La Stampa, 15 aprile 2017
Il governo nella palude delle liti
È inutile girarci attorno, la manovra o «manovrina» di Pasqua non basterà neppure lontanamente a riequilibrare i conti pubblici, come la Commissione europea ci chiede da mesi, soprattutto dopo l’addio alle riforme sancito dal risultato del 4 dicembre. Sebbene consapevoli di questo, Gentiloni e Padoan hanno chiesto a Bruxelles un rinvio e hanno consegnato un’ennesima cambiale, con l’intesa che se non sarà pagata alla scadenza di ottobre, l’Italia e il suo governo si saranno giocati per sempre la loro credibilità.
Non è un mistero infatti che nel corso di questi lunghi mesi di trattativa il presidente del consiglio e il ministro dell’Economia si sono spesso sentiti spiegare dai loro interlocutori che per l’Italia sarebbe stato meglio prepararsi alle conseguenze degli impegni non mantenuti e rassegnarsi all’aumento dell’Iva, sancito da accordi precedenti con il governo Renzi, o accettare la procedura di infrazione – una sorta di commissariamento diretto della nostra amministrazione da parte della Commissione – ventilata, per non dire minacciata, stavolta più che in precedenza.
Avvertimenti che tuttavia hanno lasciato freddo Renzi. Dal leader del Pd, ancora l’azionista di riferimento del governo, Gentiloni e Padoan ricevevano solo inviti a riprendere la battaglia condotta contro Bruxelles nei tre anni in cui era a Palazzo Chigi e la raccomandazione di non convocare un consiglio dei ministri con all’ordine del giorno aumenti di qualsiasi tipo, gravidi di possibili effetti depressivi su un elettorato già ammaccato di suo come quello del Pd.
La campagna di primavera che ha trasformato il Pd in un «partito del No», dopo la tragica sconfitta del «Sì» al referendum, è nata da qui: no all’aumento dell’Iva, no ai rincari di benzina e carburanti e perfino delle bibite gasate, no alla revisione del catasto, che si trascina dai tempi dei governi Prodi, perché dopo l’abolizione dell’Imu «la casa non si tocca», no a una nuova tranche di privatizzazioni a partire da Ferrovie e Poste, perché quelle precedenti «sono state una svendita»; e così via. Tal che a Padoan non è rimasto che ritoccare il prezzo delle sigarette, prelevare in anticipo l’Iva ai fornitori dello Stato (per evitare giri non sempre chiari di fatture di chi se n’approfittava), di allungare il mini-condono delle cartelle di Equitalia, e spostare tutto il resto alla grande promessa d’autunno: appunto, la cambiale. La quale, pur rappresentando un miracolo, nelle condizioni date, prevede, tanto per farsi un’idea, che l’Italia riduca di quasi un punto, dal 2,1 all’1,2 per cento, il deficit, come sta scritto nel Documento di programmazione economica e finanziaria appena consegnato a Bruxelles. A occhio e croce sono dieci miliardi di euro, ai quali bisognerà aggiungerne altrettanti per far marciare la baracca Italia.
È tutto da vedere che un governo come questo – costretto, un giorno sì e l’altro pure, a negoziare su qualsiasi provvedimento, dalla sicurezza alla sanità, ai tagli di spesa, non solo con il Pd, ma con le diverse ali della sua maggioranza – riesca a varare a ottobre, sei mesi prima delle elezioni politiche, una manovra da venti miliardi, seppure basteranno. E quand’anche ci riuscisse, è ancor più dubbio che riesca a farla passare nell’attuale Parlamento, ridotto com’è ridotto.
Quattro mesi fa, di fronte alla frana del referendum, si preferì difendere la legislatura, piuttosto che precipitare il Paese verso uno scioglimento anticipato delle Camere e una tornata elettorale dai contorni troppo avventurosi. Sicuramente, quella della stabilità possibile è stata la decisione più prudente. Anche se adesso bisognerebbe cominciare a chiedersi se non rischi, giorno dopo giorno, di far scivolare il Paese verso la paralisi.