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 2017  aprile 14 Venerdì calendario

«Un mazzo di chiavi scagiona Rosa e Olindo»

Da quella maledetta sera dell’11 dicembre del 2006 in cui il suo figlioletto Youssef e sua moglie Raffaella furono trucidati dentro la loro casa, sita in via Diaz ad Erba, in provincia di Como, Azouz Marzouk non riesce a darsi pace. Sarebbe un piccolo sollievo, certamente, sapere che i colpevoli marciscono in carcere, consegnati alla Giustizia. Ma il tunisino ha sempre manifestato seri dubbi circa la colpevolezza di Olindo Romano e Rosa Bazzi, considerati gli autori di uno dei crimini più efferati della nostra storia, la strage di Erba. L’ipotesi di una possibile revisione del processo, divenuta più concreta dopo la sentenza della Cassazione che il 6 aprile ha stabilito che la Corte di Appello di Brescia sia tenuta ad autorizzare l’incidente probatorio richiesto dagli avvocati dei Romano al fine di esaminare gli elementi scientifici presenti sulla scena del crimine e mai analizzati, da un lato, ha restituito speranza non solo ai condannati ma anche a Marzouk; dall’altro, ha allargato ferite mai rimarginate.
In questi anni, Azouz, tornato nella sua terra natale, la Tunisia, dopo l’espulsione per motivi legati al suo passato da spacciatore di sostanze stupefacenti, ha ricostruito la sua vita. Si è risposato con una ragazza italiana, ha avuto tre bambine, ha avviato una sua attività commerciale. Ma il fantasma del suo bambino e di Raffaella sono sempre lì, accanto a lui, e lo tormentano. Chiedono quella giustizia che ancora non hanno ricevuto. Ed Azouz sente di non potere fare nulla, confinato laggiù e bersaglio di ogni genere di pregiudizio. Sì, perché forse molti hanno trascurato qualcosa che un dettaglio non è: la vittima di tutta questa storia è anche lui, lui che ha perso la sua famiglia. 
LE NOTTI INSONNI 
Quando il dolore diventa un peso soffocante sul petto, nelle notti insonni in cui riappare Youssef tendendo le mani verso quel padre che non può afferrarle, Azouz scrive. E scrive tanto. Scrive le pagine del suo diario, che ha voluto consegnare a noi di Libero, che da sempre siamo in prima linea non perché Rosa e Olindo vengano dichiarati innocenti, ma solo perché venga loro riconosciuto quell’elementare diritto che appartiene ad ogni essere umano: il diritto alla difesa, il quale esclude la convinzione aprioristica della colpevolezza di un individuo. 
In queste pagine meticolose, lucide eppure deliranti, da cui trapela la disperazione di un padre che ha perso il figlio in modo così tragico, Azouz ricostruisce passo per passo tutta la vicenda, partendo da quell’11 dicembre del 2006, quando lui si trovava lontano da casa, facendosene persino una colpa, perché, tra tutti i tribunali che hanno giudicato Marzouk, quello della sua coscienza è senz’altro il più impietoso. 
Le domande fondamentali che stanno alla base di questi “appunti”, come Azouz li definisce, sono quelle che, in fondo, ci stiamo ponendo tutti quanti: perché escludere 70 testi della difesa dal processo, perché non analizzare alcuni fondamentali elementi che stavano proprio lì, sulla scena del crimine? E cosa sarebbe accaduto, a quale verità saremmo arrivati, se solo le indagini fossero state condotte in maniera meno frettolosa? Ma, soprattutto, siamo ancora in tempo per arrivare alla verità? 
I dubbi ci sono. E vanno chiariti; se non altro per restituire fiducia ai cittadini nei confronti di quella Giustizia che troppo spesso appare rigida ed inamovibile, incapace di mettersi in discussione persino davanti a leggerezze evidenti. È più facile fidarsi di chi sa dire: «Ok, qui ho sbagliato», piuttosto che di chi afferma: «No, io non sbaglio mai». 
E dal 6 aprile siamo tutti quanti più fiduciosi, perché finalmente è stato riconosciuto un diritto alla difesa dei Romano: l’approfondimento delle indagini scientifiche fatte mai. 
IL GIALLO DELLA PANDA 
Nei suoi scritti, Azouz si sofferma su alcuni elementi, tra questi la Fiat Panda utilizzata da Pietro Castagna, fratello di Raffaella, la sera della strage e mai analizzata, nonostante il tunisino Chemcoum avesse riconosciuto nell’uomo sospetto che si trovava in piazza Mercato, davanti alla palazzina teatro della carneficina, negli stessi minuti in cui la casa di Raffaella bruciava, proprio Pietro Castagna, incontrato poi di nuovo quella sera presso la stazione dei carabinieri senza sapere che si trattasse del fratello della vittima. Pietro, sentito in un primo momento, disse che quella sera a quell’ora si trovava a casa. Alibi smentito dal padre, che dichiarò che il figlio rientrò a casa dopo le 22, salvo poi ritrattare tutto entrambi ad un passo dal processo. 
Azouz sottolinea anche il fatto che Chemchoum dichiarò di avere visto Pietro già qualche giorno prima, proprio dentro la corte di via Diaz, in compagnia di un altro uomo al quale indicava il portone del palazzo in cui abitava la sorella Raffaella. 
Circa l’automobile sappiamo che tale vettura fu donata alle suore di un convento in prossimità di Erba addirittura il giorno dopo o due giorni dopo la strage da parte della famiglia Castagna, con una celerità quantomeno sospetta. Ma la difesa dei Romano venne a conoscenza di tale circostanza solo un anno dopo la strage. L’investigatore privato Oscar Candian si recò all’epoca presso il convento per parlare con la madre superiore, la quale non lo fece accedere e telefonò immediatamente a Carlo Castagna. 
Azouz scrive anche riguardo il mazzo di chiavi ritrovato sulla scena del crimine e mai analizzato. «Esistevano tre mazzi di chiavi spiega Azouz uno mio, uno di Raffaella e l’ultimo era custodito dalla famiglia Castagna. Chi ha compiuto il delitto aveva le chiavi di casa, non ha forzato la porta e si trovava già in casa nostra quando mia moglie rientrò. Io sono convinto che gli assassini fossero in casa già dalle ore 17, quando i siriani, che abitavano sotto il nostro appartamento, hanno iniziato a sentire rumori strani e dei passi che non erano quelli di Raffaella ed è stata staccata la corrente elettrica». 
LA CONFESSIONE 
Dunque, si trattò di un agguato. Situazione ben diversa da quella descritta da Rosa nel corso della sua maldestra confessione. Gli assassini stavano aspettando Raffaella da ore e probabilmente cercavano qualcosa. 
A quell’ora Olindo e Rosa, ignari della catastrofe che stava per abbattersi sulle loro vite tranquille, si trovavano sui rispettivi posti di lavoro. 
E poi questo nome che ritorna sempre tra le pagine, quello del luogotenente dei carabinieri Gallorini, amico di Carlo Castagna. Gallorini raccoglie la deposizione di Chemchoum ma la conserva nel cassetto per oltre un mese, trasmettendola ai magistrati solo dopo la confessione dei Romano; Gallorini, che si attribuisce il merito di avere visto negli occhi di Olindo la prova della sua colpevolezza concentrando così le indagini sul netturbino, pone a Frigerio la seguente domanda a proposito del suo aggressore: “Può essere stato Olindo?”, tipologia di domanda indicata dal codice di procedura penale come suggestiva, perché indica già la risposta, e per questo vietata. Gallorini, il 10 gennaio del 2007, è in carcere con Olindo al momento della confessione. A fine giornata Romano decide di confessare sotto la falsa promessa di poter godere di una cella matrimoniale e di una condanna di soli 5 anni, pena l’allontanamento definitivo ed irreversibile dalla sua Rosa, questo dirà egli stesso quel giorno alla moglie, così come risulta dalle intercettazioni ambientali.