18 aprile 2017
APPUNTI PER OGGI - LE ELEZIONI IN TURCHIA (TUTTO DAL CORRIERE DELLA SERA)ISTANBUL Dopo un primo momento di smarrimento per il margine ridotto nella vittoria al referendum costituzionale, che ha trasformato la Turchia in una Repubblica presidenziale, Recep Tayyip Erdogan ha recuperato la proverbiale grinta e, atterrato ad Ankara, si è presentato davanti a una folla osannante
APPUNTI PER OGGI - LE ELEZIONI IN TURCHIA (TUTTO DAL CORRIERE DELLA SERA)
ISTANBUL Dopo un primo momento di smarrimento per il margine ridotto nella vittoria al referendum costituzionale, che ha trasformato la Turchia in una Repubblica presidenziale, Recep Tayyip Erdogan ha recuperato la proverbiale grinta e, atterrato ad Ankara, si è presentato davanti a una folla osannante. Le critiche degli osservatori dell’Osce e del Consiglio europeo, che hanno denunciato pesanti irregolarità nel voto e una campagna elettorale tutta per il sì, sono state rispedite al mittente: «L’Osce stia al suo posto» ha detto il presidente turco tra gli applausi e le bandiere sventolanti. «Alcuni Paesi in Europa — ha aggiunto — hanno fatto campagne contro questo voto più della stessa opposizione turca, con uno spirito da crociati». E ha annunciato un referendum sull’adesione all’Unione Europea ribadendo anche quello, ventilato ieri, sull’abolizione della pena di morte. Cappotto grigio contro la pioggia, Erdogan ha fatto il segno delle quattro dita, imitato dai suoi sostenitori. «Ricordate: un Paese, una lingua, una bandiera e un popolo».
Le polemiche, però, non accennano a placarsi. Nonostante l’Alta Commissione elettorale (Ysk) abbia ribadito la validità del voto, cioè la vittoria dei sì con il 51,41% contro il 48,59% dei no, i partiti dell’opposizione ne chiedono l’annullamento per irregolarità. «C’è un solo modo per uscire da questa situazione — ha detto il vicepresidente del Chp Bülent Tezcan — ed è che la Commissione elettorale ripeta il voto. Sono state considerate valide schede non vidimate e non era mai successo prima». Un giudizio appoggiato dagli osservatori internazionali che hanno denunciato, in una nota, «violazioni che contravvengono agli standard Osce, a quelli europei e agli obblighi internazionali sulla libertà e l’equità del voto».
Al di là della retorica il voto dà sicuramente più di una preoccupazione all’Akp che, insieme ai nazionalisti dell’Mhp, ha perso circa il 10% dei consensi. Non solo. I no hanno prevalso a Istanbul, Ankara, Smirne ma anche in altre importanti città come Antalya, Adana e Mersin dove si concentrano la maggior parte delle attività industriali, turistiche, culturali. In pratica a bocciare la riforma è stata la parte più colta e aperta al mondo del Paese. In apparenza Erdogan, però, va dritto per la sua strada. Il Consiglio di sicurezza nazionale ha già annunciato il prolungamento dello stato di emergenza che scadrà domani. E il 27 aprile Recep Tayyip Erdogan si appresta a tornare alla guida del partito, ruolo che aveva dovuto lasciare nel 2014 per l’obbligo di neutralità dato dalla carica di presidente. Con la riforma il divieto cade. Solo il primo effetto del sì di domenica al referendum .
Monica Ricci SargentiniTANA DE ZULUETA
istanbul È stanca Tana De Zulueta quando risponde al telefono da Ankara dopo una giornata campale passata a spiegare perché il voto di domenica in Turchia non si è svolto in modo regolare. «Siamo arrivati qui il 17 marzo noi osservatori della missione Osce/Consiglio d’Europa» racconta l’ex parlamentare italiana a capo della missione. «L’invito è partito dal governo turco come sempre accade in questi casi — continua con un vistoso accento straniero che rivela le sue origini (è figlia di padre spagnolo e madre inglese) —. Anche durante la campagna elettorale non abbiamo incontrato ostilità al nostro lavoro. Diciamo che, rispetto al passato, i problemi questa volta ci sono stati proprio il giorno delle elezioni».
Cos’è successo ai seggi?
«In tutto c’erano 60 osservatori sul territorio turco, tra cui anche alcuni parlamentari del Consiglio d’Europa. Ci sono state difficoltà con i presidenti dei seggi per l’accesso allo spoglio, soprattutto nel Sudest ma anche a Istanbul. Ma la vera irregolarità è l’altra».
Si riferisce al timbro sulle buste elettorali?
«Esattamente. La legge prevede che, nel momento in cui le schede e le buste vengono contate dai membri del seggio, vengano anche timbrate. Il materiale di voto non timbrato non è ammesso. Invece la Commissione elettorale ha deciso il contrario alle quattro del pomeriggio, quando lo spoglio stava per cominciare, andando contro la legge e inficiando lo scrutinio».
E ora cosa succederà?
«La Commissione ha detto che non è possibile rintracciare le schede non timbrate e ha escluso la possibilità di ogni ricorso. La sua decisione è inappellabile quindi rimane solo la possibilità di un ricorso in sede internazionale, forse alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Noi rimarremo qui fino a sabato per capire il da farsi. Intanto aspettiamo la risposta del governo che incontriamo domani».
Guardi che il governo ha già detto che siete prevenuti e Erdogan vi ha invitato a non impicciarvi.
«La Turchia fa parte dell’Osce e del Consiglio d’Europa, e alla nostra valutazione si sottopongono tutti i Paesi membri».
Quali sono stati gli altri punti di criticità?
«È stata una campagna estremamente diseguale. Sui media la parte del sì ha avuto un vantaggio schiacciante. Non solo, la legge riconosce la possibilità di fare campagna elettorale soltanto a 10 partiti. Questa restrizione l’abbiamo ritenuta impropria. Abbiamo potuto dimostrare l’uso di mezzi dello Stato da parte della campagna del sì e una capacità di spesa del tutto sproporzionata. E poi lo stato d’emergenza ha ristretto le libertà fondamentali. L’enorme numero di persone licenziate, i giornalisti in carcere. Non c’è stata possibilità di comunicare liberamente. E poi c’è il problema di indipendenza della magistratura che ha la responsabilità di gestione della macchina elettorale. Troppi giudici hanno perso il lavoro in questi mesi. Non si può pensare che non conti».
Mo. Ri. Sar.ELISABETTA ROSASPINA
C on o senza l’approvazione dell’Osce, con o senza l’appoggio di tutto l’Akp, il suo partito, conservatore e islamista, Recep Tayyip Erdogan può finalmente guardare avanti: non ci sono, o perlomeno lui non vede più ostacoli fra sé e il giorno in cui il suo volto oscurerà finalmente quello di Mustafa Kemal Atatürk, come (ri)fondatore della patria. Dopo quasi 15 anni al potere, fino al 2014 come primo ministro e poi come presidente, e dopo un brusco voltafaccia alle regole della democrazia, non gli mancano nemmeno sei anni per arrivare al 2023, l’atteso centenario della Repubblica, alla testa di una nazione che avrà nei fatti, anche se non nelle parole, cancellato i principi e i valori dell’antico padre della patria, cui resterà come riconoscimento forse soltanto il nome dell’aeroporto internazionale di Istanbul. Del resto qualche avvisaglia era all’orizzonte già più di vent’anni fa, se già nel 1996 Erdogan sosteneva senza arrossire che «la democrazia è un mezzo ma non un fine: come un tram, da cui si scende quando si è arrivati a destinazione».
La vittoria di misura al referendum sulla Costituzione l’ha probabilmente sorpreso, poiché nessun sondaggista che tenga al proprio benessere si sarebbe arrischiato a indisporre il comandante in capo prospettandogli un risultato poco lusinghiero. Ma l’esito insoddisfacente non pare averlo scoraggiato: con il 51% o il 90% dei sì, il risultato per lui non cambia, perlomeno sul piano personale. Ha ottenuto dai turchi i poteri che gli servivano per blindare il suo avvenire per un’altra dozzina d’anni, cioè un altro paio di mandati, e per trattare l’Unione Europea dall’alto in basso: almeno agli occhi del suo popolo. Cui ha già dimostrato di detenere le chiavi della diga che minaccia l’Europa orientale, controllando le frontiere da cui arrivano i disperati in fuga dall’incendio in Medio Oriente e, quel che è peggio, da dove passano i foreign fighters di ritorno dai fortilizi pericolanti dell’Isis in Siria e in Iraq. Il suo governo assoluto, senza nemmeno più l’intralcio di un primo ministro più o meno docile ai suoi voleri, piace ai mercati, ha subito rafforzato la lira turca (anche se solo provvisoriamente), e piace alla Turchia tradizionalista e patriarcale che si è sentita per troppo tempo disprezzata dalla borghesia kemalista e laica. Come lui, negli anni dell’infanzia e della giovinezza, prima ancora che avesse il tempo di immaginarsi uomo politico, quando nel quartiere popolare di Kasimpaşa, a Istanbul, sognava piuttosto, per sé, un futuro da calciatore professionista.
Il destino, e suo padre, avevano ben altro in serbo per il sultano in erba: l’iscrizione all’unico liceo religioso della città, dove si formavano gli imam, i primi passi nel movimento islamico anticomunista dell’Mttb (l’Unione nazionale degli studenti turchi), l’incontro con il suo mentore, Necmettin Erbakan, capo del governo fra il 1996 e il ’97, e con la sua visione dell’Islam in senso politico e la sua contrapposizione all’Occidente e al pericolo di occidentalizzazione della Turchia. Ma era ancora molto, troppo presto per mettere in discussione la figura di Atatürk, gli ideali di cui l’eroe nazionale aveva impregnato il Paese nella sua marcia verso la modernità, la parità sessuale, la supremazia dello Stato sulle organizzazioni religiose e sulle imposizioni degli imam. Occorreva smantellare piano piano le regole kemaliste, come il divieto del velo per le donne nei locali pubblici. Ma ci volevano tempo, pazienza e un tram chiamato democrazia. Che ora sembra arrivato al capolinea.
La pazienza di Erdogan, invece, è finita un po’ prima: quando ha avuto il primo sospetto che, a intralciare i suoi piani, provvedesse dalla Pennsylvania il predicatore e suo ex alleato Fethullah Gülen, nemico numero 1 dopo aver contribuito forse a svelare diversi casi di corruzione nell’Akp. La rivolta di Gezi Park, nel 2013, un anno prima che diventasse presidente, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e virare verso un autoritarismo non più sommesso la linea di governo: come gli aveva insegnato suo padre, Ahmet Erdogan, capitano di Marina, un buon capo di famiglia si vede dal polso. E Recep Tayyip non l’avrebbe deluso, né dentro né fuori casa: avrebbe rifondato la nazione, sui tre pilastri della religione, della nazione e della famiglia; sarebbe diventato il nuovo padre riconosciuto della Turchia. Il fallito golpe del 15 luglio scorso si è rivelato un’opportunità: quella di sbarazzarsi di militari, magistrati, funzionari pubblici e giornalisti, insubordinati, ingrati e irriverenti. Dopo l’epurazione di 130 mila turchi, nelle carceri il «no» ha vinto con l’80%.
DANILO TAINO
I n ore cruciali per Erdogan — vincitore di un soffio del referendum costituzionale ma indebolito all’interno e isolato all’estero — l’Europa deve ora prendere decisioni di non minore portata. Già dalle prime reazioni di ieri si capisce che non è detto ci riesca. Così come una strategia europea verso la Turchia non c’è da anni, sostituita da considerazioni nazionali, non è scontato che ci sia ora. Il problema è il sentiero strettissimo che ormai c’è tra l’opposizione alla svolta autoritaria di Ankara e le considerazioni politiche e geopolitiche rispetto a un Paese che ha in corso negoziati (fasulli) per entrare nella Ue, fa parte della Nato e di altre organizzazioni dell’Occidente e ha una posizione geografica chiave. Abbandonarlo a se stesso? Oppure aiutare la metà di turchi che vuole la democrazia? E come? Il governo di Berlino non vuole perdere la Turchia. In un comunicato congiunto — fatto non usuale — Angela Merkel e il ministro degli Esteri Sigmar Gabriel hanno detto che rispettano le scelte elettorali ma «i risultati del referendum mostrano come sia divisa profondamente la società turca e ciò comporta una grande responsabilità per la leadership turca e per il presidente Erdogan personalmente». La porta è stretta ma non chiusa. Sulla stessa posizione l’Italia e la Francia. Il presidente François Hollande ha però sottolineato che, se un altro referendum decidesse la reintroduzione della pena di morte, i colloqui di adesione alla Ue andrebbero interrotti. Scelta che per l’Austria invece andrebbe forse fatta già oggi: lo ha sostenuto il ministro degli Esteri di Vienna, Sebastian Kurz. Il cartamodello turco seguito finora dagli europei rischia di confermarsi: più che con una strategia, si prendono decisioni sulla base di considerazioni di consenso interno. Berlino e Parigi, che verso Ankara hanno tenuto in piedi per anni una finzione di apertura ma ostacolando passi avanti nelle trattative, hanno grandi responsabilità. Nelle prossime ore e giorni si vedranno le posizioni degli altri Paesi, ma trovare all’improvviso una strategia non sarà facile. Sullo sfondo, tre problemi politici e un guaio inatteso. Primo, una rottura con Erdogan rischierebbe di fare saltare l’accordo sui rifugiati fortemente voluto da Merkel, con la conseguente riapertura di una crisi di immigrazione nella Ue. Poi, quello turco è il secondo esercito della Nato, dopo quello americano: come comportarsi con un alleato militare con il quale si litiga continuamente? E che pressioni fare su Trump che già ama poco la Nato? Terzo, la questione della svolta autoritaria e repressiva, che la Ue non può spazzare sotto al tappeto. Infine, il guaio inaspettato è che i turchi residenti in Europa hanno votato per il sì a Erdogan con percentuali altissime (in Germania più del 63%, secondo fonti di Ankara). È un grande intreccio, tra scelte sui valori e geopolitica, per cercare di tenere aperta la porta della democrazia in Turchia.
FRANCO VENTURINI
U n referendum sul ritorno della pena di morte. Un referendum che, in caso di successo della proposta del Sultano, vieterebbe automaticamente l’adesione della Turchia alla Ue.
Può darsi che Erdogan insista sul nuovo referendum per ragioni esclusivamente di politica interna, sapendo bene che le speranze di una adesione turca alla Ue sono ridotte al lumicino. Ma il segnale lanciato dal Super-Presidente a poche ore dal voto di domenica dovrebbe comunque far riflettere le capitali europee, soprattutto quelle che Erdogan ha tacciato di propensioni naziste e fasciste (ora preferisce prendersela con i «crociati», come i jihadisti) al solo scopo di mobilitare i suoi elettori nazionalisti. Offese e pena di morte, non è questa la Turchia cui l’Europa deve aprire le porte o che può scegliersi come garante ben retribuito del contenimento dei migranti. L’occasione delle «diverse velocità» europee, se le elezioni francesi non la vanificheranno e se nuove politiche nasceranno davvero nel segno di una avanguardia unitaria, deve trarre dai propositi di Erdogan le ragioni fondanti di una nuova e diversa strategia verso Ankara: meno arrendevole, meno vincolata da impegni presi (erroneamente) in condizioni del tutto diverse, e forse proprio per questo più reciprocamente utile.
Un cammino del genere non si percorre in un giorno, ed è comprensibile che l’Europa, per ora, resti alla finestra. Mentre il ministro degli Esteri austriaco reclamava ieri l’interruzione immediata dei negoziati di adesione (sin dall’inizio Vienna ha mal visto le trattative con Ankara, ma poi sui migranti ha dovuto adeguarsi all’emergenza del momento), a Berlino prevaleva una maggior cautela probabilmente condizionata dalla presenza in Germania di quattro milioni di turchi e dall’avvicinarsi delle elezioni di settembre. Ribadito l’ovvio, cioè che spetta ai cittadini turchi il diritto di scegliere il sistema costituzionale della Turchia, Angela Merkel ha preferito sottolineare le «grandi responsabilità» cui dovrà ora far fronte Erdogan per riconciliare il suo popolo profondamente diviso. Un appello che in forme diverse è stato lanciato da tutte le cancellerie occidentali, ma al quale il politico Erdogan è sempre stato, sin qui, poco sensibile.
E quanto alla Nato, è stato ancora il ministro degli Esteri tedesco Gabriel ad invocare prudenza, ricordando che la Turchia (che dispone oggi del secondo esercito dell’Alleanza dopo quello statunitense) non fu allontanata nemmeno ai tempi della dittatura militare, all’inizio degli Anni 80, perché prevaleva la volontà di non spingerla nelle braccia dell’Urss. Preoccupazione meno valida oggi che la Turchia rischia di ritrovarsi piuttosto nelle braccia dell’islamismo mediorientale, ma anche la Nato sembra essere disorientata, oltre che dalla necessità di coprire il suo fianco sudorientale, dalla nevrotica politica estera attuata da Erdogan negli ultimi anni. Prima complice dell’Isis per mezzo della porosità del confine con la Siria e dei traffici di petrolio, poi nemico giurato dell’Isis a seguito degli attentati islamisti e delle pressioni Usa. Prima sostenitore di Assad, poi suo implacabile avversario. Prima in freddo con la Russia fino al punto da abbattergli un cacciabombardiere, poi di nuovo amico di Putin dopo la caduta di Aleppo e ora in rapporti tesi con Mosca per l’approvazione data da Ankara ai cinquantanove Tomahawk sparati da Trump contro Assad. Prima in trattative di pace con i curdi, poi di nuovo in guerra con loro alla luce di ripetuti attentati e più ancora della insidiosa alleanza americana con i curdi siriani dell’Ypg. Prima pilastro dell’alleanza sunnita contro l’alawita Assad, poi amico della Russia e indirettamente dell’Iran che nella circostanza appoggiano la causa sciita.
Erdogan non si pone molti problemi di coerenza, ma ha molte non sopite ambizioni di grandezza che rinviano all’impero Ottomano e con le quali l’Occidente, Nato in testa, non ha mai voluto fare davvero i conti.
Il post-referendum ci dirà se il momento di cambiare rotta è venuto. L’opposizione è uscita rinfrancata dalla prova delle urne, arriva a reclamarne l’annullamento per le irregolarità riscontrate anche dall’Osce, ma sarà Erdogan, che resta senza rivali al suo livello, a decidere se la Turchia vorrà dare davvero l’addio all’Occidente. La speranza è che ciò non accada. Ma se dovesse accadere, l’Occidente non dovrebbe voltarsi dall’altra parte come ha già fatto sin troppo spesso.