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 2017  aprile 18 Martedì calendario

I Simpson non ingialliscono mai

All’esatto crocevia di genio e incoscienza, è destinata a consumarsi la Storia. I Simpson, nati dall’intuizione sconsiderata di un fumettista statunitense, sono prossimi a valicare i confini televisivi, entrando di diritto nel novero delle più illustri cronache contemporanee. 
Il cartone animato, il cui concepimento risale al tempo in cui Berlino, ancora, era divisa dal Muro, spegne domani le sue prime trenta candeline, segnando un traguardo cui mai nessuno prima si era avvicinato. Il compleanno, festeggiato (anche) da Italia 1, che della famiglia gialla è casa italiana, cade domani, 19 aprile. Giorno in cui l’intero mondo televisivo si fermerà ad applaudire il cartone animato che, solo, ha saputo assurgere a fenomeno di costume. 
I Simpson, cui 699 episodi totali sono valsi l’epiteto di serie più longeva della televisione internazionale, hanno costruito sul terriccio buonista dell’animazione un impianto satirico tanto efficace da aver attratto, negli anni, i consensi più disparati. Ben lungi dall’essere declassati a sottoprodotto di intrattenimento, buono forse a ringalluzzire gli animi del pubblico giovane, i Simpson hanno ricevuto il plauso del mondo adulto. Di uno show-biz che pur di prendere parte al cartone, sbirciando così nell’universo privato di Homer e consanguinei, ha accettato di essere ridotto a pupazzo giallo, spesso greve e caricaturale. Richard Gere, Elthon John, Paul e Linda McCartney, Lady Gaga, Lena Dunham, Britney Spears e Meryl Streep. Tra quell’aprile del 1987 e l’aprile di oggi, sono state oltre cento le star che hanno preso parte al cartone, piegandosi acritici all’estro di Matt Groening. 
L’uomo dagli occhialetti tondi, che raramente s’è mostrato alla telecamera, ha disegnato i Simpson con l’ambizione di scombussolare il buoncostume televisivo attraverso la rappresentazione, cruda e gretta, della famiglia disfunzionale. Padre grasso e alcolizzato, madre disperata, figli anarchici o depressi, a scuola vittime di bullismo, hanno cominciato la propria ascesa in sordina, perché la Fox nella famiglia gialla non riponeva alcuna speranza. 
In breve tempo, la più rosea delle aspettative è stata invece superata e i Simpson, grandi perculatori del vivere americano, sono diventati della star. Negli anni, hanno ottenuto 32 Emmy e otto People’s Choice Awards, insieme al titolo di «miglior serie televisiva del secolo». Hanno fissato uno standard ineguagliabile, mostrandosi capaci di piacere trasversalmente a qualsivoglia generazione. Su Italia 1, dove sono in onda dal lunedì al venerdì alle 13.45, i Simpson conquistano ogni giorno 1,2 milioni di telespettatori, segnando uno share del 21,4% sul target di riferimento 15-34 anni. Piacciono, dunque, e per i motivi più disparati. Mischiando il serio al faceto, la satira sociale alla battuta più immediata, i Simpson sono riusciti a fare proprio un pubblico vasto ed eterogeneo. Finendo per essere propinati ai bambini, cui solo le cadute di Homer sono chiare, e agli adulti, in grado invece di riconoscere tra le righe di quel cartone sui generis una delle critiche più spietate che mai siano state mosse alla società americana. La cittadina fittizia di Springfield, coacervo di anime misere, s’è fatta luogo in cui raccontare l’incesto e la corruzione, il disimpegno politico e lo stato pietoso in cui versa la pubblica istruzione. L’obesità, l’alcolismo, i problemi di gioco e il bigottismo esasperato di una comunità ipocrita. 
Matt Groening, precursore della televisione animata, ha strappato il velo di Maya, mostrando al mondo l’America più vera. Quella landa desolata di cui spesso ha indovinato le sorti. I Simpson nei loro primi trent’anni di vita hanno saputo prevedere quasi tutto: dalla candidatura a presidente di Hillary Clinton all’invenzione dello smartwatch, passando persino per Lady Gaga al Superbowl.