il Giornale, 15 aprile 2017
«Io, Griffith, l’America e quella notte magica che mi trasformò in re». Intervista a Nino Benvenuti
Che notte, quella notte del 17 aprile 1967. Al Madison Square Garden di New York, Nino Benvenuti strappava al pugile di casa Emile Griffith la corona mondiale dei pesi medi. Quindici riprese palpitanti di una sfida leggendaria che la Rai, per non turbare il ritmo lavorativo dell’intera nazione, decise di non trasmettere.
Arrivato a New York, gli americani quasi la snobbavano. Lei cosa ha pensato?
«Ne ero certo, perché conoscevo le qualità di Emilio e sapevo che sarebbe servita un’impresa. Ma questo mi ha favorito perchè a partire battuti si ha meno da perdere che partire col vantaggio del pronostico».
Era la sfida tra un uomo bianco e uno di colore.
«Quelli di colore hanno una potenzialità muscolare atletica superiore alla nostra. Ma loro non sapevano chi io fossi. Io venivo dal nord d’Italia, sono istriano, lì c’è gente che ha le palle. Quando uno è così convinto delle proprie qualità...».
Questa sua sicurezza per la stampa significava anche arroganza.
«Sì, dicevano ah un ragazzo bello, biondo, che aveva grilli per la testa e chissà cosa pensava. Io pensavo invece di essere il più forte di tutti. Mi ero sottoposto ad allenamenti al limite della tortura pur di vincere».
E lo si è visto subito nella seconda ripresa quando manda al tappeto Griffith.
«Sono partito senza timori o paure. Ero talmente convinto delle mie buone qualità, che se fossi riuscito ad utilizzarle completamente, avrei potuto fare 15 round a muro battente».
Ma Griffith era un osso duro.
«Beh, alla fine si trattava pur sempre di una sfida tra i due migliori del mondo. E durante il match ci sono stati momenti difficili, perchè più di una volta mi ha colpito al fegato col suo montante sinistro e poi con il gancio destro e mi dicevo: porca miseria, se continuiamo così dove andiamo a finire...»
Alla quarta ripresa, colpito alla mascella con un destro, lei va al tappeto. Che momento è stato?
«C’è stata un po’ di spavalderia da parte mia, l’ho affrontato con le mani troppo basse, per dimostrargli che non lo temevo, che ero bravo anche io».
Poteva essere determinante, invece
«Mi sono rialzato subito e non mi sono intimorito. Sentivo i colpi di Emilio che facevano male, pungevano, sapevo che se mi fossi rialzato potevo riprendere da dove avevo lasciato».
E alla fine ha vinto, ai punti.
«Mi sono ritrovato su quel ring, con le urla, col pubblico, che non sentivo piu niente. Ero senza parole».
Cosa ha pensato subito dopo aver vinto il titolo mondiale?
«Ho pensato a mio padre e mia madre. Loro mi hanno creato con quelle doti necessarie per vincere in un contesto come quello e battere il campione».
Come l’accolsero gli italiani?
«A New York, il giorno dopo, camminavo per strada ma era come se fossi in Italia. Ma anche gli americani mi hanno omaggiato. Mi sono sentito americano».
E dopo tre match con Griffith (tutti al Garden) ha dichiarato: «Non puoi non diventare amico di un pugile con cui hai diviso la bellezza di 45 round!»
«L’aver fatto tre incontri con un pugile come quello lì e averne vinti due è qualcosa di straordinario. Tra noi due è nata un’amicizia indelebile, tanto che mio figlio Giuliano volle Emilio come padrino alla sua cresima».
Lei le è stato vicino nella fase della malattia?
«Se fosse stato un mio fratello di sangue, avrei fatto la stessa cosa. Era lontano, ma sapevo che avrei potuto dargli una mano, tutto quello che era necessario affinchè stesse meglio».
C’è qualcosa che avrebbe voluto fare di più come pugile?
«Devo dire grazie al pugilato, lo sport per antonomasia, l’uomo contro uomo, è il massimo del coraggio, della paura. Mi sento appagato, perché questo match con Griffith mi ha reso famoso, mi ha dato quella convinzione nei miei mezzi di essere arrivato al punto maggiore che potessi arrivare, se solo l’avessi desiderato. Ma l’ho desiderato, e l’ho raggiunto».
Sergio Arcobelli
E l’Italia fece le ore piccole davanti alla radio
Milano Cinquant’anni fa per i giornali italiani New York era ancora «Nuova York». Anche per Ruggero Orlando, primo e mitico corrispondente Rai. Non c’erano grandi mele, non c’erano reti e neanche i voli low cost. L’America era lontana davvero, mito irraggiungibile e impossibile. Faceva la guerra in Vietnam, contestava, metteva a ferro e fuoco campus e università, si lacerava e si divideva in due. Dieci anni avanti per chi, da queste parti, vedeva a mala pena ancora solo un canale tv e divideva le spese telefoniche con i vicini col «duplex» da pagare alla Sip, gestore unico e assoluto... C’era un’America dove il Ku Klux Klan organizzava veglie di preghiera con le croci in fiamme per mettere al rogo i dischi dei Beatles e c’era un’America hippie che predicava il libero amore e non solo quello. Un mondo lontano che faceva anche a pugni. Che incrociava i guantoni sul ring nei quartieri più malfamati in cerca di riscatto ma che li incrociava soprattutto al Madison Square Garden, tempio di uno sport che allora era arte ma anche incredibile fenomeno di massa, sociale e di moda con spalti gremiti, arbitri in camicia bianca e farfallino e signore impelliciate. Tra luci, spettacoli, manager e star di Hollywood s’era scritta la storia di un Paese. Un Paese che si era innamorato di Joe Louis, di Sugar Ray Robinson, Jake LaMotta di Rocky Marciano ma anche di Primo Carnera, arrivato dal Friuli, lottatore, pugile, campione del mondo e alla fine anche attore in uno show a volte anche un po’ malinconico. Storia di pugni e di titoli mondiali che cinquant’anni fa, il 17 aprile del 1967, toccò a noi raccontare. Alla voce di Paolo Valenti, che divenne famoso poi con quel «Novantesimo Minuto» che oggi è ancora musica e sigla di tante trasmissioni sportive. Al Madison nella sfida che sembra impossibile Nino Benvenuti, il bianco europeo dagli occhi azzurri e dalla lingua lunga perchè per i cronisti americani era troppo sicuro di vincere, sfida Emile Griffith, campione del mondo, imbattibile e terribile. Il pugile delle Isole Vergini che si porta appresso una storia drammatica, la morte, pochi anni prima nel match valido per mondiale dei welter, di «Kid» Benny Paret. Tra i due non corre buon sangue, il cubano ha accusato Emil di essere un «maricon», un omosessuale, e quella gragnuola di colpi che chiude il 12 round, il match e mette fine alla sua vita sembrano a molti una resa dei conti. Così non è. Così non fu. Nel 2005 un documentario sulla storia di quell’incontro «Ring of Fire: The Emile Griffith Story» nella scena finale mostra Griffith che incontra il figlio di Kid Paret, che lo abbraccia e gli dice di averlo perdonato. Anche per questo la sfida del 17 aprile sembra impossibile. Non c’è match. Non ci sono possibilità. La vittoria di Benvenuti viene data a 15, quella di Griffith a 5, che è tutto dire, che nella lingua degli allibratori significa che il finale è già scritto. Ma Benvenuti ci crede. E ci credono anche gli italiani. Molti lo seguono, riempiendo 4 charter che decollano da Roma e Milano, molti sono già a New York, «paisà» che sognano una vittoria, che sperano in un piccolo riscatto, che hanno voglia di sentirsi di nuovo a casa, almeno per una notte. Quindicimila spettatori sugli spalti del Madison, diciotto milioni attaccati con l’orecchio alle radioline perchè il governo italiano vieta la diretta dell’incontro sui canali Rai. Troppo tardi o troppo presto. Comunque sconveniente che un Paese perda il sonno per seguire due che si prendono a pugni. Così è la radio che firma un pezzo della nostra storia. E l’Italia mette la sveglia per non perdersi neppure un round. Gli smartphone non sono neppure un’idea. E allora sono ottomila quella notte le richieste che vengono fatte al «114» per essere svegliati col servizio telefonico di richiamata automatica in piena notte. A Milano un migliaio meno. Ma c’è mezzo Paese collegato, come per Italia Germania-4-3, come per l’ultima serata di un Sanremo, di «Lascia o Raddoppia» o per la finale di Canzonissima. L’Italia è al Madison a fare il tifo per Benvenuti, che diventa «Nino» per tutti e che ha portato tutti dall’altra parte dell’Oceano tra i grattacieli di Manhattan, tra le Avenue e nelle palestre del Bronx dove si è allenato nelle settimane precedenti. Dodici round che vanno via trattenendo il fiato. Griffith va giù alla seconda ripresa, Benvenuti alla quarta, poi di due se le danno come devono. Finisce dieci riprese a 5 per il primo giudice, 9 a sei per il secondo, il terzo non conta. «Nino campione» del mondo diventa il passaparola, diventa un titolo, diventa tutti i titoli di giornali e telegiornali. Sul ring, appena dopo il verdetto, Emile Griffith gli stringe la mano come segno di rispetto. Si chiude solo un pezzo di una storia che poi vedrà ancora due epici match. Il rientro in Italia è un’apoteosi. Sono passati cinquant’anni. Emile Griffit non c’è più, portato via da un alzheimer che gli ha bloccato i reni e Nino invece mercoledì 26 aprile, nel Salone d’Onore del Coni a Roma, ricorderà «L’oro dei Cinquanta». Cinquant’anni e quell’Italia, romantica, patriottica, educata e dolcemente provinciale che non aveva la tv in tutte le case, che non «scialava» e non «chattava» ma che forse sapeva sognare non c’è più. Resta la storia di una sfida che è diventata negli anni una grande, vera amicizia. Benvenuti e Griffith, Nino ed Emile, due uomini che si sono presi a pugni. Ma solo sul ring.
Antonio Ruzzo