il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2017
Il jihad colpisce i copti, ma il vero obiettivo è Al Sisi
Poco prima degli attentati di Tanta e Alessandria l’ambasciata italiana al Cairo mi invia un sms: “Allerta sicurezza, massima cautela, evitare manifestazioni, celebrazioni e luoghi affollati”. È il segno – risaputo, per chi vive in Egitto – che in questo paese nessun cittadino può abbassare la guardia. Ma è anche il segno che, non potendo colpire il potere, il terrorismo islamico sceglie come suo bersaglio i copti.
Attenzione quindi a non alludere frettolosamente a un “caso cristiano” o addirittura a un “conflitto interconfessionale”. Qui siamo di fronte a un’evidenza assai più drammatica: la matrice simbolica dell’attacco ai copti nasconde – e in pari tempo svela – una matrice nient’affatto simbolica: che il vero bersaglio è Al Sisi.
Nell’interpretare il duplice attentato non si può dunque evitare questa macabra associazione: Isis e le sue falangi sinaiche penetrate fin al di là della penisola scelgono concretamente vittime facili per colpire simbolicamente bersagli difficili o inarrivabili. O per meglio dire, affondano i loro attacchi nel cuore debole del paese – umili rappresentanti dell’ordine, cristiani e cittadinanza comune – per inviare un messaggio al vero nemico giurato: Al Sisi.
Una strategia di morte che si iscrive, per quanto tragicamente, nel duplice quadro dell’azione regionale di devastazione delle entità statuali promossa dal califfato da una parte e dell’azione nazionale di rappresaglia per la destituzione del presidente Morsi dall’altra.
Pur discutibile nelle sue misure di contenimento della cosiddetta fitna – il caos e l’anarchia di cui l’Egitto, come l’intero Medioriente, sono facili prede – Al Sisi resta infatti con tutta evidenza il solo baluardo contro l’ascesa integralista e jihadista nella regione. E questo non incontra né la simpatia delle frange armate dispiegate da anni nel Sinai, come avanguardia Daesh in terra faraonica, né tantomeno quella del redivivo e sempreverde universo – fittamente intrecciato a quest’ultima – dei sedicenti “moderati” che nella Fratellanza musulmana trovano il loro alveo teorico e nella galassia jihadista il proprio braccio armato. Gli attentati vanno dunque inquadrati in tale contesto.
D’altra parte l’uomo forte del Cairo l’aveva annunciato già anni fa: il tributo di sangue alla lotta contro l’islamismo radicale non può che rischiare di essere estremamente alto.
Oggi lo pagano i copti, domani lo pagheranno altri sventurati agenti dell’ordine dispiegati tra le falde del Sinai o lungo i posti di blocco cairoti. Ma la partita, che si è inaugurata con la sfida a quelli che la stragrande maggioranza degli egiziani considera i “disvalori fondanti” dell’Islam politico e integralista, non può che essere combattuta fino in fondo.
Certo, una prudenziale e approssimativa sospensione della Realpolitik vorrebbe che un simile scenario non si presentasse. Che per far fronte al fenomeno del global-jihadismo non fosse richiesto il pugno di ferro. E che un concetto radical-chic della “democrazia” potesse essere applicato al paese dei faraoni come lo si applicherebbe senza battere ciglio alla Svezia o alla Danimarca. Ma questo è il Medioriente, bellezza, verrebbe da replicare. E di fronte alla drammaticità del contesto non resta che l’alternativa fra il male e il peggio: tertium non datur.
Gli attacchi ai copti rientrano nell’economia spietata di questo fronte contro fronte senza esclusione di colpi. “O con noi o con il terrorismo” avrebbe avventatamente detto qualcuno un tempo. Slogan raccapricciante, ma che nel difficilissimo contesto mediorientale suona come un imperativo lacerante: laddove il “minore dei mali” è e resta comunque un male, pretendere astrattamente che il bene della democrazia senza difetti possa affacciarsi come soluzione è una dolce e impraticabile chimera.