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 2017  aprile 16 Domenica calendario

Louis Garrel: «Macché latin lover, sono narciso. E voglio fare film sentimentali»

Che il suo destino fosse già scritto, dal giorno in cui è nato, 14 giugno dell’83, è chiaro. Il padre è il regista Philippe Garrel, la madre è l’attrice e autrice Brigitte Sy, la sorella Esther recita e il padrino, dulcis in fundo, si chiama Jean Pierre Leaud. Eppure al pedigree prestigioso, Louis Garrel ha saputo aggiungere qualcosa di personale. Un fascino trasandato che non si spiega con la perfezione dei lineamenti (anzi, il gran naso avrebbe potuto essere un handicap), un’aria intellettuale che fa a pugni con i modi da eterno ragazzo, un modo fluviale di esprimersi che quando usa il suo italiano alla francese diventa irresistibile.
Sulla montéee des marches del prossimo Festival di Cannes affronterà la più difficile delle prove, essere il giovane attore che interpreta un mito della cinematografia internazionale, Jean-Luc Godard, nel film di Michel Hazanavicius Le Redoutable
. Intanto è nei cinema con due film, Mal di pietre di Nicole Garcia e Planetarium di Rebecca Zlotowski, per non parlare della lista dei prossimi impegni, in cui spicca il ruolo di Robespierre in un film sulla Rivoluzione Francese.
È cresciuto respirando cinema, c’è stato almeno un momento in cui ha desiderato essere altrove?
«È stato un po’ come vivere in una di quelle grandi famiglie del circo. Ma proprio per questo, mi sono interrogato molto presto sull’interesse che il cinema può suscitare rispetto a tutto quello che succede nel mondo. Il cinema nuota in un mare di immagini, da dove viene il bisogno di finzione? Per quanto mi riguarda, avverto spesso la necessità di andare a teatro, non per fuggire dal mio mondo, ma per cambiare un po’ aria. E poi quando vai a teatro e vedi Shakespeare, beh, capisci che lì dentro c’è già tutto».
Sta per andare a Cannes con «Le Redoutable», come si è trovato nelle vesti dell’icona Godard?
«Ho cercato un modo per giocare con la sua immagine, evitando di calarmi nei suoi panni, d’altra parte, come avrei potuto? Sarebbe stato come interpretare Dante Alighieri. Il percorso artistico di Godard è assolutamente geniale, non ha mai smesso di re-inventarsi, ogni suo film è come un primo film, è il Picasso e il Brecht del cinema».
Lei l’ha conosciuto?
«No, non l’ho mai incontrato, i miti è meglio non conoscerli».
Che cosa racconta il film di Hazanavicius?
«Un anno della vita di Godard, quello vissuto con la compagna di allora, Anne Wiazemsky. In quella fase, sull’onda del Maggio francese, Godard stava chiudendo un periodo artistico per aprirne un altro, girando un film collettivo. Hazanavicius ricostruisce il tutto anche con una dose di ironia, accostando i piani della politica e della vita privata».
In «Mal di pietre» è il militare per cui la protagonista Marion Cotillard perde letteralmente la testa. Che tipo di esperienza è stata?
«Il primo film di Nicole Garcia l’ho visto quando avevo 12 anni, era Place Vendome e mi era piaciuto molto. Ho letto il copione e ho subito accettato. Anche se Nicole aveva dei dubbi, mi ha chiesto di dimagrire e di tagliarmi i capelli e poi io non ho mai fatto il militare, mi sentivo completamente estraneo all’universo del mio personaggio».
Come si recita accanto alla superdiva Marion Cotillard?
«È come giocare una partita a tennis, devi seguirla e basta, Marion si esprime con minime oscillazioni dell’anima, con piccoli movimenti del viso. Nella vita è molto pudica e introversa; sul set, invece, si apre».
Le affidano spesso ruoli da eroe romantico. Come ci si trova?
«I soggetti basati sui sentimenti mi piacciono molto, ne sono attirato. Credo che trattare i sentimenti sia il modo migliore per stabilire un ponte con gli spettatori».
Di lei si dice che è un latin lover. Che effetto le fa?
«Non ci penso, sono troppo narcisista per considerarmi un latin lover».
In «Planetarium» ha un piccolo ruolo, è un giovane attore che aiuta Natalie Portman sul set di un film. Che cosa l’ha attratta?
«Conosco da tanti anni la regista Zlotosky e ho trovato divertente la parte del film che indaga sulla mistificazione del cinema. E poi Portman è un’attrice molto interessante, capace di esprimere al meglio la sfera dell’irrazionale. Forse anche perché è americana. Per esempio noi europei siamo meno bravi a raccontare storie di invasioni extraterrestri. Non ci crediamo, e si vede».
La sua ex-compagna Valeria Bruni Tedeschi ha pronunciato un discorso di ringraziamento per il David di Donatello che ha incantato il pubblico. L’ha vista?
«Sì, e ho trovato il discorso commovente e anche contraddittorio. Proprio come è fatta Valeria che, nello stesso momento, era da una parte emozionata e dall’altra rideva di se stessa. Lei è così, fin quasi al masochismo».
Quali sono i suoi prossimi impegni?
«Torno a girare con Christophe Honoré, nella storia di uno scrittore gay sieropositivo morto negli Anni 80».
È già stato regista, ripeterà l’esperienza?
«Sì, sto scrivendo un film in cui si intrecciano tre voci fuori campo, il tema è il contrasto tra l’immagine che abbiamo di noi stessi e quella che, invece, gli altri hanno di noi».