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 2017  aprile 13 Giovedì calendario

Il boom di Mannarino ragazzo di periferia rapito dal Sudamerica

Alessandro Mannarino è uomo dai concetti profondi e articolati e dalla fluidità di parola, che qua e là risuona romanesca. Uno che si racconta senza inibizioni, che si definisce bolivariano e che vede nel socialismo sudamericano una possibile via di salvezza. Uno che vuole combattere il potere, ma con l’arte e il sorriso: «Bisogna avere la responsabilità della gioia».
Ed è anche cantautore da sold out e da dischi apprezzati dalla critica e amati dal pubblico. Nelle sue canzoni il samba incontra gli stornelli romani. Il suo quarto album, Apriti cielo, uscito a inizio anno, è schizzato subito in vetta alla classifica di vendita e il tour sta realizzando il tutto esaurito ovunque, con 60 mila tagliandi già venduti: al Palalottomatica di Roma si è esibito davanti a 15 mila spettatori e a Torino (Teatro della Concordia di Venaria) ha infilato tre date in due settimane tante erano le richieste di biglietti. E tre sono le date milanesi e bolognesi, mentre è appena uscito il video del nuovo singolo, Babalù.
Per Mannarino è «sorprendente», non tanto l’attenzione verso i live («Il pubblico è cresciuto poco per volta»), quanto «il successo avuto dal disco». Ma pure qui, a guardare i dati di vendita, dal Bar della rabbia, il fortunato debutto del 2009 premiato con il Gaber e il Tenco, passando per Supersantos e Al monte, le vendite sono sempre andate in crescendo. «Sono uscito dal Bar della rabbia, ho affrontato i temi della città in Supersantos, poi i grandi temi come la guerra, la religione, la giustizia in Al monte. Una volta che mi sono liberato di molte zavorre, anche concettuali, ho potuto festeggiare con questo disco, che è l’album del viaggio e della festa dell’umanità».
E in questa festa ci sono l’amore per il Sudamerica, in particolare per il Brasile e la sua musica, ma c’è anche Roma, «che è una città da salvare. E ce la farà, perché l’uomo ha in sé la capacità di migliorare, ma solo se prima cambia se stesso. Oggi il cambiamento grosso sta in mano alle donne, tocca a loro».
Lui di quella Roma ha conosciuto una delle facce più dure, quella di San Basilio: «Mia madre quand’ero piccolo mi diceva: “Non dire mai da dove vieni, se ti chiedono dove abiti, dì tra la via Tiburtina e la via Nomentana”. E tutti noi di San Basilio dicevamo così, perché era una vergogna. Alla fine dei concerti io metto la maglietta con la scritta “Case popolari” perché se tra il pubblico c’è qualche ragazzo che arriva da quelle realtà, capisce che non c’è nulla di cui vergognarsi. È il mio modo per rendermi utile, per restituire qualcosa. Chiunque può pensare: posso farcela anche io. Nasciamo tutti uguali, è il potere a volerci in una certa maniera. A noi tocca ribellarci e trovare la strada».
E se oggi Mannarino è sul palco, un grazie lo deve «a chi mi ha detto la cosa giusta nel momento giusto» e al nonno materno che oltre ad avergli letto Trilussa quando era piccolino, avergli fatto scoprire Petrolini e raccontato le storie della Resistenza, lo ha incoraggiato: «Quando provavo a fare il cantante, facevo lavori molto umili e vivevo in una stanzetta sulla Casilina. E mentre tutti mi dicevano che non ce l’avrei mai fatta, mio nonno un giorno prese il tram e venne a trovarmi solo per dirmi di continuare. E io ho continuato».
Così Alessandro, figlio di un operaio e di una casalinga, con un fratello più piccolo di dieci anni (Paolo, oggi regista dei suoi video) e una sorella anche più piccola, ne ha fatta di strada da San Basilio. Prima il liceo classico, poi la laurea in Antropologia e quindi il sogno di vivere di musica diventato realtà. E tanta strada ha fatto in Brasile: «Con i soldi del primo disco ho iniziato a viaggiare. Ho fatto a piedi, zaino in spalla, da Manaus a Rio de Janeiro in due mesi e mezzo. Sono rimasto rapito dai cantori del Tropicalismo come Gilberto Gil, Caetano Veloso, Chico Buarque, che hanno combattuto la dittatura con le canzoni. È da loro che ho imparato a usare la metafora».