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 2017  aprile 18 Martedì calendario

La città perduta di Indiana Jones

Il vero Indiana Jones si chiamava Percy Harrison Fawcett e il prossimo mese saranno 92 anni dall’ultimo suo messaggio dalla giungla del Mato Grosso. George Lucas e Steven Spielberg non hanno mai ammesso di essersi ispirati direttamente a questo colonnello nato nel Devon, in Inghilterra, nel 1867, inviato in Brasile dal governo di Sua Maestà per esplorare luoghi sconosciuti; ma è evidente che sir Fawcett aveva molto in comune con l’archeologo giramondo della saga cinematografica. David Grann, scrittore del New Yorker, si è messo sulle sue tracce, ha raccolto testimonianze di indios e di studiosi sul campo, finendo per perdersi lui stesso nella giungla brasiliana; la sua esperienza è diventata un libro, che ha per titolo l’ossessione di Fawcett, The Lost City of Z, il mitico Eldorado che – secondo quest’uomo appassionato di archeologia ed esoterismo – doveva trovarsi esattamente dove, alla fine, è scomparso nel nulla. Ora il libro è diventato un film diretto da James Gray, appena uscito nelle sale americane – e già si parla di flirt tra il produttore Brad Pitt e la protagonista Sienna Miller (subito smentito dall’interessata).
L’ULTIMO VIAGGIO
Quando Fawcett si addentrò per l’ultima volta nella foresta tropicale, assieme al figlio e a un altro compagno d’avventure, non poteva certo dirsi un novellino. Era sopravvissuto per anni nella foresta cibandosi di bacche e radici, evitando le minacce di parassiti e bestie feroci; per questo la sua scomparsa suscitò ancora più clamore. Almeno cento spedizioni furono organizzate per ritrovarlo; ma nessuna ebbe successo. L’ultima fu proprio quella diretta da David Grann, il quale non riusciva a credere che l’ossessione di Fawcett – l’esistenza dei resti di una città costruita da una civiltà avanzata – fosse senza basi scientifiche.
Nel 1541, frate Gaspar Carvajal arrivò nella giungla dell’attuale Brasile proveniente dalle Ande, e raccontò dell’esistenza di indios dalla pelle bianca e di donne guerriere che ricordavano le mitiche amazzoni. Di qui il nome che venne dato alla regione. Una delle prime mappe del luogo riportava disegni di creature mostruose, come il minotauro; e fino all’epoca di Fawcett l’Amazzonia era uno degli ultimi luoghi del mondo di cui si sapeva ancora pochissimo. Ecco quindi l’esigenza, da parte della Royal Geographic Society, di finanziare le prime spedizioni sul luogo, a cui Fawcett decise di partecipare con entusiasmo.
Sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, si appassionò dei resoconti delle esplorazioni portate a termine dal suo conterraneo, e ne trasse ispirazione per un romanzo, The Lost World, in cui una carovana arriva in una terra sconosciuta del Sudamerica e trova una larga pianura dove esistono ancora animali estinti, come i dinosauri. Di certo anche da qui trovò materiale Michael Crichton (e poi il regista Spielberg), per Jurassic Park.
GLI INDIZI
Fawcett aveva trovato indizi – come iscrizioni antiche e manoscritti spagnoli – che potevano soltanto testimoniare l’esistenza, in epoca precolombiana, di una civiltà molto evoluta, come quelle dei Maya e degli Inca. Grann – nel suo libro diventato bestseller – si mette sulle sue tracce e riesce a trovarne le prove. Arrivato a Cuiabá, capitale del Mato Grosso fondata dai minatori ai tempi della corsa all’oro, comincia ad organizzare una spedizione per arrivare fin dove Fawcett era scomparso nel nulla. E subito capisce che, molto probabilmente, l’esploratore non è stato ucciso dai Kalapalo, ma da qualche altra tribù, come i Suyás o gli Aloique, o è morto di stenti. Le ossa ritrovate e sbandierate come i suoi resti sono soltanto un fake. I racconti di villaggi antichi con capanne molto più elaborate cominciano a incuriosirlo, finché Grann incontra un archeologo, Michael Heckenberger, dell’Università della Florida, che gli rivela di essere sempre stato affascinato dalla figura di Fawcett, e di non aver mai digerito l’idea che la sua città perduta fosse soltanto un miraggio. Così, mostra il frutto dei suoi studi sul campo. Un enorme fossato, scavato per ragioni difensive circa novecento anni fa, che i nativi credevano fosse stato «costruito dagli spiriti». Heckenberger mostra i contorni di questa fortificazione e mostra dove si trovava, un tempo, un’alta palizzata di legno. «Sì, ci troviamo esattamente dove esisteva un grande insediamento», dice l’archeologo. Che parla di una città con grandi strade, ponti, canali. Poco è rimasto, perché non si tratta di opere in pietra. Ma esistono almeno altri venti siti di questo tipo, di epoca pre-colombiana. Città difese da due, tre fossati, a cerchi concentrici, e orientati secondo i punti cardinali. Insomma, Fawcett aveva ragione. Ma non è riuscito a vivere il tempo necessario per provarlo.