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 2017  marzo 01 Mercoledì calendario

Emozioni Bestiali

Da una parte noi, dall’altra loro.
La distinzione tra una specie, la nostra, e tutte le altre ha una lunga storia. Eppure, studiando gli animali, abbiamo scoperto di non essere gli unici a usare strumenti e costruire edifici, parlare e pensare al futuro. A distinguerci, dunque, sono rimasti solo i sentimenti e le emozioni, l’autocoscienza e la morale. Ma le ricerche più recenti stanno facendo crollare anche l’ultimo baluardo della natura umana. Già il padre dell’evoluzionismo, Charles Darwin, nel libro L’origine dell’uomo, affermava che “non c’è differenza fondamentale tra l’uomo e i mammiferi più evoluti per ciò che riguarda le loro facoltà mentali”. E decenni di osservazioni hanno dimostrato che, per esempio, scimpanzé e babbuini godono della vicinanza dell’altro, gli elefanti vanno alla ricerca delle ossa dei propri antenati e i delfini si dedicano al surf per puro divertimento. Oppure che, come accadde qualche anno fa ad alcuni piccoli scimpanzé orfani, anche gli animali muoiono di dolore per la perdita della madre.
VITA EMOTIVA SCONOSCIUTA. Per molto tempo, però, i naturalisti non hanno evidenziato l’aspetto emotivo delle creature che studiavano. «Ma non si è trattato di opposizione all’idea del sentimento animale, quanto di noncuranza», dice Jonathan Balcombe, etologo e autore di Second Nature: The Inner Lives of Animals (St. Martin’s Griffin). «Sono certo che la maggior parte degli etologi oggi è d’accordo sul fatto che molti animali siano esseri dotati di sentimenti». Dietro ogni comportamento, insomma, non ci sono “robottini” che rispondono automaticamente agli stimoli ambientali, ma cervelli complessi dalla storia evolutiva lunghissima, non molto diversa da quella dell’uomo. La ricerca scientifica avanzata spiega come sia più razionale pensare che un animale sia portato a reagire dalle stesse spinte emotive che muovono noi umani. «Non ci chiediamo più se un cane o uno scimpanzé sentano gioia, dolore, rabbia o gelosia», sostiene Mark Bekoff, professore di ecologia e biologia evoluzionistica all’Università del Colorado, autore di La vita emozionale degli animali (Haqihana editore). «Le emozioni animali esistono, e si sono evolute per essere un “collante sociale”».
NON SOLO PER SOPRAVVIVERE. L’emozione più facile da riconoscere negli animali è naturalmente la paura, che porta a evitare una minaccia o il dolore: ogni padrone di cane o di gatto, ogni naturalista o birdwatcher potrà confermare che, davanti a un pericolo, un animale ha paura. Lo sguardo basso del cane di fronte a un padrone che lo rimprovera, le orecchie appiattite del gatto, la posizione del corpo dell’uccellino davanti al falco comunicano timore. E le ricerche hanno provato che anche i circuiti cerebrali che governano questi e altri comportamenti sono comuni a noi e a molti animali.
La paura, del resto, è indispensabile alla sopravvivenza degli individui.
Ma quando parliamo di altre emozioni, ritenute più “umane”, le cose si fanno molto più complicate: la “gioia di vivere”, per esempio. Le immagini della cornacchia che afferra un pezzo di latta e lo usa come sci, popolari su YouTube, non sono frutto di un montaggio: questo intelligente volatile lo fa davvero, andando su e giù molte volte. Le osservazioni come queste sono moltissime: dai voli dei gracchi che prendono le correnti ascensionali sulle montagne solo per divertirsi, ai panda che giocano allo zoo. Tutti comportamenti che non paiono avere nessun tipo di ritorno positivo: sembrerebbero (e probabilmente sono) solo frutto di sentimenti di gioia, o di eccitazione.
PER PIACERE. Allo stesso modo sono “felici” i cigni o i delfini che fanno surf sulle onde, o più semplicemente il gatto che si fa accarezzare o il cane che si rivolta sulla pancia per farsi fare le coccole. Persino i ratti, quando vengono solleticati, emettono ultrasuoni che è difficile non paragonare alle risate di un bambino che gioca. Non solo: il neuroscienziato statunitense Jaak Panksepp, in un articolo sulla rivista Behavioural Brain Research, afferma che questi animali si fanno solleticare solo quando sono dell’umore giusto. Forse perché sono felici?
La spiegazione di questi comportamenti in apparenza “inutili” sta probabilmente nella presenza, nel cervello, dei cosiddetti “circuiti del piacere”. «Il piacere è il metodo che usa la natura per gratificare i comportamenti “buoni”, che promuovono sopravvivenza e salute, come cibo, benessere e sesso», dice Balcombe, che ha scritto due libri sul piacere negli animali, Pleasurable Kingdom (Il regno del piacevole) e The Exultant Ark (L’arca esultante). Questi circuiti si attivano quando l’animale mangia, o anche quando si accoppia: farli scattare aumenta la probabilità di ripetere il comportamento. Ma non funzionano solo con il cibo e il sesso, servono anche a dare una sorta di “ricompensa” in caso di altre situazioni. «Studi sulle espressioni facciali di topi e conigli, ricerche di imaging cerebrale dei cani e analisi dei cambiamenti ormonali di molte specie, dai pesci alle scimmie, rivelano forti risposte emotive di piacere», dice Balcombe. E prosegue: «Io racconto di un pesce che ha dovuto nuotare in un piccolo secchio. Il suo livello di cortisolo (l’ormone dello stress) è aumentato all’improvviso. Se gli si dà l’opportunità di ricevere “carezze” da un bastone meccanico simile a un pesce pulitore, si avvicina e si calma. Come se andasse dal massaggiatore per rilassarsi».
L’ULTIMO ADDIO. Che dire poi di emozioni che a noi sembrano del tutto inutili, anzi, dannose, come il dolore per la perdita di qualche membro della famiglia, la depressione per l’abbandono, la tristezza? Gli elefanti, per esempio, sono stati osservati mentre erano intenti a toccare e sollevare le ossa di una matriarca morta tempo prima. A che scopo? Magari consolarsi della perdita? Un comportamento così complesso dimostra che ogni membro del branco di elefanti conosce tutti gli altri, e riconosce l’importanza di ogni singolo individuo, soprattutto se si tratta della femmina anziana a capo della comunità. Narra Cari Safina nel libro Beyond Words: What Animals Think and Feel (Henry Holt and Co) che quando Grace, un’elefantessa matriarca nella riserva keniota di Samburu, stava per morire, una a una le capobranco di altri gruppi cercarono di risollevarla e, una volta morta, le resero visita per più di una settimana.
Come gli elefanti, anche scimpanzé e delfini trasportano i loro cuccioli morti per giorni, ma non lo fanno con i piccoli sani. E numerosi sono gli aneddoti di scimpanzé, in natura e negli zoo, che hanno un comportamento “triste” dopo la morte di un amico. Anche il grande etologo Konrad Lorenz descrisse lo stato di tristezza profonda di un’oca selvatica alla morte del compagno. Mark Bekoff racconta che persino le gazze si raccolgono attorno a un membro del gruppo ucciso da un’auto. E conclude che emozioni come quelle collegate al lutto potrebbero servire per «ricostruire le relazioni interne del gruppo e sostituire il morto nel suo ruolo riproduttivo, o ancora per dare un senso di continuità al gruppo stesso».
CON GLI ALTRI. Tra l’altro, la perdita e il lutto suscitano negli altri membri del gruppo la voglia di consolare chi ha perso il compagno o il figlio. Ancora una volta, elefanti e scimpanzé sono veri maestri anche in questo comportamento, trans De Waal, primatologo di origine olandese, ha studiato per anni la dinamica della consolazione tra gli scimpanzé, e ha scoperto quel che accade dopo un’aggressione: «Mi ha colpito che, alla fine della lotta, gli animali si aggregano, si baciano e si abbracciano: un comportamento molto più interessante dell’aggressione stessa». Anche un gruppo di entelli – una specie di scimmie – è stato osservato reagire all’improvvisa morte di un piccolo (in realtà era un robot introdotto nel gruppo da alcuni ricercatori e accidentalmente caduto). Gli entelli si sono riuniti intorno al (finto) corpicino per un po’, finché, convinti della sua morte, si sono allontanati e hanno cominciato ad abbracciare i piccoli. Chissà, forse per consolarsi o per rassicurare se stessi che i propri cuccioli, invece, erano ancora vivi. Del resto, giocare insieme, innamorarsi, addolorarsi per le perdite, riconciliarsi e fare la pace sono tutte dimostrazioni di empatia, di vicinanza e considerazione per l’altro, del riconoscimento, insomma, che un altro individuo può essere importante. Un modo di sentire che, fino a qualche decennio fa, nessuno scienziato concedeva a specie diverse dalla nostra.