale sciita, nonché maggiore sostenitore di Assad, l’Iran? Per ora mantiene una posizione ambigua: da una parte vede con preoccupazione il rafforzarsi del fronte oltranzista sunnita, dall’altra la possibile nascita di una «Repubblica islamica turca» va nella direzione degli ayatollah, che vedono nella religione l’unico fondamento sicuro anche per gli Stati moderni. Il sunnismo della Turchia, molto influenzato dai pensatori sufi, non è quello dell’Arabia Saudita. A parte la Siria, c’è spazio per andare d’accordo.