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 2017  aprile 18 Martedì calendario

Boncompagni, quel teppista mai cresciuto né invecchiato

L’appuntamento era a pranzo, in un ristorante del quartiere Prati, a Roma. Antonio Padellaro e io lo trovammo già lì fuori dal locale, con gli zoccoli ai piedi scalzi e una ragazza accanto (“una mia allieva”). In una telefonata di qualche giorno prima, la nostra dose settimanale di cazzeggio, era nata l’idea di una rubrichina sulFatto: “L’unico giornale che leggo: sai, io sono comunista”. “Ma il Fatto non è comunista”. “Ah no? Mi era sembrato. Vabbè, lo leggo e ci scrivo lo stesso”. Antonio e io eravamo imbarazzati: “Siamo un giornale povero, i compensi non saranno granchè”. E lui: “Allora mi sta benissimo: l’unica condizione che vi pongo è di non essere pagato, così scrivo ciò che voglio, quando voglio e della lunghezza che voglio. E voi pubblicate e censurate quando volete”. “Ma noi non censuriamo”. “Vabbè, ma se volete censurare mi sta bene lo stesso”.
La chiamò Complimenti per fare il verso al giornalismo pomposo, cerimonioso, governativo, imparruccato, impettito, quello dell’ottimismo obbligatorio che ammanta le più ferali notizie con l’aria sorridente del lieto evento, insomma il giornalismo leccaculo. La mandava ogni giorno e, siccome era distratto, anche due volte al giorno. Si faticava a stargli dietro. Il guaio è che c’era sempre qualche lettore poco spiritoso che lo prendeva sul serio (per far ridere bisogna essere serissimi). Tipo quando propose – nella rubrica o in una scintillante apparizione alla nostra festa del 2012 alla Versiliana – la pena di morte per chi partecipava al festival di Sanremo, l’arresto di Patti Pravo “e di tutti quelli che vogliono tornare”, la deportazione a Guantanamo per Bruno Vespa e i suoi plastici, il 41-bis per “tutti quelli di Rete4 dalle segretarie ai dirigenti”, la fucilazione per don Matteo davanti al cavallo di viale Mazzini, l’ergastolo per Montalbano, o quando si candidò a presidente della Rai per un giorno “per licenziare l’80 per cento dei dipendenti: ne bastano venti, però bravi”. Poi un giorno interruppe la rubrica e non ci fu verso di fargliela riprendere. Gli era venuta a noia “e quando l’autore si annoia deve smettere subito per non annoiare pure gli altri”. Bonco era fatto così: un teppista mai cresciuto e mai invecchiato, che non prendeva nulla sul serio, tantomeno se stesso.
Alla prima del mio recital È Stato la mafia, febbraio 2013, si presentò con Raffaella Carrà avvolto in un montgomery rosso e, appena sotto il tendone del Gran Teatro, inforcò un paio di occhialoni col nasone finto da Carnevale per fare una sorpresa alla sua ex Isabella Ferrari. La Carrà, imbottita come Totò e Peppino alla stazione di Milano, mi prese da parte: “Ma è vero che lo spettacolo è all’aperto, col freddo che fa?”. E io: “Ma no, tranquilla, è al coperto”. “Mannaggia a Gianni, mi ha detto così per farmi vestire da Polo Nord”. Una volta mi invitò a una zingarata: “Io e Arbore andiamo per negozi di arredi sacri vicino al Vaticano, vieni?”. Non capivo. “Entriamo nel negozio vestiti da preti, chiediamo al tipo di vedere un crocifisso allegro. Quello ce li tira fuori tutti, ovviamente tristi. E noi, visto anche l’ultimo, ce ne andiamo sconsolati, lasciandolo con un palmo di naso: ‘Avevamo detto allegri, lei li ha tutti tristi, sempre col Cristo che muore: via, un po’ di fantasia!’”. Cinque anni fa, alla festa per i suoi 80 anni, era gradito l’abito talare e infatti la gran parte degli invitati (c’erano tutti: Arbore, Carrà, Marenco, Laurito, D’Agostino…) si presentarono vestiti da prete, frate, suora, vescovo e cardinale: lui era il papa, in perfetta uniforme bianca, con tanto di zuccotto, mantellina e pastorale. Aulico, solenne e benedicente nella sua casa vicina a quella di Raffaella, celebre per il gigantesco freezer pieno di cibi surgelati. “Marco, ma ti sei vestito da Travaglio!”. “Non ho fatto in tempo a noleggiare il costume”. “Allora mi fai da sacrestano”.
A leggere la sua biografia si rimane impressionati. I programmi che ha inventato (tutti basati sul nulla cosmico, tutti cazzate-cazzoni-cazzeggio, i più difficili perché a recitare son buoni tutti, lì invece si trattava di improvvisare). Le canzoni che ha scritto (da “Non basta sai” e “In mezzo ai guai” – esordi discografici del giovanissimo Renato Fiacchini, da lui ribattezzato Zero – a “Il mondo” di Jimmy Fontana, da “Ragazzo triste” di Patti Pravo a “Tuca tuca” e “Tanti auguri” di Raffa). I personaggi che ha lanciato (la Ferrari, la Bonaccorti, Fazio, Faletti, Ambra, la Gerini, la Impacciatore, la Grimaudo, le sorelle Boccoli, più tutti quelli che ha valorizzato e i personaggi nati dal connubio con Arbore e dalla collaborazione con Giancarlo Magalli, Carlo Freccero e Irene Ghergo). Talent scout involontario, artigiano maniacale della tv senza farsene accorgere perché tutto doveva apparire spontaneo e naturale, Bonco era una specie di Leo Longanesi dello spettacolo: un inesauribile catalizzatore, donatore e dispersore di idee, trovate, talento, ironia, sarcasmo, frizzi, lazzi, battute, gag, tormentoni, moccoli e smorfie da cui tutti pescavano a piene mani, rubando senza pagare i diritti. Sempre in fuga dalla noia, sempre a caccia di scacciapensieri per divertirsi e dunque divertire. Qualità rare anche nella Rai dei primi 60, non ancora infestata dai raccomandati e dalla “mignotteria”, dove entrò per concorso (allora si usava così) come programmatore di musica leggera insieme al suo gemello diverso Arbore.
Figurarsi nella Rai di oggi, che i tipi come lui li considera pericoli pubblici: per leso conformismo, leggerezza molesta, ironia dolosa ed eccesso di fantasia. Infatti non lo facevano lavorare da 10 anni. “Ogni tanto mi viene l’idea di un programma, ma non so con chi parlarne e lascio perdere. L’ultima volta che ne ho proposto uno, un funzionario mi ha risposto ‘Le faremo sapere’. Mai più sentito”. Come si chiamava, il funzionario? “Il nome mi sfugge. E temo sfugga anche a lui”. L’idea di andarsene il giorno di Pasqua poteva venire solo a lui. Così come quella di buttare lì in un’intervista il suo epitaffio preventivo: “Quando morirò, l’unica cosa che mi mancherà sarà la musica classica: quando uno è morto, mica la può sentire”.