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 2017  aprile 15 Sabato calendario

Più errori fanno più crescono

Te la do io l’Italia. È il grande spettacolo che Grillo, con i ragazzi di Cinquestelle, sta portando in giro per la Penisola 35 anni dopo il suo successo Rai, “Te la do io l’America”. Non è un format televisivo, come il suo antesignano, ma è ugualmente un’esibizione comica da prendere sul serio, perché dice molto del nostro Paese. 
Il canovaccio è semplice: ogni settimana si dice una stupidaggine gigantesca, meglio ancora se la si fa, e puntualmente i potenziali elettori, che stanno a un partito come lo share a un programma televisivo, salgono. È capitato così con le peripezie del sindaco Raggi, passata indenne attraverso l’arresto del suo uomo di fiducia e le dimissioni di una serie di assessori con i quali si scambiava polizze vita e stipendi e che neppure la calata sull’Urbe di branchi di cinghiali riesce a mettere in discussione. È bastato che Grillo scendesse a Roma a tirarle orecchie a punta perché della sindaca passassero in cavalleria settimane bianche alla vigilia dei vertici europei, fughe sui tetti e pranzi non pagati, quando a Marino i suoi stessi compagni di partito rimproveravano le vacanze in agosto, i rimborsi spesa per cena e perfino i divieti di sosta della moglie. 
Non diversamente è andata a Genova, dove Grillo ha sconfessato Marika Cassimatis, la candidata emersa dalle Comunarie di M5S, perché ritenuta amica del reprobo Pizzarotti, sindaco di Parma cacciato o autoesclusosi, chi ricorda, dal Movimento. La signora ha fatto ricorso e vinto ma la sentenza contraria non ha nuociuto a Cinquestelle, malgrado la vocazione manettara del partito. Anzi Grillo ne è uscito più forte, proprio per aver dato la sensazione di saper prendere in mano il Movimento. Beninteso, nella sostanza non aveva tutti i torti chi se non lui deve scegliere il candidato sindaco di Genova? però i modi sono stati pedestri e la figuraccia c’è tutta. 
Potremmo continuare con lo scandalo delle firme false per la presentazione delle liste a Palermo, prossimo obiettivo di M5S, in cui sono coinvolti tre parlamentari e autorevoli politici regionali: un’altra figura da cioccolatai attraverso la quale il Movimento passerà indenne mentre ancora a distanza di anni a Formigoni e Chiamparino il medesimo peccato è rinfacciato. Oppure con le topiche di Di Maio, il giovane leader serial killer dei congiuntivi, peraltro le uniche dichiarazioni politiche scorrette che non si rimangia. Non c’è niente da fare, a ogni scivolata Cinquestelle si rialza più forte. Tanto che la sindaca Appendino si è potuta permettere nel suo piano di bilancio di inserire tasse che avrebbero fatto invidia alla coppia Monti-Saccomanni, come per esempio il raddoppio, quando non moltiplicazione per tre, del costo dei parcheggi per i residenti. 
Ebbene, malgrado tutto questo, anche gli ultimi sondaggi a disposizione danno M5S quasi al 29%, 2 punti e mezzo sopra il Pd. Dietro, gli altri, che come i Dem basculano, salgono e scendono a seconda delle circostanze in modo scarsamente significativo. D’altronde, non potrebbe essere diversamente. Salvini il miracolo l’ha già fatto portando la Lega dal 3% al quale l’ha ricevuta in eredità al 13 e così si può dire per la Meloni, eroica nel far sopravvivere la destra dopo la cura Fini. Pure Forza Italia, grazie al ritorno di Berlusconi sulla scena, ha ridato segni di vita. Ma non troppo, visto che al di fuori degli affezionatissimi, la restante parte dei suoi potenziali elettori si divide tra chi ha paura che dopo il voto il Cavaliere si allei con Renzi e chi non manda giù l’asse con la destra sovranista e anti-euro. 
Resta il Pd, la grande forza di sinistra, che come di consueto quando ha il pallino in mano, cappella, litiga e si divide. Renzi l’aveva in pugno, e con essa la gran parte degli elettori, ma si è incasinato con un referendum incomprensibile e i due mesi di digiuno dai riflettori che si è saggiamente autoimposto non sembrano aver liberato gli italiani dalle tossine accumulate dai tre anni di martellamento quotidiano e pochi risultati a cui l’allora premier li ha sottoposti. 
L’irresistibile ascesa dei comici al governo insomma è favorita non poco dalle difficoltà dei rivali, ma la catalessi degli altri partiti non basta a giustificarla del tutto. Gli elettori di Grillo infatti si dividono in due categorie principali. Da una parte ci sono i duri e puri, ossia i fannulloni e disperati che votano Cinquestelle perché conquistati dalla promessa del reddito di cittadinanza e dal miraggio di tirare a campare senza lavorare, o quelli che credono ai marziani, pensano che la cucina vegana debba diventare la prossima religione di Stato o sono convinti che Assad sarebbe un ottimo maestro d’asilo e l’Isis in fondo va capito e non è peggio di Bush. Dall’altra c’è quella moltitudine di italiani, per il resto normali, che, disgustata dai partiti, anziché rifugiarsi nell’astensionismo va in cabina elettorale e mette la croce su Cinquestelle un po’ come ai tempi di Tangentopoli si infilava la fetta di salame nella scheda e si scriveva «mangiatevi anche questa». 
Il segreto della resilienza grillina a ogni gaffe, a ogni ridicolaggine e a tutto quello di paradossale che quotidianamente si riscontra in Cinquestelle è l’aver allargato la piazza dei Vaffa-day da quelli che si accalcavano sotto il palco per ascoltare le maledizioni del comico alla casta a tutti quelli che non ne possono più della politica. E agli occhi di questa platea, il vuoto pneumatico che nei programmi grillini si accompagna a proposte irrealizzabili e personaggi improbabili diventano un punto di forza laddove nei partiti tradizionali sono un punto di debolezza. Grillo vince perché è il tempo dei delusi e dei cretini, e ogni delusione e cretinata lo rafforzano. Non è edificante ma è consolatorio, perché dà una speranza di realizzazione a tutti e offre una scusa imbattibile in caso di insuccesso.