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 2017  aprile 18 Martedì calendario

In morte di Piero Ottone

Gianni Riotta per La Stampa

Ottone, «un solo passo avanti i lettori» Piero Ottone, direttore del Secolo XIX nel 1969 e del Corriere della Sera nel 1972, credeva cocciutamente allo stile equanime del giornalismo, non amava le polemiche, fedele all’equilibro appreso negli anni a Londra da corrispondente. Tornò in Italia con il gusto degli abiti britannici, e affilò l’ironia ligure in distanza perenne dal tumulto delle passioni nella cronaca. Nato a Genova nel 1924 e scomparso a Camogli nel giorno di Pasqua, ricordava con arguzia la battuta del poeta Nobel Eugenio Montale, allora critico del Corriere: «Ottone uomo di poche letture, che ha fatto buon uso di ciò che ha letto». In un’intervista con Antonio Gnoli per Repubblica – giornale di cui fu dirigente e columnist – ammise di non aver mai letto Marcel Proust. Dirlo è peccato capitale, ma preferiva la verità modesta alla millanteria diffusa.
I suoi ammiratori ricordavano l’apertura del Corriere, dopo la direzione di Giovanni Spadolini avviato alla carriera politica, ai nomi di una nuova generazione culturale, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Lietta Tornabuoni. I suoi avversari gli imputavano la rottura con Indro Montanelli, che portò poi alla secessione di un gruppo di grandi firme da via Solferino e alla nascita del Giornale.
Nei pettegolezzi delle redazioni i due episodi sono stati talmente mal tramandati – civetteria tipica del mestiere – da render difficile una ricostruzione fedele. Ho ascoltato di persona i ricordi di Montanelli e Ottone, e, al netto di ambizioni, caratteri, interessi, è chiaro come non si trattasse solo di scontro di personalità rivali, sia pure che personalità! Era il contrasto, culturale, politico, umano, tra diverse stagioni della cultura italiana, e ciascuno dei due campioni finì, in un certo senso, ostaggio di un campo, conservatori contro progressisti, al di là dei veri sentimenti e opinioni. Ottone ricordava di aver parlato una sola volta con Pasolini, e per bocciargli un articolo, perché, spiegava cortese, tramite con la cultura era il suo vice Barbiellini Amidei, mentre l’altro vicedirettore, Franco Di Bella, gestiva macchina del giornale e cronache.
Il talento di Ottone era, amava dire, mandare il giornale «un passo, un solo passo avanti i lettori», senza propaganda, ma illuminando possibili riforme civili, il divorzio per esempio.
Con l’ex rivale Montanelli si trovò riunito, a sorpresa, nel contrastare l’avvento in politica di Silvio Berlusconi, riprova di quanto li unisse, al di là delle polemiche aspre del tempo.
Ottone era un liberale, nel senso anglosassone del termine, certo non un marxista, al di là delle chiacchiere nei vanitosi salotti meneghini, dove Marx venne citato per un po’, alla stregua di un sarto alla moda. Era stato lettore fervido di Oswald Spengler e del suo Tramonto dell’Occidente, discuteva animatamente del valore di quel cupo saggio del 1918, persuaso che il mondo occidentale fosse arrivato all’ultima, finale, stagione. Convulsioni della politica italiana, che irrideva beffardo, e tensioni internazionali, che lo preoccupavano acutamente, erano per Piero Ottone (il suo cognome era Mignanego, adottò Ottone come nome di penna) sintomi del «tramonto spengleriano», cui adattarsi con rassegnazione.
Ha voluto morire in vista del mare, che osservava d’estate e d’inverno da una terrazza, sua vera passione: «dal mare ho imparato tutto». In un articolo narrò, con autoironia, di un tragicomico naufragio, se non ricordo male in vista dell’Africa. Ne ripeteva divertito i dettagli, deprecando a malincuore l’imperizia da nostromo che si addebitava. Gli dissi ridendo che nella Metafisica il filosofo Karl Jaspers propone il naufragio come metafora dell’esistenza umana. Approvò, con tanta enfasi da farmi ritenere che la cronaca personale della barca perduta in mare fosse la sua ultima, disincantata, memoria del Novecento liberale che riteneva affondato.
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Antonio Ferrari per il Corriere della Sera
Un giorno di dodici anni fa, in un ufficio milanese della Radio della Svizzera italiana, intervistai il mio ex direttore Piero Ottone, che si è spento all’età di 92 anni, per una trasmissione in cinque puntate, dal titolo Buongiorno Direttore . Avendo imparato proprio da lui che le domande devono essere sempre chiare e dirette, gli chiesi: «Potresti dirmi finalmente, e chiaramente, perché te ne andasti dal “Corriere della Sera” nel 1977?». 
Infatti Ottone, che per carattere era persona non vendicativa e rispettosa, aveva sempre risposto da gran signore: «Semplicemente, ritenevo chiusa la mia esperienza». Risposta soddisfacente? Neppure per sogno. Incalzai: «Piero, per favore, dimmi la verità. Togliti questo peso. Non è che te ne sei andato perché erano entrati soldi poco chiari, anzi molto oscuri, nella proprietà del “Corriere”? Soldi della loggia massonica P2, come fu chiaro in seguito?». Il direttore mi squadrò, non certo indispettito, ma quasi compiaciuto e divertito che l’allievo non mollasse. «Vedi, il mio angelo custode, una notte, mi ha dato una leggera pacca sulle spalle e mi ha sussurrato: “Vattene adesso. Tu non sai perché, ma un giorno lo capirai”».
Oltre non sono riuscito a spingermi. Ma avevo ascoltato quanto mi bastava. È vero che Ottone è una di quelle rarissime persone incontrate nella mia vita incapaci di restare incollate alla poltrona. Quando ripeteva (lo ha detto anche nella sua ultima intervista, l’anno scorso a Camogli), che non gli sarebbe importato niente il licenziamento o la cacciata, diceva la verità.
Il giornalismo lo aveva nel sangue, ma non a qualsiasi prezzo. Ha continuato a ripetere che, da genovese, era felice di essere diventato direttore del «Secolo XIX», e che quando gli proposero la guida del «Corriere della Sera», nel quale era diventato famoso, disse di sì ma senza alcuna frenesia. Sapeva quel che voleva, ma sapeva che occorreva avere la fiducia dell’editore e il consenso dei lettori. Se il giornalismo italiano, un po’ a effetto e un po’ provincialotto, ha conosciuto una vera rivoluzione ed è riuscito a rigenerarsi, il merito è di questo signore un po’ snob, che venne a portare al «Secolo XIX» e poi al «Corriere» il fascino del giornalismo anglosassone: i fatti separati dalle opinioni, e soprattutto tribuna libera per tutte le idee, anche quelle che facevano vibrare di sdegno i benpensanti.
Aveva il gusto di abbattere tutti i tabù. Portò al «Corriere» supergiornalisti come Bernardo Valli, Giampaolo Pansa, Lietta Tornabuoni. A Giuliano Zincone e alla sua felicissima penna affidò inchieste delicate, come i morti sul lavoro. A Genova, dove con il collega Mario Margiocco avevamo scoperto un traffico di finte esportazioni di mortadella e altra carne in scatola, che venivano poi scaricate in mare per ottenere i lucrosi premi per l’export, decise per la prima pagina del «Secolo XIX», pur sapendo che si andavano a toccare gli interessi di un’importante azienda lombarda. Quando alla sera arrivò da Milano uno dei capi della società, con in mano il libretto degli assegni, cercando di corromperci («Siete giovani, i soldi vi faranno comodo»), Ottone — che informammo subito — fu inflessibile. Chiamò il caporedattore e ordinò: «Tre di spalla? No, di più. Portate il titolo a sei colonne».
Immagino le telefonate che gli arrivarono in via Solferino quando mise come articolo di fondo, in prima pagina, un pezzo durissimo di Pier Paolo Pasolini. A Genova, dopo la bomba di piazza Fontana, che segnò l’inizio della strategia della tensione, appena si capì che dalla questura fioccavano false notizie e che gli anarchici non c’entravano, fece pubblicare un titolo nel quale si chiedeva scusa, appunto, agli anarchici.
Piero aveva un solo amore e un nemico. L’amore era la barca a vela, e quando siamo andati a trovarlo, l’anno scorso, guardava il mare dal salotto della sua casa con molti rimpianti. Il nemico erano i luoghi comuni. Una volta mi mise in croce perché avevo concluso un pezzo senza notizie con «le indagini procedono a ritmo serrato». Da quel giorno, non l’ho più scritto né pronunciato. Con i politici non voleva rapporti. Rispettava soltanto un ex premier inglese, Lord Home, che servì il Paese per un anno, e quando gli tolsero la fiducia disse: «Arrivederci e grazie. Torno a cacciare pernici nella mia tenuta di campagna».


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Giacomo Schiavi per Corriere della Sera
Giulia Maria Crespi e Piero Ottone. Gli anni Settanta. II «Corriere» della svolta. La diaspora con Montanelli. L’apertura a sinistra. Pasolini in prima pagina. Le inchieste sul potere. L’ambientalismo. Le accuse della destra. 
Che cosa accadde tra i 1972 e il 1977 in via Solferino?
«Ottone direttore portò al “Corriere” uno stile nuovo, moderno, aprì a tante firme, non corteggiava nessuno, tagliò il filo del telefono con Roma, creò le riunioni di redazione, era presente dalla mattina alla sera e cambiò il profilo del giornale…».
Modello anglosassone, fatti separati dalle opinioni. Ma anche tante critiche.
«Dava fastidio a molti ma piaceva a moltissimi. Trasformò il “Corriere”, arrivando a volte al milione di copie e anche oltre. Tirature impressionanti rispetto a oggi».
Che rapporto c’era tra lei, editore, e lui, direttore?
«C’eravamo conosciuti a Londra, quando lui era corrispondente: mi aveva fatto conoscere la stampa anglosassone. Il nostro rapporto era franco, di amicizia. Mi piaceva la sua autonomia dal potere, non aveva preclusioni. Ho sempre pensato che sarebbe stato un direttore adatto per il “Corriere”».
Quella scelta provocò l’uscita di Montanelli, un trauma storico per via Solferino.
«Quel licenziamento fu un grande sbaglio. Montanelli era Montanelli, bisognava tenerlo. E io avrei dovuto oppormi alla richiesta di licenziarlo». 
Invece come andò veramente?
«Montanelli voleva diventare direttore, era venuto da me e si era proposto, dicendo che si sarebbe sacrificato… La scelta di Ottone gli aveva dato fastidio, ci fu una pace temporanea, ma Montanelli non si sentiva più libero come prima. Poi arrivarono le interviste contro la nuova direzione del “Corriere” e Ottone chiese la risoluzione del contratto».
«Sarò ricordato per questo e per Pasolini in prima pagina», ha scritto nelle sue memorie.
«Ottone sarà ricordato come un grande direttore, per la sua apertura verso le idee nuove, per la sua modernità. Ma non era uomo di compromessi, non ammetteva svicolamenti. Se doveva dire qualcosa di negativo della Fiat lo faceva anche davanti ad Agnelli. In quei giorni tumultuosi del caso Montanelli mi disse: non possiamo tenere chi ci spara contro. Per quel licenziamento piansero entrambi. Lo ripeto: fu un errore, Montanelli doveva restare al “Corriere”, anche se ci sparava contro. E Piero lo riconobbe dopo, con onestà». 
In quel «Corriere» arrivarono nuove firme, giovani inviati, grandi intellettuali.
«Considero Ottone l’ultimo vero direttore di un giornalismo che non c’è più, un giornalismo d’inchiesta autonomo da ogni potere. Con lui il “Corriere” si è aperto, si è tolto l’immagine di giornale di centrodestra, ha preso un linea anglosassone, ha fatto scrivere Pasolini, Calvino, Parise, Natalia Ginzburg…».
Cominciarono anche le grandi campagne sull’ambiente.
«C’erano già stati Montanelli e Buzzati su Venezia e sull’Italia da salvare. Ma con Ottone arrivò Antonio Cederna, uno dei padri fondatori di Italia Nostra e dell’ambientalismo. Ebbi diversi incontri con lui, era prevenuto sul vecchio “Corriere”. Ma Ottone disse: prendiamolo. E fu un bene».
Poi lei vendette le sue quote e Ottone lasciò il «Corriere».
«Non subito. Rimase altri due anni. Se ne andò perché non accettava più certe imposizioni, certi dettami che venivano dall’alto. Passò a “Repubblica”, ebbe incarichi importanti ma non volle piu prendere lo scettro del comando». 
Vi sentivate spesso?
«Sì. La nostra amicizia è durata nel tempo. Mi veniva a trovare e parlavamo ancora di giornali e giornalismo, di un mondo forse scomparso: i giornali sono un’altra cosa, servirebbero meno pagine e articoli sintetici, diceva». 
Che «Corriere» aveva nel cuore Piero Ottone?
«Quello di Albertini, non quello del potere romano. Applicava quel che sentivo dire da mio padre: inchieste e interviste. Andare sul posto e raccontare i fatti. Una regola che vale anche oggi».


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Corrado Aiugias per la Repubblica
In un’intervista di qualche anno fa Piero Ottone — morto domenica a 92 anni, nella sua villa di Camogli — confessò di avere questo timore, che l’aver fatto scrivere Pasolini in prima pagina sul “Corriere della Sera” diventasse il solo momento memorabile della sua vita professionale. «Temo di passare alla storia (del giornalismo) solo per quello », disse. Non sarà certo ricordato nella storia del giornalismo del XX secolo solo per quello, Ottone. È stato un ottimo direttore proprio per l’aspetto che può essere considerato il più importante in un direttore di giornale: saper annusare l’aria del tempo, saper mettere le vele a quel vento senza tradire lo spirito della testata che gli è stata affidata. Metafora particolarmente adatta ad un uomo come lui che di mare era appassionato ed esperto al punto da aver confessato con il dovuto pudore, ma anche con grande onestà, le ragioni di un piccolo naufragio dovuto, tra l’altro, a un errore di manovra.
Pasolini in prima pagina sul Corriere della Sera fu comunque un evento clamoroso. Ottone gli chiese di collaborare a quello che era allora (primi anni Settanta) il più prestigioso quotidiano italiano, e il più diffuso, perché voleva che nei giornali, a cominciare dal suo, cominciasse a circolare un po’ d’aria nuova.
Giulia Maria Crespi, direttore editoriale, aveva impresso al foglio una svolta a sinistra; sinistra moderata beninteso, sinistra borghese, quel tanto di sinistra che la borghesia milanese sembrava pronta a tollerare. Siamo nel 1972, l’onda d’urto del 1968, che pure apporterà profondi cambiamenti alla società italiana, per un altro aspetto stava virando verso l’oscura palude del terrorismo. Nel dicembre 1969 erano scoppiate a Milano le bombe alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, eventi gravi di cui al momento non si era nemmeno riusciti a indovinare la portata ma di cui bisognava comunque tenere conto. Nasce da questa situazione di cui ricordo io stesso la forte pressione, il desiderio del direttore Ottone di aprire il giornale ai contributi di alcuni intellettuali.
Repubblica, che su questo punto sarà ancora più incisiva, arriverà in edicola solo qualche anno più tardi. Ottone pensa subito a Pier Paolo Pasolini che in quel periodo è soprattutto impegnato con i suoi film. Lo scrittore ha però alle spalle i primi scandalosi romanzi e soprattutto la raccolta poetica Le ceneri di Gramsci, che resta ancora oggi una delle sue opere più riuscite ed intense. Sembra l’uomo adatto anche se Ottone confesserà in seguito che non s’aspettava che la comparsa della sua firma in prima pagina avrebbe suscitato un tale clamore. Invece avvenne proprio questo. Con un doppio risultato, da una parte il Corriere ebbe un apprezzabile risultato in edicola; dall’altra l’apertura verso uno scrittore considerato “scandaloso” e di sinistra come Pasolini, aprì ancora di più la frattura con l’ala più conservatrice del giornale e con la sua firma di maggior richiamo, Indro Montanelli. Poco tempo dopo Montanelli lascerà infatti il Corriere, seguito da alcune firme di notevole prestigio, per dare vita a Il Giornale.
In un altro momento probabilmente una tale rottura non ci sarebbe stata; bisogna considerare le fortissime tensioni di quegli anni per capire sia la reazione di Montanelli sia la portata dell’innovazione di Ottone. Del resto il poeta non faceva nulla per attenuare la violenza del suo pensiero. Nell’articolo che inaugurò la sua collaborazione (domenica, 7 gennaio 1973) criticava come un osceno segno dei tempi alcuni giovanotti da lui incontrati che s’erano lasciati crescere i capelli fino alle spalle, allora detti “capelloni”. «Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di una ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti».
Molte delle categorie che Pasolini prendeva a bersaglio indicandole come «maschere ripugnanti », potevano benissimo rappresentare altrettanti lettori tipo del Corriere della Sera, ci voleva un coraggio da leoni per mettere in pagina, in prima pagina, un intervento del genere che suonava come un’invettiva, insultante fin dal linguaggio scelto dall’autore. Ho un ricordo personale di quell’articolo, lo lessi su una pan- china di villa Borghese, era una domenica invernale ma solatia. Lessi e sobbalzai però, dico la verità, mi piacque. Nel giugno 1968 Pasolini aveva già scritto il suo pamphlet in versi sugli scontri di Valle Giulia, poi ricordato col titolo che gli aveva dato L’Espresso: “Vi odio cari studenti”. In quell’appassionata filippica si schierava con i poliziotti figli di proletari contro gli studenti figli di borghesi, da lui considerati eredi dei vizi dei loro padri benestanti e benpensanti. Pasolini era quello, in buona sostanza un lodatore del passato che prendeva a bersaglio una borghesia incapace di difendere i suoi stessi valori. Una contraddizione che si porterà dietro tutta la vita, insieme al suo provocatorio candore.
Dalle sue prolungate esperienze nel mondo anglosassone Ottone aveva riportato in Italia il mito dell’obiettività. Non vuol certo dire la verità assoluta ma solo che nell’attività cronistica il giornalista dovrebbe spogliarsi di ogni pre-giudizio ideologico o politico per rendere nella maggior misura possibile la portata dei fatti. Bisognava fare i conti con un giornalismo italiano che nasce politico; sia quello di agitazione socialista e anarchica sia quello risorgimentale. Sostenere l’obiettività in una situazione del genere sembrava quasi eccentrico. Ma anche in questo, nell’ambito della sua competenza, è riuscito. Non sono certo i soli episodi memorabili nella sua lunga e fortunata vita professionale, però restano tra di più significativi e, considerato ciò che arriverà in seguito, tra i più aperti verso il futuro.

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Raffaele Liucci per Il Sole 24 Ore
L’anno decisivo nella vita del genovese Piero Ottone fu il 1948, quando – ventiquattrenne – salì su un treno per raggiungere Londra, corrispondente della “Gazzetta del Popolo”: «Mi lasciavo alle spalle un Paese mezzo industriale, mezzo contadino e piuttosto provinciale. Ventiquattro ore più tardi scendevo a Victoria Station, e mettevo piede nella capitale di un impero», rievocherà nell’autobiografia, Novanta, uscita nel 2014. Il colpo di fulmine per Londra ricorda quello sperimentato a fine 800 da Mario Borsa, altro grande anglofilo, direttore del “Corriere” dopo la Liberazione. Ma se Borsa era sanguigno e battagliero, Ottone indosserà i panni dello spettatore curioso ma imperturbabile, elegante ed ironico.
Assunto nel ’54 dal “Corriere”, Ottone tornò in patria soltanto nel ’62, come inviato speciale, dopo aver pencolato fra Gran Bretagna, Germania e Unione Sovietica. Occuperà la poltrona di direttore in via Solferino dal ’72 al ’77, succedendo a Giovanni Spadolini. «Sarò ricordato per aver fatto scrivere Pasolini in prima pagina sul “Corriere” e per aver dato spazio alle previsioni del tempo», spiegava divertito. In realtà, l’episodio più citato della sua carriera è un altro: ossia la “cacciata” nell’ottobre ’73 di Indro Montanelli dal quotidiano milanese. Un evento che ha scompigliato la storia del «quarto potere» italiano, inaugurando la stagione dei «giornali-partito» (nel ’74 “il Giornale” di Montanelli, nel ’76 “la Repubblica” di Scalfari), con una coda di brucianti scintille polemiche.
Perché il nuovo corso impresso da Ottone al “Corriere”, con il sostegno della comproprietaria Giulia Maria Crespi, suscitò tanta animosità, sino alle accuse di criptocomunismo? In fondo, Ottone non ha mai abbracciato idee radicali. Nei suoi articoli e libri di costume ha incensato l’arte della grazia, la «dote più importante»; blandito i valori aristocratici, non ancora corrosi dalle ideologie moderne; deplorato il galoppante interclassismo, responsabile di «una pasticciata accozzaglia di individui e di popoli»; condiviso la filosofia della storia di Oswald Spengler, il cui Tramonto dell’Occidente lesse in tedesco a 18 anni. Fosse stato un suddito di Sua Maestà, difficilmente avrebbe votato per il Labour. Però in Italia, negli anni 70, Ottone provò a intercettare gli spifferi d’una temperie turbolenta, rispetto alla quale il “Corriere della Sera” s’era sempre chiuso a riccio. Onde gli Scritti corsari di Pasolini in prima pagina, le scoppiettanti cronache di Giampaolo Pansa sui congressi Dc, le inchieste di Giuliano Zincone sulle «morti bianche», la campagna divorzista.
Come ha osservato lo storico Pierluigi Allotti in un volume appena uscito (Quarto potere, Carocci), Ottone si sforzò di confezionare un giornale obiettivo, «che fosse credibile agli occhi degli avversari politici, che potesse alternare, per decisione autonoma, approvazioni e critiche al governo, che non fosse legato rigidamente a uno schieramento, e che potesse accogliere istanze provenienti da differenti settori». Il foglio milanese era diventato meno paludato, seppur con una linea spesso confusa, alla mercé dello Zeitgest, non sempre rispettando la sbandierata distinzione tra fatti e opinioni.
Lasciata nel ’77 via Solferino, Ottone passerà a Mondadori e “la Repubblica”, vivendo al fianco di Scalfari la “guerra di Segrate” contro Berlusconi. Negli ultimi anni aveva accentuato il proprio pessimismo per le sorti dell’Italia (un Paese di seconda fila, «con le mani in Europa e con i piedi in Africa», orbato di una vera classe dirigente), senza mai illudersi, al pari di Montanelli, su una ricompensa ultraterrena: «Andiamo nel nulla. Lasceremo per qualche tempo una traccia, sempre più debole. Poi si cancellerà anche quella».