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 2017  aprile 14 Venerdì calendario

I mantenuti di Alitalia non mollano

Non sono il problema principale, ma ogni volta che bisogna evitare (al fotofinish) il fallimento di Alitalia ed è un fatto ciclico si finisce sempre lì: ridurre il costo del personale, vuoi con la riduzione degli stipendi vuoi con la diminuzione dell’organico. La soluzione anticrac non è ancora stata trovata. Le posizioni tra le parti (sindacati e azienda) sembrano ancora distanti. Ieri il negoziato è andato avanti per tutta la giornata ed è sceso in campo addirittura il premier Paolo Gentiloni per cercare di sbloccare l’impasse. Le sigle puntano i piedi rispetto al piano industriale presentato dai manager, guidati da Luigi Gubitosi. Che è entrato nel consiglio di amministrazione della compagnia per diventare il presidente al posto di Luca Cordero di Montezemolo, ma molto più probabilmente prenderà i «galloni» di commissario. Perché la strada sembra quella (ovvero il commissariamento), anche se si tenta in extremis di mantenere in piedi la baracca con la stampella pubblica di Invitalia. 
Dicevamo della spesa per i dipendenti. Anche l’edizione 2017 del salvataggio del vettore aereo ruota attorno a esuberi e retribuzioni. I circa 13.000 lavoratori Alitalia pesano sul bilancio dell’azienda per circa 590 milioni di euro e in questa cifra c’è tutto (salari, contributi previdenziali, trattamento di fine rapporto e altre piccole voci). In ogni caso, tanto per fare dei confronti, meno del carburante che nel 2015 ha comportato esborsi per 668 milioni. Certo, senza kerosene gli aerei non volano. 
E allora ecco il solito attacco ai lavoratori. I privilegi del passato, tuttavia, non ci sono più o sono ridotti a fenomeni isolati. Tant’è che i livelli retributivi sono sostanzialmente in linea con la concorrenza. Tra i pochi casi, viene spesso citato l’esempio di un comandante con 20 anni di servizio e 850 ore di volo l’anno: in Alitalia guadagna 10.800 euro, in RyanAir 6.300 euro. La differenza 4.500 euro pari al 71% in più è enorme. Ma gli stipendi eccellenti non sono più la regola nella ex compagnia di bandiera. 
Si tratta, ma il baratro è sempre vicino. Sul fronte del negoziato si registrano alcune differenze. L’accordo sembra facile per il personale di terra: la mediazione sugli esuberi è la cigs per 24 mesi per circa 980 persone e il mancato rinnovo dei contratti a termine per 558 addetti oltre all’uscita di altri 142 all’estero. 
Più complicato, il discorso, per piloti e hostess. L’azienda vorrebbe ridurre il costo del personale viaggiante dell’8% rispetto all’iniziale ipotesi del 14%. È stata l’ultima offerta messa ieri sul tavolo, dopo l’intervento del governo, a 24 ore dalla scadenza dell’intesa con le banche. Oggi, infatti, gli istituti azionisti e creditori di Alitalia devono decidere se proseguire o staccare la spina. Dal canto loro, i rappresentanti dei lavoratori hanno proposto di utilizzare il fondo di previdenza integrativa per scongiurare i tagli. Ma servirebbe una garanzia statale, pretesa dai sindacati. Che chiedono ancora soldi pubblici: come se non fossero bastati gli 1,5 miliardi di euro pagati dai contribuenti per sostenere la super cassa integrazione del 2008 e durata la bellezza di 7 anni. Forse anche per questo Gentiloni ha chiesto a Cgil, Cisl e Uil «l’assunzione di responsabilità».