La Stampa, 14 aprile 2017
Alla Scala più gazzarra che Gazza. Chailly bersaglio dei contestatori
A posteriori, è stata una di quelle serate che entrano poi nella mitologia della Scala, da rinvangare nelle cene post-prima, quelle degli aneddoti e dei «c’ero anch’io». Mercoledì, la prima della Gazza ladra di Rossini, direttore Riccardo Chailly, regista Gabriele Salvatores, è finita in caciara, con contestazioni agli artisti seguite da contestazioni ai contestatori. Insomma, una rissa (solo verbale, ma si è sfiorata quella fisica) al quadrato.
Che lo spettacolo sarebbe andato male lo si è capito quando i primi «buuu!» sono partiti dopo la sinfonia. Si poteva immaginare che fossero indirizzati alle evoluzioni della magnifica acrobata Francesca Alberti che volteggiava a piedi nudi su altissime funi impersonando la gazza, anzi la ra-gazza (soluzione non nuova: vedi Michieletto al Rof nel 2007).
Invece il bersaglio vero, peraltro ampiamente annunciato, era Chailly, come si è visto alla fine. Bilancio: sonore contestazioni per il direttore, più moderate per il regista, lievi per primadonna e tenore, Rosa Feola ed Edgardo Rocha, più accentuate per il mezzo, Serena Malfi, solo applausi per i due bassi, Michele Pertusi e Alex Esposito, che del resto avevano cantato uno meglio dell’altro. Gli anti-Chailly sono riusciti a portarsi dietro la minoranza rumorosa del loggione, specie quella nota combriccola di bloggari necrofori cui gli unici cantanti che piacciono sono quelli morti.
Ma, insomma, fin qui siamo negli usi e costumi, non lieti, delle prime milanesi. Semmai, si poteva discutere se la contestazione fosse motivata o no (risposta personale: no). La novità è quel che è successo dopo, a sipario chiuso, tipo comica finale. Perché si è avuto diritto a dieci surreali minuti di invettive e insulti, spesso anche vocalmente rimarchevoli per volume e proiezione delle voci.
Si è visto un distinto (si fa per dire) signore, sudato e scamiciato, sporgersi dalla prima galleria e apostrofarne un altro in seconda: «Vieni giù se hai coraggio!». E poi molti «Smettetela!», alcuni «Se venite solo a far casino restate a casa!» (e giù, dalla platea: «Sì, a casa, a casa!») e perfino uno psicanalitico «Siete depressi!» (o repressi, non si è capito bene).
Insomma, una gazzarra, più che ladra, clamorosa. Con i turisti impressionati, alcuni Franti che, infami, ridevano e il sovrintendente Alexander Pereira che, al party post prima e anche un po’ post mortem, parlava di attacco «preparato» e «preordinato» (verissimo, peraltro). Vabbè, la Scala è anche questo, Chailly & Co. in buona compagnia. «Noi poveri zingari, ciarlatani, e tutto quello che volete, siamo costretti a vendere le nostre fatiche, i nostri pensieri, i nostri deliri per dell’oro – il pubblico per tre lire compera il diritto di fischiarci o di applaudirci», scrisse uno che un po’ se ne intendeva. Si chiamava Giuseppe Verdi.