Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  marzo 01 Mercoledì calendario

Un’eroina dei nostri tempi

Dovremo salire sul treno della storia». Sabato 28 gennaio 2017 al telegiornale di Tfi, Marine Le Pen sfoggia il sorriso tranquillamente arrogante e serenamente immodesto di chi sa che il vento (di quest’epoca) soffia dalla sua parte.
Nulla la fa vacillare. Non la distrazione di fondi di cui l’accusa il Parlamento europeo, non i primi diktat del presidente americano Donald Trump deciso a mettere fine in due settimane a due secoli di tradizioni americane. «Ho l’impressione che il mondo politico e mediatico si scandalizzi per il semplice fatto che sta rispettando le sue promesse, lui...», afferma, sicura di fare centro. L’intervista si ripiega su un’unica frase. La giornalista è sovrastata. È lei ad apparire nervosa mentre la Le Pen sembra calma. Come a ogni intervista, ormai.La leader del Front national comprende il proprio tempo, appartiene alla propria epoca. Soltanto ieri la trattavamo come la sopravvissuta di un passato vergognoso e trattavamo i suoi sostenitori come dei ritardati. Oggi lei sembra infinitamente più à la page di tutti i progressisti, i globalizzati, i moderni che finora hanno pensato di incarnare il futuro. Questo scambio di ruoli è sconvolgente, questo riallineamento dei pianeti è agghiacciante. Siamo di fronte a una rivoluzione, dobbiamo convincercene. Una rivoluzione mentale, morale, ideologica prima ancora che politica.Marine Le Pen lo ripete incontro dopo incontro: viviamo un cambiamento d’era. Un mondo, il nostro, quello che ci ha visti nascere e che abbiamo sempre considerato intramontabile, si estingue davanti ai nostri occhi. La sua luce terminale ci congela di terrore, ma scalda il cuore di chi l’ha sempre detestato. A cominciare da lei, l’ereditiera dei reprobi dell’estrema destra francese e di un nome – Le Pen – che tempo addietro era colpito dallo stigma della vergogna e del disprezzo.
Lei racconta con piacere le vessazioni a scuola, gli sputi, l’attentato che ha distrutto l’appartamento di famiglia quando era ancora una bambina. Per far piangere le casalinghe, mette su la faccia da vittima quando evoca quegli episodi nelle trasmissioni che mescolano “popolo” e politica e in cui lei va sempre alla grande. Ma da qualche anno sente che chi era ai margini sta conquistando il proprio posto al sole, nel cuore della città. Vede che il mondo ora finalmente le sorride. E lei ricambia il sorriso.
Dall’estate del 2016, lei parla poco. In realtà non ha così bisogno di parlare. Parliamo noi per lei. Gli eventi parlano per lei. La mediocrità degli avversari parla per lei. Ha lasciato che i media si mobilitassero per Alain Juppé, ex primo ministro che pensavamo imbattibile per il maggio del 2017 (il secondo turno delle elezioni presidenziali è il 7 maggio, ndt) e che è stato fulminato nel novembre del 2016. Poi lei ha taciuto quando i commentatori si eccitavano per il vincitore a sorpresa delle primarie della destra, Francois Fillon, proclamato all’unanimità presidente della Repubblica in autunno. Li ha guardati poi entusia-i smarsi per Emmanuel Macron, l’eroe liberale, o allarmarsi per i risultati di Jean-Luc Mélenchon, emulo di Hugo Chàvez. Lei non ha detto una parola, infine, sulle primarie del Partito socialista.
Lei non s’è mossa mentre s’inceppava la macchina dello zapping che ci fa ormai da coscienza politica. Non ha reagito quando gli editorialisti celebravano la sua scomparsa e speculavano sulla sua depressione. Lei si preparava semplicemente a giocare il ruolo della sua vita, avendo come sfondo l’inabissamento dell’Occidente e nello sguardo la rassicurazione di quelle e di quelli che sentono che è arrivato il loro momento. Mostra calma e solidità mentre noi corriamo da tutte le parti come polli senza testa, struzzi in cerca di salvatori che permettano loro di infilare ancora una volta la testa sotto la sabbia. L’odore della fine del mondo che si propaga rende noi isterici e lei serena. Lei l’aveva detto, noi no. Ed è questa la sua forza. Ecco che cosa ci dice il suo sorriso.
Il paradosso è gustoso: lei è tutto tranne che un’intellettuale – pochi l’hanno vista con un libro in mano, il suo linguaggio è piuttosto povero e non ha un decimo della cultura classica di suo padre – eppure ha coscienza del fatto che il suo trionfo è prima di tutto culturale. Prima che le urne la stringano nel loro abbraccio, sono le idee che porta avanti – e che in realtà ha ereditato – che hanno vinto. Lei sa che la possibilità della sua vittoria si è delineata in primo luogo sul terreno prediletto della sinistra: la lotta culturale.
Lei ricorda Antonio Gramsci, o meglio l’articolo su Gramsci di Alain de Benoist, precursore e annunciatore dell’insurrezione reazionaria di oggi, un intervento che fu pubblicato sul Figaro Magazine e che suo padre le aveva fatto leggere 40 anni fa: «Non c’è presa di potere politico possibile senza una conquista preliminare del potere ideologico e culturale», scrive il fondatore della “nuova destra”. Soltanto la messa alla gogna dei principi progressisti nell’opinione pubblica, la fine degli ideali universalisti occidentali, il successo fenomenale di polemisti come Eric Zemmour o Patrick Buisson le hanno permesso di essere nella posizione di poterci guadagnare senza cambiare davvero nel profondo.
Senza cambiare davvero nel profondo: ecco cosa la rende più fiera. Non ha che disprezzo per l’“aggiornamento” di un Gianfranco Fini: i suoi salamelecchi al pensiero unico, che lui pensava che gli avrebbero aperto le porte del potere, hanno invece obliterato il suo destino. E stato a Canossa, lui, e nel profondo. Lei no. Lei è rimasta ferma. Lei ha aspettato che fosse il mondo ad arrivare a Canossa. Lei, nel profondo, è cambiata molto meno degli altri. Molto meno di noi. Ecco, più ancora che i risultati elettorali, quel che dovrebbe farci tremare è la maniera con cui lei può vincere: può vincere senza essere andata a Canossa.
Certamente lei ha eliminato dal Front national gli esagitati che fanno il saluto nazista su Facebook o rimpiangono gli anni Trenta. Per non aver alcun ostacolo al suo kairos, rincontro di un essere con il suo destino, lei ha anche “ucciso” il padre in uno show politico-mediatico che ha affascinato i giornalisti a caccia di emozioni forti, di storie croccanti. Che cosa c’è di più vendibile di una figlia che uccide il padre? La verità è meno magniloquente. E soprattutto meno rivoluzionaria nel profondo. Le scivolate astiose dell’anziano inacidito erano un peso morto che ritardavano la sua ascesa, e così lei l’ha isolato senza riguardi. E noi le abbiamo offerto una lavatrice – la famosa dédiabolisadon – non giustificata da alcun aggiornamento ideologico. Rifiuto assoluto dell’Europa, rifiuto totale della glo balizzazione, ripugnanza verso il cosmopolitismo, rifugiati ributtati in mare, putinismo esacerbato: sotto a una pelle nuova, le vene trasportano sempre lo stesso sangue.
Lei – e questo è già enorme – ha saputo attendere il momento del traballamento generale. E questo momento è arrivato. L’ora della grande rivincita delle identità, delle frontiere, delle mentalità autoritarie è arrivata. «Il vostro tempo volge verso il termine, il nostro inizia», ha detto rivolta alle “élite globalizzate” in riunione a Parigi. Ecco delineato, in modo molto chiaro, come in ogni suo discorso, il suo vero avversario. Cari Schmitt, teorico nazista molto in voga in tutti i movimenti antiparlamentari, riassumeva la politica nella definizione di un “nemico principale”. Quello di Marine Le Pen non è l’islamismo jihadista: è l’Occidente liberale, con le sue élite e i suoi principi. Il fondamentalismo musulmano, che naturalmente lei denuncia, non è che un nemico secondario, un mezzo, non un fine. Un’arma nella guerra contro la globalizzazione, questa «ideologia che va ben al di là della semplice globalizzazione, che aspira a uniformare le culture, a incoraggiare il nomadismo, la circolazione permanente di uomini senza radici, a renderli intercambiabili e a trasformarli in anonimi».
Riprendendo i vecchi capricci dell’estrema destra antisemita, lei li spurga di tutti i riferimenti diretti agli ebrei e li riformula nel linguaggio dell’epoca. Lei non cambia, si adatta. Basta averla sentita mentre gridava davanti a una sala surriscaldata di Marsiglia nel 2015 «Marciamo spalla a spalla e colpiamo insieme!» per saggiare quanto è rimasto nei suoi toni e nella sua etica della violenza delle leghe e dei fascisti. Al totalitarismo cosmopolita lei oppone, come tante figure dell’estrema destra prima di lei, non un progetto politico articolato, ma «l’istinto vitale dei popoli», quell’istinto” che ha portato Trump al potere, che ha reso la Brexit possibile e che la porterà un giorno all’Eliseo.
Inoltre, per captare quel che resta in lei di un padre torturatore in Algeria che ai suoi inizi era circondato da ex nazisti, è necessario soffermarsi sul suo sorriso, sempre questo sorriso dominatore, quando è stata interrogata (su BfmTv nel dicembre del 2016) sui crimini del suo padrino Vladimir Putin ad Aleppo. Una città cancellata dalla mappa? «È la guerra, alla fine». Non si tratta della difesa “realista” di un presidente russo che sventola la minaccia terroristica per pretendere che si discuta con lui. No, si tratta di un’apologia più fondamentale. Lei ama veramente quel che Putin fa dentro e fuori i suoi confini. Non bisogna «parlare con lui». Bisogna seguirlo. Confrontare Marine Le Pen ai fascisti degli anni Trenta è pericoloso e superfluo: è verso Mosca che bisogna voltarsi per trovare il suo modello. Un contromodello che si oppone alla decadenza occidentale, che riabilita la violenza politica, il nazionalismo grezzo e il cesarismo carismatico.
Infine è istruttivo notare che, se lei ha messo a tacere i fanatici contro l’aborto e gli imbecilli dal cranio rasato che inquinavano il messaggio del Front national, ha promosso presso di lei, tra i fedelissimi, le figure più dure del nazionalismo rivoluzionario francese. Gente come Frédéric Chatillon, ex leader del Groupe union défense, il movimento studentesco rinomato per le sue azioni violente, un autentico fascista e noto dipendente di Bashar al Assad. Persone che pure “il vecchio’’ (questo è il soprannome con cui i militanti chiamano Jean Marie Le Pen) teneva ai margini del movimento che ha fondato e che sua figlia gli ha “rubato”. È con questa gente che Marina la sorridente si prepara a prendere il potere. Come Steve Bannon negli Stati Uniti, Chatillon non è “solubile” nelle istituzioni. E come Trump, Marine Le Pen non si risposterà verso il centro all’indomani della sua elezione.
Certo, nulla è ancora detto. I sondaggi, che la mostrano in testa al primo turno delle elezioni presidenziali il 23 aprile, la danno sconfitta al secondo turno, chiunque sia il suo avversario. Ma chi si fida dei sondaggi? Guidata da una fede quasi marxista nel Senso della Storia, lei li rifiuta completamente. Abbiamo previsto Trump o la Brexit? Le strutture della democrazia liberale sono messe male dappertutto in Occidente e lei è certa che nulla possa impedire alla Francia di tremare a sua volta. Deve soltanto aspettare che la città cada come un frutto maturo. Il 2017 sarà il suo anno: “Madame la Presidente” ne è convinta.