Libero, 18 aprile 2017
Le banche popolari diventano impopolari
Missione compiuta. Via la vecchia classe dirigente i “cacicchi” locali, graditi a Matteo Renzi solo quando erano amici suoi dentro i grandi fondi d’investimento internazionali. E i manager a loro organici. Un cambio della guardia che sta già avendo effetto sull’economia italiana: in negativo, ovviamente.
I nuovi padroni del vapore sono gli stessi fondi, quasi sempre stranieri, che in molti casi stanno lucrando sulla vendita delle sofferenze bancarie i cosiddetti Non profit loan, in sigla Npl che tutte le ex-banche popolari, con la lodevole eccezione di quella barese (che non a caso per ora è rimasta popolare) hanno svenduto a due lire appunto ai fondi stranieri specializzati nel rivenderli lucrandoci somme favolose.
Stiamo parlando di colossi come Black Rock e Silchester, determinanti per il controllo di Ubi, con buona pace dei “nocciolini” di ancoraggio locali imbastiti alla bell’e meglio dai vecchi potentati che non conteranno più niente; o ancora della stessa Black Rock, che comanda in Banco Bpm (come si chiama il nuovo istituto nato dalla fusione tra Bpm e Banco popolare) insieme con Deutsche Bank, Axa, Pioneer, Vanguard, Standard Life e State Street, altri “bestioni” della finanza internazionale che giustamente se ne strafregano delle piccole e medie imprese padane e guardano solo alle plusvalenze da realizzare sulle loro partecipazioni. Non a caso, alla Bpm sta per essere messo in vendita un pacchetto di Npl per 700 milioni di euro, piatto ricco per i fondi avvoltoio.
Intendiamoci: non sempre i fondi avvoltoio coincidono con quelli azionisti delle banche. Ma la “comunità” d’affari è la stessa. Tra l’altro, chi siano i nuovi veri padroni di queste banche non si sa fino in fondo, perché la maggior parte di essi è rimasta sotto la soglia rilevante del 2% e di fatto, visti anche i ritardi nell’aggiornamento dei libri-soci consultabili dal pubblico, la loro identità diventerà nota agli uffici societari delle varie banche solo all’epoca dello stacco-dividendo.
Sta di fatto che un pezzo importante del mercato creditizio italiano, cioè del nostro risparmio almeno 200 miliardi di euro è passato sotto la regia del grande capitale straniero. La trasformazione in società per azioni di grandi banche ex-popolari in seguito alla riforma Renzi ha, come si prevedeva, sgretolato i vecchi assetti di controllo cooperativistici. E consolidato usi e costumi anglosassoni che oggi vanno ad esclusivo vantaggio di quegli stessi fondi: per esempio, e appunto, la svendita delle sofferenze bancarie. La stessa contro la quale un gruppo di politici ed economisti tra i quali Marco Vitale, Guido D’Amico, Giovanni Paglia, Gaetano Quagliariello, Biagio Riccio hanno lanciato l’idea del “giubileo bancario”, che il 19 aprile si discuterà al Senato (ma per ora solo in un dibattito, per quanto esista già una proposta di legge firmata appunto da Paglia): introdurre un incentivo fiscale per le banche che vendano ai loro debitori e non ai fondi speculativi le sofferenze, insomma estinguano il debito a fronte di un rimborso del 30% anziché accontentarsi del 18% che gli danno i fondi, i quali però poi rivendono le garanzie al doppio, strangolando le imprese e i privati debitori.
Marco Vitale ha lanciato una proposta in più, che dovrebbe, spera lui, salvaguardare «il ruolo agli azionisti minori» delle ex popolari «sulla base di un associativismo diffuso e rispettato» e l’ha riferita alle due banche venete sostanzialmente fallite Popolare di Vicenza e Veneto Banca dove pure comanderanno i fondi stranieri: «Si dia vita ad una holding partecipata dal fondo Atlante e da due cooperative bancarie (una per Popolare di Vicenza ed una per Veneto Banca) con voto capitario, holding che controllerà la Banca Spa che risulterà dalla fusione delle due banche venete ricapitalizzate dallo Stato»... Ma lo stesso economista riconosce che questo schema non sarà certo «apprezzato da JP Morgan e neanche dalla Banca d’Italia che, anzi, lo aveva impedito sino a quando il Consiglio di Stato non ha sancito l’illegalità di questo divieto».
Si è passati insomma dal rischio del micro-conflitto d’interessi che ha crivellato di buchetti, buchi e voragini alcune popolari le due venete, ma anche Banca Etruria per la voracità di alcuni potentati locali che pilotava l’azione miope e spesso disonesta del management, alla certezza di altri megaconflitti d’interessi: quelli dei fondi internazionali, che hanno solo a cuore la massima redditività dei propri investimenti e non certo l’effetto positivo dell’attività bancaria sul territorio.
Attenzione, però: non si deve credere che il cambio di rotta si veda subito, in queste banche, grazie al cambio dei capitani. Al contrario, saranno di regola i capitani vecchi che pur di restare al timone si prostreranno agli ordini dei nuovi. Come del resto hanno ben spiegato, a caldo, due degli amministratori delegati delle ex popolari passate ai fondi. Miro Fiordi, capo del Credito Valtellinese: «Forse la principale novità dovuta a questo passaggio è il rapporto più profondo che si è venuto a creare con i fondi», ha dichiarato un un’intervista, «i quali detengono circa il 30% del nostro capitale. È chiaro che adesso la relazione con questa fetta di azionariato venga maggiormente curata rispetto al passato». E Giuseppe Castagna, leader di Banco Bpm, gli ha fatto eco: «Il 70% degli azionisti sono fondi italiani ma per la maggior parte internazionali, con loro dobbiamo costruire un rapporto duraturo, perché sono i primi a poter garantire un futuro di crescita». Certo: come la crescita della lana sulle pecore, per tosarle meglio.
In tutto questo, il presidente dell’Associazione nazionale banche popolari Corrado Sforza Fogliani sta facendo il diavolo a quattro per ottenere che la legge Renzi-Boschi che ha imposto la trasformazione in Spa rientri nelle materie di cui si occuperà la nascente Commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche, nonostante il Senato l’abbia clamorosamente esclusa. Clamorosamente, perché all’epoca del varo della riforma, la Procura di Roma aprì un’inchiesta sull’ipotesi di un reato d’aggiottaggio dopo che il Presidente della Consob, Giuseppe Vegas, l’11 febbraio 2015 aveva riferito in Parlamento di «operazioni sospette a ridosso della riforma» da parte di intermediari finanziari, alcuni anche su asserite indicazioni di Carlo De Benedetti, l’ingegnere padrone di Repubblica, amico di Renzi e sostenitore della riforma stessa.
La Stampa il 24 giugno 2016 titolava: «Insider trading sul decreto banche, Pignatone sente Renzi come teste». Panorama nell’articolo del 27 luglio 2016 scriveva: «Matteo Renzi viene sentito come teste il 20 maggio 2016». E il Fatto del 24 giugno 2016, addirittura scriveva: «De Benedetti inguaia Renzi: inchiesta per insider trading». Effettivamente, ce ne sarebbe d’avanzo per includere la riforma nelle materie della Commissione d’inchiesta. E Renzi, a onor del vero, aveva dichiarato di non aver nulla da temere. Chissà perché allora i senatori del Pd in massa hanno votato no. «Da una parte, l’ex premier Renzi ha scritto di non avere scheletri nell’armadio e di auspicare l’allargamento dell’inchiesta alla legge contro le Popolari», ha sintetizzato Sforza Fogliani: «Dall’altra parte, il suo partito e il governo hanno votato contro l’allargamento. Il conto non torna e persistono dunque rafforzati i dubbi sul fatto che dietro la legge Renzi-Boschi vi siano le banche d’affari statunitensi ed i fondi europei ed americani per restringere il mercato del credito italiano ad un gioco tra oligopolisti e per impossessarsi, come già avvenuto, delle Popolari trasformate, con tanti saluti per i risparmiatori».