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 2017  aprile 14 Venerdì calendario

L’Eni in rosso riesce a dare 2,9 miliardi di dividendi

L’Eni vuole bene ai suoi azionisti, in particolare all’azionista di controllo, cioè lo Stato italiano che detiene il 30,10 per cento delle azioni sommando il 25,76 per cento della Cassa Depositi e Prestiti e il 4,34 del ministero dell’Economia. Nel 2016, pur chiudendo il bilancio in perdita di 1,5 miliardi, è riuscito a tirare fuori 2 miliardi e 881 milioni di dividendi da distribuire ai soci. Per le casse pubbliche significa un introito da circa 870 milioni, anche se il boccone più grosso (740 milioni) va alla Cdp, formalmente privata.
Per lo Stato la cessione del grosso del suo pacchetto Eni alla Cdp si sta rivelando un pessimo affare. Il rendimento delle azioni del Cane a sei zampe, calcolato come rapporto tra il dividendo unitario (80 centesimi) e il valore delle azioni in Borsa, è del 5,4 per cento, un livello da fare invidia alle gestioni patrimoniali più aggressive e fortunate.
L’Eni riesce a fare felici gli azionisti nonostante un periodo nero per il business petrolifero. Il prezzo del petrolio è in picchiata da anni e così i ricavi del colosso energetico italiano sono calati dai 98 miliardi del 2014 ai 56 del 2016, una flessione superiore al 40 per cento. Nel 2015 – primo anno pieno di gestione di Claudio Descalzi, subentrato a Paolo Scaroni come amministratore delegato nella primavera del 2014 – a fronte di una perdita mostruosa vicina ai 9 miliardi, agli azionisti era stato garantito comunque il dividendo di 80 centesimi.
Descalzi, rieletto ieri all’assemblea di bilancio insieme alla presidente Emma Marcegaglia, ha rivendicato di aver chiuso con il 2016 una fase di riorganizzazione aziendale mirata a ritornare all’utile anche con prezzi del petrolio più bassi: “In questi tre anni nel mondo dell’energia sono state dismesse 440 mila persone, nel settore upstream (ricerca ed estrazione del petrolio, ndr) 140 mila. Noi siamo stata l’unica società nel suo complesso a non aver dismesso una persona ma anzi abbiamo aumentato di circa mille unità”.
Rispondendo alle domande degli azionisti, Descalzi è stato schiettamente autocritico su alcuni punti: la presenza in Basilicata (“La Val d’Agri non è contenta di Eni per problemi ambientali e perché investiamo tanto e creiamo pochi posti di lavoro. Dobbiamo recuperare, perché è colpa nostra se non siamo riusciti a farci capire”) e la strategia dei colossi petroliferi nei Paesi africani. “Il modello tradizionale – vado, trovo, prendo, esporto e pago le tasse – non funziona più. Così l’Europa è debole. Non parlo da politico, ma da chi ha passato 20 anni in Africa. Non c’è muro che tenga, non c’è mare che tenga se siamo stati tanti anni lì a prendere energia senza fare niente”.
Nessuna autocritica invece sulla vicenda del giacimento nigeriano Opl 245, per la quale pende su Descalzi una richiesta di rinvio a giudizio per corruzione internazionale insieme al predecessore Paolo Scaroni e a Luigi Bisignani.
E nessuna risposta al surreale intervento di Alberto Grotti, vicepresidente dell’Eni in epoca Caf, travolto dall’inchiesta Mani Pulite: “Vedo che l’Eni non ha perso il vizio di pagare le tangenti. Fino a che non ho visto Report lunedì scorso ero favorevole alla conferma di Descalzi. Oggi mi deve spiegare che ruolo aveva il piduista Bisignani. Io mi sono fatto 5 anni di galera perché non potevo non sapere. E lei ha questi rapporti con Bisignani?”. Gelo in sala.