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 2017  aprile 14 Venerdì calendario

Quando contare è diventato comprare: le intercettazioni sbagliate e mai incriminate

Pecore scambiate per morti ammazzati. Crick dell’auto che si trasformano in mitra. Succede quando devi interpretare un’intercettazione. Perché l’ascolto delle conversazioni telefoniche e non è fondamentale per qualsiasi tipo di indagine; per non dire che hanno consentito di recuperare miliardi (più di 500 milioni per l’inchiesta sui “furbetti del quartierino”). Gli errori però capitano. Non solo quando devi decifrare l’arabo, ma anche il calabrese, il sardo o il ligure. Anche l’italiano a volte è tosto. E in genere l’investigatore che sbaglia non viene incriminato. Vale per inchieste su rapine, omicidi, terrorismo, mafia e mazzette.
A Pavia, come raccontò Luigi Ferrarella sul Corriere, un’accusa di corruzione elettorale si scontrò con un accurato esame delle trascrizioni: l’innocua frase “adesso chiamo Luca Tronconi” era diventata “rischiamo un po’ troppo”, mentre “ho contato i suoi voti” si trasformò in “ho comprato i due voti”.
A volte non ci si scontra sulle parole, ma su chi le abbia pronunciate. Punta su questo la difesa di Fausta Bonino, infermiera di Piombino accusata della morte di 14 pazienti: “Paola, mi raccomando, te non devi dire nulla, non litigare, non fare niente”, si sentiva al telefono. Ma gli avvocati sostengono che a pronunciare le parole sarebbe stata un’amica dell’accusata.
Poi c’è la trascrizione. Era accaduto nell’inchiesta Mafia Capitale con le intercettazioni dell’assessore Pd Daniele Ozzimo, arrestato e poi prosciolto per un episodio (ma poi condannato per un altro) in base a una frase di Salvatore Buzzi interpretata all’incontrario (“Non piglia soldi”, ma il “non” era sparito).
Poi c’è la vicenda dei sei sardi accusati nel 2009 di aver nascosto un arsenale in provincia di Grosseto. Dopo mesi di carcere il gip chiede una perizia sulle intercettazioni. E scopre gli errori nell’interpretazione di frasi pronunciate in sardo. Normali chiacchierate su pecore e foraggio diventarono discussioni su omicidi. Mentre il rumore di un crick nell’auto era stato preso per lo scarrellamento di un mitra.
Diverse indagini su presunti terroristi sono naufragate nella traduzione dell’arabo. E ci fu anche la storia di Mohammed Fikri, accusato inizialmente di essere l’assassino di Yara Gambirasio. La prima impressione degli investigatori e del perito fu che al telefono avesse detto: “Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io”. Ma poi sono emerse altre interpretazioni, Mohammed non c’entrava.
Fino alla storia di Oscar Sanchez, un timido lavamacchine catalano che a Napoli è stato scambiato da investigatori italiani e spagnoli per un narcotrafficante. Colpa di una carta d’identità rubata e della balbuzie che sembrava quella di un ricercato.
Ascoltare, interpretare e riportare migliaia di conversazioni può essere molto difficile. Errori e dubbi hanno deciso anche all’estero casi clamorosi. Come per David Bain che nel 1995 in Nuova Zelanda fu condannato per aver sterminato la sua famiglia. Prova regina una telefonata: “I shot the prick” (“ho ucciso quello stronzo”), avrebbe detto. Ma tredici anni dopo una nuova perizia e una nuova interpretazione: “I cannot breath” (“non riesco a respirare”). David torna libero.