SportWeek, 8 aprile 2017
La cantera del Barca. Formazione ideale
La cena a bordo campo organizzata dallo sponsor Gillette è di quelle che non si dimenticano. Camerieri in livrea, aperitivo servito sulla panchina dove siede Luis Enrique, giochi di luce sul prato e le tribune del Camp Nou a far da cornice, silenziose come giganti prima dell’urlo. All’improvviso, un acquazzone rende tropicale la notte catalana e d’un tratto è tutto un fuggi-fuggi, con gli ospiti internazionali che mollano il dessert e si rifugiano sotto il palco autorità, mentre gli addetti alla sicurezza mollano le briglie della sorveglianza. È il momento giusto, bisogna approfittarne.
Guidati dall’istinto ci infiliamo nel tunnel che porta agli spogliatoi, prima porta a sinistra, e insegna inequivocabile: VESTIDOR EQUIP VISITANT. E la sorpresa è grande nel ritrovarsi nel più squallido e disadorno degli spazi, neanche fossimo in un campetto di Terza categoria: panche di legno crepate dove di certo s’impigliano i peli delle gambe. Armadietti fuori asse, pavimentaccio bianco e lettino per il massaggiatore che sembra comprato da un rigattiere, cuoio crepato e, all’altezza dei piedi, la gommapiuma che spunta da uno squarcio. Ed è inevitabile pensare che la costruzione psicologica della superiorità blaugrana cominci da queste piccole cose, da un senso di sconfitta altrui già incluso nel prezzo, da un mito costruito nell’esaltazione di sé e nella disintegrazione simbolica dell’avversario.
Durante tre giorni di visita esclusiva alle strutture del club, dal centro sportivo dove s’allenano i ragazzini fino alla scuola dove studiano i giovani più promettenti (la mitica Masia), ci siamo resi conto che diventare membri del mondo Barca significa aderire a un programma di modificazione cerebrale, neuroni che ricordano e riproducono modi di fare e pensare, comportamenti automatici che hanno come terminale estremo quel movimento armonico della prima squadra in grado di pazientare, avvolgere, annientare come fa un boa utilizzando le sue spire. Al Museo del Camp Nou (il più visitato in Spagna dopo il Prado di Madrid) abbiamo visto una guida soffermarsi per dieci minuti davanti ai cinque Palloni d’oro vinti da Leo Messi, e parlare con esaltazione feticista del suo tren inferior, di quel busto troppo lungo e delle gambe troppo corte, come fossero un patrimonio della scienza in grado di cambiare il mondo. «Lui è impossibile da atterrare» ripeteva, cercando al contempo di scalciare un visitatore con la struttura fisica simile a quella della Pulce. «Vedete, Messi può calciare senza la torsione del busto: ecco perché i portieri non hanno il tempo di capire che cosa farà».
Dalla parte opposta del corridoio c’è lo spogliatoio dei padroni di casa, e contrariamente all’umiltà ideologica e controllata di quello ospite, lo spazio è enorme, rosso come l’inferno ma reso rilassante dai riflessi di tre piscine adibite al relax e al recupero. La palestra è sontuosa. E le poltrone da aereo di prima classe dove ci si prepara per il match portano impresso il numero di maglia di ognuno, così come su ciascun armadietto è incisa la lista dei campioni che l’hanno posseduto. Quello di Ivan Rakitic è appartenuto a George Hagi, ad esempio. Quello del capitano Piqué, a Maradona e a Guardiola. Quello di Neymar non si sa, perché il brasiliano ci ha attaccato sopra un foglio con un passo della Bibbia, Corinzi 9:24: “Non sapete voi che quelli che corrono nello stadio, corrono bensì tutti, ma uno solo ne conquista il premio? Correte in modo da conquistarlo”.
A metà pomeriggio approdiamo alla Ciutat Esportiva Joan Gamper, dove s’allenano la prima squadra e tutte le compagini giovanili. Una struttura creata in periferia, a un passo dalla tangenziale, con rumore costante di auto e un panorama addolcito da poche colline sullo sfondo. Undici campi di cui quattro in erba artificiale, di un verde cupo per via del fondo, fatto di straccetti di caucciù. «I ragazzini giocano “a sette”, perché è lo schema che meglio riproduce il 4-3-3 della prima squadra», spiega Pau Lopez, allenatore maiorchino e coordinatore delle clinic, maxi raduni organizzati due volte l’anno per diffondere lo stile Barca e trovare nuovi talenti. Poggia alcuni birilli a terra e fa visualizzare il concetto: tre difensori, due centrocampisti, una punta. «Vede i due in mezzo al campo? Idealmente, sono Iniesta e Busquets. Quando la squadra è in stato di possesso palla s’allarga, per favorire le loro incursioni».
Per capire se un ragazzino abbia talento qui non badano alla tecnica, che a 6 anni è un parametro difficile da cristallizzare. Giudicano altro, e il cervello conta più del corpo: «Devono pensare velocemente, prendere buone decisioni e accorgersi di che cosa gli succede intorno». Non si separa mai la tecnica dalla tattica e dalla psicologia, spiega Lopez. E si lavora solo con la palla tra i piedi, e sempre con l’avversario davanti: Viatjar junto amp la pelota, questo è il mantra. «Ed essere sempre creativi e offensivi».
Concetti che s’insegnano anche alla Masia, la scuola fondata nel 1979 e ospitata in una palazzina a un passo dal centro sportivo. Ci studiano 76 bambini, impegnati nelle varie discipline della polisportiva Barcellona: pallamano, futsal, calcio e basket. E anche qui i nomi dei campioni di ieri sono impressi sulla parete, come un monito: Vilanova, Iniesta, Puyol e persino Mauro Icardi, che ha dormito qui fino al trasferimento alla Sampdoria, nel 2011. «I ragazzi vanno a lezione dalle 8 alle 13.30», spiega un docente. «Poi pranzano e studiano. Le Playstation? Ci sono, ma si possono usare solo il venerdì e il sabato sera». E regolarmente, gli psicologi e i pedagoghi del club vengono a tenere degli stage: «Impegnano i ragazzi con esercizi di concentrazione e di pensiero astratto. Di calcio, non si parla granché», dice Miguel, un altro dei professori.
Anche al Camp Nou gli slogan identitari sono ripetuti all’infinito. Prima di salire sulle tribune troneggia la scritta Juga Rapid, Pensa Rapid. E nei giorni di gara tutte aree dello stadio sono presidiate da splendide ragazze con lo chignon, quintessenza e simbolo della gioventù catalana. Portano un abito nero e una cintura che cinge la vita: azzurra o rossa per le zone comuni, oro per i palchi d’onore. Tutte selezionate dall’agenzia Nargy e pagate 60 euro nel giorno di gara, un po’ di più per gli eventi privati. In ogni ordine di posto le tribune sono disseminate di bandiere catalane, distribuite gratuitamente e col beneplacito del club dall’associazione Òmnium Cultural, che da cinquant’anni si occupa di promuovere l’identità linguistica e politica catalana. Un bombardamento continuo, insomma. Una soggezione che subito si trasforma in seduzione.