18 aprile 2017
In morte di Gianni Boncompagni
Alessandra Comazzi per La Stampa
Resterà nella storia della televisione e del costume italiano, questo aretino del 1932, questo Gianni Boncompagni che si chiamava Giandomenico e aveva tre figlie, Claudia, Paola e Barbara. Avrebbe compiuto 85 anni il 13 maggio, se n’è andato il giorno di Pasqua, quando i giornali non escono, quasi uno sberleffo: persino in questo dimostrando il suo spirito toscano, dissacrante e sulfureo, uno che comunque aveva vissuto in Svezia dieci anni. E in fondo ha applicato un suo mix scandinavo-mediterraneo ai programmi.
Che, copiosi, inventò per radio e tv, per Rai, Mediaset, La7: dopo aver vinto, insieme con il suo amico e sodale Renzo Arbore, un concorso per «maestro programmatore» alla tv di Stato nei primi Anni Sessanta del secolo scorso. Amava la musica, trattava i programmi come una partitura e i talenti come le note, da coltivare, esaltare e, se del caso, sarcasticamente strapazzare. Nella sua vita, questo direttore d’orchestra ha firmato grandi successi musicali, «Ragazzo triste» di Patty Pravo, 1968, e «Il mondo», quello che non «non s’è fermato mai un momento», come cantava nel 1965 Jimmy Fontana, nonché tutte le hit di Raffaella Carrà, dal «Tuca tuca», che accompagnava il primo ombelico scoperto della televisione italiana, a «Tanti auguri» a «A far l’amore comincia tu», assurto a nuovo tormentone grazie alla «Grande bellezza» di Sorrentino. Tra i programmi, si ricordi «Bandiera gialla», a sua volta un’idea di Luciano Rispoli, «Alto gradimento», «Pronto, Raffaella», «Non è la Rai», «Macao».
Soprattutto, quando si trovava con Arbore, era subito gag. Genere, attenti a quei due, ancora insieme. In tv si erano ritrovati nel 2007 su La7 in «Bombay», e ancora sembrava di ritornare ai tempi perfetti di «Alto gradimento», tra la Sgarambona, il colonnello Buttiglione e Scarpantibus. Se la ridevano, i due vecchi volponi goliardi, si davano reciprocamente del sordo, accanto ad Ambra recuperata per l’occasione, Ambra, lanciata adolescente da «Non è la Rai», lei diventata famosa per l’auricolare, scoperto da Chiambretti, con il quale Boncompagni la guidava.
Talento acuto per scoprire i talenti, a lungo compagno di Raffaella Carrà, la mania delle ragazzine in tv l’aveva sempre avuta. Per attirare pubblico, per dare freschezza, per rifarsi gli occhi, perché lui era fatto così. Già nel 1977, per «Domenica in», realizzava «Disco ring», quaranta minuti di musica leggera e un pubblico di giovinette dai tredici ai vent’anni. L’appuntamento era una specie di discoteca televisiva in cui lui proponeva i motivi più venduti in Italia e fuori. Nel 79, poi, di «Domenica in» il nostro curò la regia. Ciò che più colpiva in Boncompagni era il suo mescolare alto e basso quando ancora non andava di moda. Era intellettualmente un uomo di prim’ordine, assai colto, cinico sì ma meno di quanto si amasse dire. O almeno, il suo non era il cinismo di chi cerca gli ascolti a tutti i costi, e infatti spesso non li aveva; piuttosto la volontà di chi cerca di spiazzare, a tutti i costi l’ambiente in cui si trova, di dare una scossa alla tv quando ancora la tv era ingessata e paludata. Nel 1997, ai tempi di «Macao», Rai2, con Alba Parietti versione bravissima, lo speculatore della «tv spazzatura» che sa quel che fa, aveva predisposto una scenografia cupa, inquietante, una specie di arena fantascientifica, dantesca, infernale, chiusa, dove i ragazzi cantavano con le gambe penzoloni, consapevoli scimmie di una gabbia telematica. Il Grande Fratello era alle porte, con lui cominciava tutta un’altra storia. Ci sarebbe stato poco da dissacrare: così, per Boncompagni finiva il divertimento.
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Michela Tamburrino per La Stampa
Di Gianni Boncompagni tutto si è detto: grande innovatore, grande propensione per il cazzeggio, fu lui con Arbore a creare la radio moderna, fu lui a inventare il primo piano stretto mai osato prima.
Un artista dell’improvvisazione che ha improvvisato anche gli ultimi suoi mesi di vita, riuscendo a regalarsi un nuovo universo diverso dal precedente. Barbara, la figlia forse più simile a lui e non solo fisicamente, lo racconta così: «Mio padre era un super autonomo, restano famose le sue cene con i 4 salti in padella che comprava e cucinava da solo. Negli ultimi mesi invece noi figlie l’abbiamo accudito come si sta vicino a una persona solitaria per fede».
Ecco la fase nuova con vista sul frigorifero pieno: «Per uno che viveva a surgelati, una svolta epocale. La tavola apparecchiata, lo spaghettino fresco e la casa sempre aperta».
Figlie e nipoti più tantissimi amici che arrivavano per salutarlo e gli cucinavano specialità. «Aveva sempre coltivato l’amicizia, soprattutto dei tanti giovani che gli stavano attorno, aveva allevato una generazione di fantastici musicisti, di grafici che poi sono diventati registi. Io li chiamavo, tutti loro, “Peter Pan e i bambini sperduti”. Erano pazzi di lui, l’ascoltavano come si fa con un oracolo, giovani con i quali papà si rapportava alla pari, tanto non andava mai oltre l’acne giovanile, non ci riusciva. E incredibile anche il rapporto che stabiliva con le ragazze, le sue fidanzate. Negli anni lo hanno sempre chiamato per consigli più o meno importanti. Erano diventate tutte sue figlie. Un ascendente che non ha eguali».
Rimanere giovane attraverso loro e poi odiava tutto quello che appartiene alla vecchiaia: «Mai sentito mio padre lamentarsi e guai a sentir parlare di malattie». Un giro continuo di amici con gli affetti che si confondevano nel tempo: «Raffaella Carrà è come una parente per noi, non hanno fatto figli insieme ma hanno partorito enormi successi che li hanno accompagnati per tutta la vita. Anche lei abitava nella stessa “comune”, un comprensorio di case che è come una famiglia rock». Vicina a Gianni fino alla fine ma silenziosa perché, «ha bisogno di raccoglimento e non vuole essere protagonista quando non tocca a lei. Una lezione di umiltà». Con i figli anche Renzo Arbore «che per carattere è portato a condividere il dolore», Ambra, Ferrari, Gerini e Impacciatore: «Che in questo periodo è stata meravigliosa». Che cosa lascia Gianni Boncompagni a chi lo ha amato? «Scappa sempre, mi diceva, dall’ordinarietà, sii ribelle fino all’ultima tua goccia di sangue. Il suo motto “Presto e male” era una boutade, mai visto un professionista dare sempre il massimo come faceva lui. E poi, regola numero 1, ironia e distacco su tutto. E come avrebbe fatto altrimenti un padre di trent’anni a crescere tre figlie da solo?».
La camera ardente oggi dalle 12 a via Asiago sede della radio a Roma. A seguire una cerimonia laica nella quale parleranno Arbore, Roberto D’Agostino e altri amici cari. Poi il corpo sarà cremato.
Michela Tamburrino
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Intervista a Enrica Bonaccorti
La grazie e l’impertinenza di un ragazzino geniale pronto al dispetto e alla carezza come fossero parti imprescindibili di un carattere unico. Enrica Bonaccorti ricorda Gianni Boncompagni con un sorriso divertito, ed è già un gran risultato, passare nella vita degli altri toccando le corde dell’ironia.
Bonaccorti, lei ha fatto con Boncompagni due programmi culto. Come vi siete conosciuti?
«Stavo conducendo con Mino D’Amato “Italia sera” e ne ero molto soddisfatta. Quando Raffaella Carrà decise di abbandonare il programma di Mezzogiorno di Raiuno, “Pronto Raffaella” si scatenò la caccia al sostituto. Tutti dissero di no; Cardinale, Tognazzi, Sandra Mondaini. Disperati mi precettarono per quello che era diventato “Pronto chi gioca”. Fui invitata al bar dietro la Rai da Gianni Boncompagni che mi offrì un gelato. Fu terribile».
Il gelato o Boncompagni?
«Tutti e due. Più io gli chiedevo rassicurazioni più lui mi ignorava mentre il gelato mi si squagliava in mano. Poi mi disse: “Non preoccuparti, tanto andrà tutto malissimo”».
E poi?
«Scoprii che non c’era nulla di pronto, che Gianni voleva si andasse a braccio insegnandoci così l’improvvisazione».
Boncompagni l’aiutò?
«Smontava le paure ingarbugliando quel poco che avevamo preparato la sera prima. Mi prendeva in giro, mi faceva gli scherzi con l’interfono, però mi concesse la massima libertà e fu generosissimo».
In che senso?
«Io guadagnavo pochissimo e lui quando si accorse della paga mi passò il 10% dei ricavi che lui percepiva da autore. Anche Magalli fece lo stesso».
Si divertiva con lui?
«Molto. Spesso mi faceva fare dei giri per lo studio fingendo di farmi controllare le luci, invece mi chiedeva a voce alta giudizi sulle ragazze che circolavano di lì. Si divertiva a vedere il mio imbarazzo e la faccia che facevo. Fu terribile e dolcissimo. Sono passati più di trent’anni e posso dire che è stato il più bel periodo della mia vita».
Poi avete lavorato di nuovo insieme, 4 anni dopo, a «Non è la Rai»
«Era il 1991. Io stavo lavorando in un piccolo programma che però aveva un buon riscontro e non volevo abbandonarlo. Gianni però mi voleva a tutti i costi e mi fece telefonare addirittura da Berlusconi che finalmente aveva la diretta e perciò lanciava questo nuovo programma. Ritrovarlo fu bellissimo. Subito si ricreò quell’atmosfera di scherzo e di improvvisazione felice in quello che sembrava un collegio in libera uscita».
Però non fu solo idillio, giusto?
«Sì, ci furono degli screzi e me ne sono dispiaciuta. Come sempre aveva ragione lui, che aveva uno sguardo lungo e capiva come sarebbero andate le cose. Io avevo avuto da ridire persino sul titolo “Non è la Rai” che non mi piaceva, figuriamoci...».
Che cosa trovava interessante in lui?
«Il suo sano distacco dalle cose e la sua unicità. Gianni non potrà mai avere eredi anche se da lui e nel suo solco si è formata una scuola di professionisti non indifferente. Mai volgare e finemente crudele nell’ironia, ha inventato la scenografia umana gioiosa, naturale e perfetta nell’assenza anche dell’essenziale».
Michela Tamburrino
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Chiara Maffioletti per il Corriere della Sera
«Poche persone mi hanno insegnato qualcosa: Gianni era tra queste». Piero Chiambretti ammirava da sempre Boncompagni. Poi, ne è diventato anche un grande amico. «Mi ripeteva che la tv andava usata come un chewingum: si deve masticare e poi sputare. Amava il caos deliberato. Diceva che la tv andava fatta veloce e male, perché tanto anche a farla bene, il più delle volte veniva male comunque». Il suo era «un distacco reale», e l’ha capito lavorando assieme. «A Chiambretti c’è veniva in tuta e ciabatte e quando non si divertiva, si addormentava serenamente». Il distacco diventava totale verso gli ospiti: «Per lui dovevano essere Dante, Garibaldi... una volta mi aveva convinto a chiamare Licio Gelli. E non inquadrava chi non gli piaceva: lo sentivi parlare ma non lo vedevi». Se poi un’ospite non si presentava, era festa: «Diceva: non c’è problema, prendiamo una rana, la intervisti e rispondo io. Passavamo anche dei quarti d’ora così».
«Era molto colto, ironico, brillante. E non era mai triste. La prima volta che sono andato da lui pensavo di entrare nella casa di un uomo di 70 anni, invece sembrava quella di uno di 22: pochi mobili, molto design, arte e tantissima tecnologia». Di quei momenti, ha un ricordo speciale: «Era un malato di surgelati, li mangiava a pranzo e a cena dicendo che erano meglio di tanti ristoranti stellati. Ero spesso da lui, con Irene Ghergo; tra un surgelato e l’altro si metteva al sintetizzatore e componeva di getto musichette che poi diventavano i jingle dei suoi programmi».
Nel ‘94 Chiambretti, su Rai3, lo intercettò mentre dava i suggerimenti ad Ambra con il noto auricolare: «Era stratosferico: parlava attraverso il corpo di una 15enne. Allora non ci conoscevamo e un po’ mi dispiaceva rompere la sua magia mostrandola in tv». Per Boncompagni non fu un problema: «Figuriamoci se gli importava. Ma da lì iniziò il nostro rapporto».
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Antonio Dipollina per la Repubblica
Se ne faceva beffe già in vita, figuriamoci ora a rimirare da qualche parte la gente che si accapiglia per decidere se è stato angelo oppure diavolo. Gianni Boncompagni, morto a 84 anni il giorno di Pasqua: più passano le ore e più l’assenza sembra intollerabile. E dire che aveva dato tutto eccome, tanto che appunto ora viene facile prendersi ognuno il proprio pezzo e censurare, in ogni senso, il resto. La fascia over 50 che non potrà dimenticare mai quanto la vita migliorò da ragazzi scoprendo l’esistenza di un’altra musica, un’altra comicità, un altro disincanto e quella era la radio, erano Bandiera Gialla e quell’Alto Gradimento che sbocciava in mano ogni giorno anche a chi lo faceva, tanto era perfetto per bucare i tempi in corso. E poi quelli arrivati dopo, che lo abbinano a tanta tv deleteria (!) dei tempi esplosivi della tv medesima: con i primi che si illanguidiscono ancora quando aTechetechetè spuntano quegli spezzoni di bianco e nero, lui con Arbore in impossibili siparietti che tentavano di portare la radio in tv oppure nei primi programmi con il pubblico in studio e i cantanti famosi.
Impossibile tracciare un filo unico, Boncompagni ha fatto e rivoluzionato tre quarti di tv dell’epoca, saltando da Discoring a Domenica In all’irresistibile saga dei fagioli di Pronto, Raffaella? (c’è ancora chi è convinto che i fagioli li avessero contati davvero), al nazional-popolare tracciato come una esigenza naturale e che faceva storcere il naso a parecchi: andate invece a cercare qualunque autore di rango figlio di quella che è stata la tv ultrapop di fine millennio e ne ricaverete in cambio idolatria nei confronti di Bonco. Che destava meraviglie& scandalo per i contenuti e in realtà era un fanatico della forma, delle luci, delle scenografie (gli chiedevi qualcosa del paese popolare attaccato a quella tv e lui: ma lei si rende conto che io ho inventato il primissimo piano sui volti dei conduttori?).
Non è la Rai, Ambra, l’auricolare, le ninfette: non gliele hanno perdonate in parecchi. Ricevendone in cambio una indifferenza clamorosa, oppure certi exploit, vedi quello in cui ritornano l’angelo e il diavolo: Mediaset 1994, tutti, ma proprio tutti i big tv impegnati a suggerire il voto a Berlusconi, lui fa dire ad Ambra che Satana stava con Occhetto e il Padreterno con Berlusconi.Boncompagni, mangiapreti toscanaccio come pochi, stava con Satana, va da sé, ma un modo migliore per uscire dal trappolone forse non c’era. Anche stavolta disinteressandosi assai di quello che avrebbero detto in giro, godendosi le ambiguità sul suo personaggio e pensando solo a macinare finché si poteva e aveva senso altra tv da sbarco, “ma sublime”. Con i Macao, Crociereeccetera, con l’esaurirsi di un filone che lasciava spazio solo a cose parcellizzate fatte di reality e talent di cui Boncompagni diceva peste e corna non certo per moralismi — figuriamoci, la tv dei non-noti l’ha inventata o almeno promossa lui — ma per tutte le sciatterie annesse e per disinteresse diventato ormai supremo.
Ecco, mancherà soprattutto il commentatore feroce degli ultimi anni su cose televisive («Mi immagino queste riunioni in Rai, con i consiglieri d’amministrazione, a un certo punto uno si alza e chiede: scusate, ma questo programma lo potremmo fare anche a colori?»), o il tipo di umorismo unico e irripetibile come era lui. Pur rimanendo dalla parte di chi sospira per i tempi d’oro della radio. E concludendo che mica male i due geniacci: con uno che va a fare diciamo la rivoluzione buona con l’Altra Domenica eQuelli della Notte e l’altro che si gode quella cattiva con la “robaccia televisiva”, hanno disegnato una storia che un senso ce l’ha, eccome.