Gazzetta dello Sport, 18 aprile 2017
La morte di Gianni Boncompagni
Boncompagni è morto il dì di Pasqua, in età di 84 anni, e mi dispiace, e magari ci sono ragazzi che non lo hanno mai sentito nominare - i 14-15enni, direi - perché era un pezzo che non faceva niente per la televisione. Genio assoluto del piccolo schermo e della radio, e quindi, come càpita, parecchio incompreso. Mi chiedono, dalla Direzione del giornale, di indicare un possibile discepolo, e non mi viene in mente niente, essendo la cifra di quello che pensava e faceva talmente originale... Non che manchino talenti di prim’ordine, che potrebbero essergli artisticamente parenti, forse Cattelan, forse il cuoco Alessandro Borghese, forse Pif, forse Costantino della Gherardesca, forse (soprattutto) Fiorello. Il fatto, però, è che questi stanno alla ribalta, mentre Gianni stava dietro la ribalta e concepiva i programmi e moveva i suoi burattini e le sue burattine con la mano di ferro che solo chi ha lavorato con lui conosceva, mano di ferro e simpatia. Un padre severo che aveva reso il cazzeggio un’arte. Anche in Alto gradimento: era alla ribalta per modo di dire, lasciava volentieri il campo ad Arbore.
• Raccontiamo la vita.
Era di Arezzo, anno 1932. «Nella mia città, Arezzo, negli anni Cinquanta non c’erano nemmeno i semafori. Erano tutti comunisti e si sposavano tutti in chiesa». A 18 anni andò in Svezia, si innamorò di una svedese, la sposò, ci fece tre figlie, dopo otto anni la storia finì e se ne tornò in Italia. Fece carte false per portarsi le figlie in Italia e ci riuscì. Se le tirò su da solo, e le figlie, quando noi cronisti chiedevamo qualcosa sul loro padre, rispondevano che era stato, appunto, severo e simpatico. «Spesso facevo lo chaperon agli italiani importanti che arrivavano. Quando Salvatore Quasimodo venne per il Nobel lo accompagnai dovunque. Musei, gallerie. Alla fine, distrutto, mi disse: “Ma qua non si fotte?”».
• Che successe al ritorno in Italia?
Si mise con Arbore, e i due fecero insieme due programmi celebri della radio, prima Bandiera gialla (1965-1970), poi Alto gradimento (1970-1976, con una ripresa alla fine del decennio). Alto gradimento è la vera rivoluzione. Fino a quel momento, per radio, s’erano sentite solo voci impostate, dizioni perfette che risuonavano in studi silenziosissimi. Io a casa immaginavo che gli speaker fossero tutti in smoking. L’attenzione al lessico era maniacale. Partì la trasmissione e Boncompagni, nel primo minuto, lesse l’«Elenco delle parole sconsigliate», che veniva distribuito a tutti i conduttori (il direttore generale era Ettore Bernabei): sudore, inguine, amante, ernia, piedi, divorzio, membro.
• Che successe?
Niente. «Però i primi giorni tutti in via del Babuino mi consideravano come un marziano. Anche Corrado mi guardava allibito». Alto gradimento era un concentrato del boncompagnismo-arborismo: cazzeggio, tormentoni, passione per il deforme. Arbore trasferì poi quell’esperienza nei due programmi televisivi cult della metà degli anni Ottanta, cioè Quelli della notte e Indietro tutta. Boncompagni approdò invece a Non è la Rai, trasmissione capolavoro, che il primo anno venne condotto dalla Bonaccorti, il secondo da Bonolis e il terzo da nessuno. Un centinaio di ragazzine, la cui leader era Ambra Angiolini, che Boncompagni guidava passo passo avendole ficcato un auricolare nell’orecchio, facevano tutto da sole, cantavano, ballavano e, naturalmente, cazzeggiavano. I cattolici erano furibondi, ma a torto. Nessuno ha più saputo ricreare - con ingredienti minimi («l’eccezionalità delle ragazze sta nel fatto che sono normali») - quella freschezza, quell’inno alla gioventù. Ascolti monstre, folle di adolescenti che aspettavano le ragazze fuori dagli studi del Centro Palatino, a Roma. La De Filippi, a confronto, manda in onda roba di impressionante grevità.
• C’era la questione che a lui piacevano le ragazzine.
Sì, ci scherzava sopra. «Non posso andare con quelle della mia età perché sono tutte morte». Claudia Gerini, Raffaella Carrà, Isabella Ferrari. All’epoca di Non è la Rai
andai a casa sua. «I cattolici la attaccano. “Vengano qui a vedere come lavoriamo e cambieranno idea. Del resto, i cattolici che vogliono? Sono i principali responsabili della rovina del paese”. Lei è un mangiapreti? ”Sì”. Per chi vota? ”Ho sempre votato comunista”. Si sente un artista? ”Ma per carità”. Chi fa televisione non è un artista? ”No, assolutamente. In televisione passa solo robaccia. Che si divide in due categorie: robaccia con ascolti alti e robaccia con ascolti bassi”. Non è la Rai è robaccia? ”Come tutto il resto. Un programma patinato, pulito. Ma quanto a contenuto, è vuoto”. Dicono di lei: è un genio che non si impegna. ”Non sono un genio, risolvo solo i problemi velocemente”. E perché non si impegna? ”Perchè sono pigro. E poi su che cosa dovrei impegnarmi? Le cose per cui vale la pena impegnarsi sono altre”». Una volta gli dissi che lo avrei visto bene a dirigere Rai Educational. Mi rispose che lo avrebbe fatto di corsa.
• Era colto?
Molto colto, e si lamentava dell’ignoranza dei giovani, sosteneva che a scuola bocciavano troppo poco. Parlava tre lingue, e se la cavava bene col latino. Aveva il ritratto di Mahler a capo del letto, e la notte si metteva spesso alla tastiera a giocare con gli accordi. Dalla televisione si teneva alla larga. «Già il farla - diceva - mi sembra abbastanza grave».