Corriere della Sera, 18 aprile 2017
Harry, Lady D e il lutto rimosso. «Mi ha salvato lo psicologo»
Londra Lo stiff upper lip è il tratto distintivo dell’aristocrazia britannica: il labbro superiore rigido, che non tradisce nessuna emozione. Assieme a keeping up the appearances, preservare la facciata, esprime la quintessenza della Casa Reale dei Windsor: aplomb, imperturbabilità, culto della forma e dell’esteriorità.
In meno di trenta minuti di intervista a cuore aperto col Daily Telegraph, il principe Harry ha picconato tutto questo come nessuno prima di lui aveva fatto: parlando del suo disagio mentale, del ricorso alla psicoterapia, della boxe come valvola di sfogo. Il tutto nella cornice di una serie intitolata Mad World, un mondo di matti.
«Sono stato molto vicino a un completo crollo nervoso in numerose occasioni», ha confessato il nipote di Elisabetta e figlio della defunta principessa Diana. E questo perché «perdere mia madre all’età di dodici anni, e perciò spegnere tutte le mie emozioni per gli ultimi vent’anni, ha avuto un effetto grave sulla mia vita personale e sul mio lavoro».
Harry racconta degli attacchi di panico durante gli impegni ufficiali e di come la boxe lo abbia salvato perché «ero sempre sul punto di prendere a cazzotti qualcuno». Ma ancora più importante è stato il ricorso allo psicologo su consiglio del fratello William.
In molti ieri a Londra hanno lodato la franchezza del principe, che col suo coming out ha dato un contributo fondamentale a cancellare lo stigma cha ancora circonda la sofferenza psichica. E che troppo spesso impedisce di parlarne.
Ma perché Harry ha deciso proprio ora di raccontare il trauma seguito alla morte di sua madre? Qualche maligno potrà anche pensare a un’operazione di pubbliche relazioni per avvicinare i reali al pubblico: ma in realtà Harry è sempre stato il più spontaneo, nel bene e nel male, in quella scombiccherata famiglia che è la casa regnante britannica. E in questo senso anche il più normale di tutti loro, con le sue stupidaggini, le sue cadute e i suoi sforzi per rialzarsi.
D’altra parte la vita da principe cadetto non dev’essere facile. Gli inglesi dicono che bisogna fare due figli per garantirsi an heir and a spare, un erede e un pezzo di ricambio (nel caso in cui succeda qualcosa al primo). E fare lo spare del futuro re è sicuramente un ruolo ingrato. Se poi si aggiungono le dicerie sull’essere figlio adulterino di James Hewitt, l’amante di Diana, c’è già pronto dalla nascita un cocktail micidiale di veleni psicologici.
Non devono quindi meravigliare le bravate cui Harry ci ha abituati, come quando da ragazzo si mascherò in divisa nazista o quando più tardi venne fotografato nudo a Las Vegas nel mezzo di party selvaggi. Ma ogni volta il principe scapestrato ce l’ha messa tutta per redimersi: ad esempio andando al fronte in Afghanistan, come «soldato Wales» che col suo accento inconfondibile coordinava via radio i blitz dell’aviazione britannica.
Fra una nonna attaccata al trono come una tellina, un nonno zuzzurellone, un padre frustrato con matrigna accanto e un fratello chiaramente afflitto dalle troppe responsabilità, Harry è sempre più il volto umano della monarchia inglese, quello con cui si andrebbe volentieri al pub per una birra. E l’intervista-confessione di ieri lo conferma.
Ma la decisione di aprire il suo animo indica pure che il principe è venuto in qualche modo a capo dei suoi demoni. E probabilmente un ruolo non secondario lo ha svolto l’ultima delle sue scelte normali: la fidanzata Meghan Markle. Attrice, americana, divorziata, di etnia mista: quanto di più lontano si possa immaginare dal conformismo reale. È lei che lo ha rimesso con i piedi sulla terra. E lo ha trasformato in un comune mortale. Benvenuto fra noi, Harry.