Libero, 18 aprile 2017
«Giro d’affari da 8 miliardi». La cannabis fa gola alla Borsa
Che sballo: 95 milioni di dollari canadesi raccolti in soli tre giorni da un Etf specializzato di nuova costituzione. Per raggiungere un risultato così, sostiene il quotidiano di Montreal Le Devoir, di solito ci vogliono almeno sei mesi, se non di più.
Ma il fondo speculativo varato da mister Stephen Hawkins, gestore di Horizon capital, è davvero particolare. I quattrini, infatti, saranno investititi in marijuana. Sì, proprio nella droga leggera che il premier Justin Trudeau intende legalizzare dal 2018. Nell’attesa del via libera del Parlamento al progetto di legge presentato la scorsa settimana, la società finanziaria ha deciso di prendere alla lettera il consiglio di Deloitte che pochi mesi fa dedicato un lungo studio sulle possibilità di mercato della cannabis nel Paese dei Caribù e delle giubbe rosse. «Chi vuol essere protagonista di questo mercato si legge deve mettere a punto per tempo un piano strategico». Più tempestivi di così è impossibile. Il giorno dopo la presentazione della proposta di Trudeu per liberalizzare il consumo di marijuana “a scopo ricreativo” (la vendita per motvi terapeutici è libera già dal 2001) la Consob canadese ha dato il via libera al prospetto dell’Etf che investirà in società che producono l’erba, ma anche in società biofarmaceutiche è in quelle specializzate nelle colture idroponiche, le più adatte alla sua coltivazione intensiva.
Insomma, dai
vecchi hippie della controcultura ai
moderni squali della finanza. «Grazie
alla legalizzazione spiega Hawkins il
settore può crescere in maniera esponenziale. Certo, è
un investimento volatile e ad alto rischio. Ma la ricompensa alla fine può essere molto gratificante».
A sostegno delle speranze del gestore ci sono le previsioni di Deloitte. Il mercato canadese, che già oggi vale 1,8 miliardi di dollari per la sola droga coltivata per consumi terapeutici, può prendere il volo grazie ai nuovi sbocchi di mercato. Secondo gli analisti, il giro d’affari non sarà inferiore ai 4,7 miliardi di dollari nell’ipotesi più pessimista, ma non si esclude che si possa arrivare a 8,9 miliardi di dollari senza tener conto dell’indotto. Se si considerano le ricadute sul turismo e sullo sviluppo dei laboratori la cifra può più che raddoppiare. Senza trascurare il capitlo delle entrate fiscali: il fisco del Colorado, lo Stato americano che permette la vendita di marijuana, incassa circa 85 milioni di dollari. Per il Canada, che vanta un’economia 7-8 volte più grande ed una fiscalità più elevata, la prospettiva è di un aumento delle entrate nell’ordine dei 5-6 miliardi di dollari.
Queste cifre spiegano l’euforia che ha accompagnato la marcia della marijuana dalle promesse elettorali di Trudeau fino ai recenti sviluppi legislativi. Alla Borsa di Toronto è già quotata una pattuglia di una dozzina di produttori di cannabis venduta a scopo terapeutico che negli ultimi mesi ha isto salire le quotazioni dal 20 al 40% o, addirittura, del 90%. L’ammiraglia del settore, Canopy Wright (simbolo borsistico weed, che sta per erbaccia) vanta oggi una capitalizzazione di due miliardi di dollari dopo che il titolo, sotto la spinta della liberalizzazione è salito da 5,5 ad oltre10 dollari. E già si profila una stagione di fusioni e di acquisizioni anche all’estero, verso l’Australia e gli Usa, mercato assai più debole perché, in assenza di regole precise, si sono verificati non pochi abusi e truffe.
Anche in Canada l’iter della legge promette di esser contrastato, anche perché l’opinione pubblica è divisa: il 30 per cento è per il sì, il 36 è contro, il resto è indeciso. Lo stesso Trudeau, nel promuovere la liberalizzazione per i maggiorenni nuovi sbocchi di mercato. Secondo gli analisti, il giro d’affari non sarà inferiore ai 4,7 miliardi di dollari nell’ipotesi più pessimista, ma non si esclude che si possa arrivare a 8,9 miliardi di dollari senza tener conto dell’indotto. Se si considerano le ricadute sul turismo e sullo sviluppo dei laboratori la cifra può più che raddoppiare. Senza trascurare il capitlo delle entrate fiscali: il fisco del Colorado, lo Stato americano che permette la vendita di marijuana, incassa circa 85 milioni di dollari. Per il Canada, che vanta un’economia 7-8 volte più grande ed una fiscalità più elevata, la prospettiva è di un aumento delle entrate nell’ordine dei 5-6 miliardi di dollari.
Queste cifre spiegano l’euforia che ha accompagnato la marcia della marijuana dalle promesse elettorali di Trudeau fino ai recenti sviluppi legislativi. Alla Borsa di Toronto è già quotata una pattuglia di una dozzina di produttori di cannabis venduta a scopo terapeutico che negli ultimi mesi ha isto salire le quotazioni dal 20 al 40% o, addirittura, del 90%. L’ammiraglia del settore, Canopy Wright (simbolo borsistico weed, che sta per erbaccia) vanta oggi una capitalizzazione di due miliardi di dollari dopo che il titolo, sotto la spinta della liberalizzazione è salito da 5,5 ad oltre10 dollari. E già si profila una stagione di fusioni e di acquisizioni anche all’estero, verso l’Australia e gli Usa, mercato assai più debole perché, in assenza di regole precise, si sono verificati non pochi abusi e truffe.
Anche in Canada l’iter della legge promette di esser contrastato, anche perché l’opinione pubblica è divisa: il 30 per cento è per il sì, il 36 è contro, il resto è indeciso. Lo stesso Trudeau, nel promuovere la liberalizzazione per i maggiorenni ha ammesso che «oggi è troppo facile per i nostri ragazzi acquistare marijuana. Cambieremo la situazione». Ma la rotta ormai è decisa: il Canada, dopo l’Uruguay, dal luglio 2018 sarà la prima nazione a consentire l’uso della marijuana «per scopi ricreativi». E lo sballo in borsa è già cominciato.