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 2017  aprile 15 Sabato calendario

La scimmia con la carta d’identità

Tutti quelli che amano gli animali soffrono con loro per una condizione che li accomuna: non hanno la parola. Tra le prime cose stupide che insegnamo ai bambini ci sono i versi degli animali. I bimbi si divertono molto, sono orgogliosi di ripetere che il gatto miagola, il cane abbaia, l’asino raglia, eccetera, i più bravi sanno che la rana gracida. Quello che non pensiamo è che probabilmente gli animali soffrono di non potersi esprimere come noi. La parola è molto più comoda per comunicare di un qualsiasi, disprezzato verso animale. 
E pensare che nel termine animale, origine latina, è contenuto il concetto di anima, ma guai a parlarne, ti dicono che sei pazza. A parte gli studi scientifici sull’emissione dei suoni, dalle scimmie ai delfini, è davvero difficile, per la mente umana, soffermarsi su quella che è una plateale ingiustizia del creato: gli animali avrebbero dovuto godere del diritto alla parola. 
Come la scimmia Cecilia, ad esempio, che oggi attualizza l’interrogativo: lei è una scimpanzè entrata a sorpresa nella storia, perché nei giorni scorsi è stata «riconosciuta come persona». Ha vent’anni d’età, vissuti in Argentina, condizioni precarie in uno zoo di Mendoza, pare fosse anche depressa, e in suo nome è stata condotta una causa (dai legali della Ong argentina Afada) per farla riconoscere come «soggetto di diritto» e non un oggetto. 
È il primo caso al mondo in cui un tribunale ha attribuito (50 fogli di relazione) questi diritti a un primate e non ad un essere umano. Ragion per cui Cecilia è stata trasferita (24 ore di viaggio e tutti i controlli sanitari legati all’immigrazione) in una struttura protetta di Sorocaba, nell’entroterra dello stato di San Paolo, in Brasile. Striscione di benvenuto, dichiarazioni entusiaste dei coordinatori e del personale: tutti si sono detti felicemente sorpresi per il suo atteggiamento positivo. Una curiosona intelligente che ha subito ispezionato, gradendo, la sua camera, il cibo e le coperte. 
Fortunata Cecilia, che ha trovato chi ha preso la parola per lei: per cui mi è venuto in mente che cosa vorrebbero dire tanti altri sfortunati animali, non aiutati da umani volenterosi e capaci di prendere la parola per loro. Ho immaginato di intervistarli, come se per una magia avessero potuto avere la parola. Chiedendo un raccontino su come se la passano, quasi fossi un novello Esopo che raccoglie notizie. Non ho attribuito nomi, perché sono animali semplici, di campagna, non coccolati da nessuno. Dice il Gatto: «A volte ascolto i bambini di casa che studiano sui libri. Parlano di miei simili molto coccolati, quelli che mangiano crocchini, e i padroni spazzolano il loro pelo. Io non ci vedo più da un occhio, ho difficoltà a cacciare i topi, insomma faccio la fame». Dice il Cane: «Mi tengono perché faccio la guardia. E anche per andare a caccia, cosa che detesto, non vedo perché si debbano uccidere gli uccelli. A volte se mi agito un po’ mi legano ancora alla catena, questi barbari, rifilandomi un po’ di sbobba». 
Dice il Cavallo: «Ho molto lavorato per questa fattoria. Non avete idea di quanti trasporti feci, tirando un carrozzino. E ho anche divertito il padroncino quand’era ragazzo, quante scorribande abbiamo fatto, lui in sella, tra prati e boschi. Ora temo per la mia pelle. Sono vecchio, mi ha detto il Gatto che qualcuno in casa parlava di macelleria. Hanno bisogno di soldi e pare che io possa rendere qualcosa in questo senso. Nessuno ricorda più di avermi voluto bene. Che devo dire? Spero di non soffrire molto quando mi ammazzeranno». 
Gli Agnellini non ho fatto in tempo ad ascoltarli, nei giorni scorsi erano già stati caricati sul camion, destinazione macello. Ho sentito la loro mamma, una Pecora triste già un po’ avanti con l’età, che non bela neppure più: «Non so quanti me ne hanno portati via, negli anni. Sono così dolci, e capiscono tutto, percepiscono la morte che arriva. Prima piangono senza sosta. Poi tacciono. Un silenzio irreale, il silenzio degli innocenti». Già, di quelli che non hanno la parola.