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 2017  aprile 13 Giovedì calendario

Le mani russe sul Montenegro. Washington: «Attacco violento al governo»

«Attacco violento contro il governo del Montenegro, in occasione delle elezioni nell’ottobre scorso». La fonte della Casa Bianca che lancia questa nuova accusa sottolinea la parola «violento», mentre spiega la preoccupazione degli Stati Uniti per la campagna avviata dalla Russia allo scopo di condizionare i processi democratici in tutta l’Europa. Lo fa durante un briefing convocato per anticipare i temi del vertice di ieri tra il presidente Trump e il segretario della Nato Stoltenberg, che si trasforma presto in una nuova occasione per dimostrare la diffidenza e gli attriti ormai al centro delle relazioni tra Washington e Mosca. Da una parte, in sostanza, ci sono i difficili tentativi di dialogo fatti ieri nella capitale russa dal segretario di Stato Tillerson, e dall’altra i molti dossier che invece allontanano i due ex rivali della Guerra Fredda.
Il briefing della Casa Bianca era cominciato elencando i temi dell’incontro fra Trump e Stoltenberg: la conferma dell’impegno a favore della Nato, che ora, dice il Presidente, «non è più obsoleta», la richiesta agli alleati di portare il livello degli investimenti nella difesa al 2% del Pil, la sollecitazione ad occuparsi più di terrorismo, la prosecuzione della missione in Afghanistan, le operazioni di addestramento in Iraq, la necessità di spingere la Russia ad applicare gli accordi di Minsk in Ucraina. Sul tavolo però c’è anche l’ingresso del Montenegro nell’Alleanza, ratificato martedì da Trump, e questa diventa l’occasione per un nuovo scontro con il Cremlino. Un alto funzionario della Casa Bianca accusa apertamente Mosca di aver appoggiato il tentativo di colpo di stato, avvenuto nell’ex Stato jugoslavo durante le elezioni parlamentari di ottobre. Sottolinea la natura violenta dell’attacco, avanza il timore che qualcosa del genere potrebbe ripetersi durante le presidenziali del prossimo anno, e usa questo argomento come una delle motivazioni per accettare il Montenegro nella Nato, allo scopo di proteggerlo da possibili nuove aggressioni del Cremlino. Non ingerenze digitali, come quelle avvenute durante la campagna elettorale americana del 2016, ma vere e proprie operazioni militari.
L’intenzione manifestata da Trump durante la campagna elettorale di cambiare le relazioni con Putin si è scontrata presto contro la realtà. Le accuse di collusione con il Cremlino, che ha cercato di aiutarlo a sconfiggere Hillary, hanno legato le mani al Presidente, visto che l’Fbi ha aperto un’inchiesta su questi rapporti. L’attacco chimico in Siria, che secondo i complottisti sarebbe stato ordito proprio dagli oppositori del regime per far saltare il dialogo tra Usa e Russia, ha chiuso definitivamente la porta, e le accuse di ieri per l’ingerenza violenta nelle elezioni del Montenegro dimostrano come le differenze siano molto più profonde di quanto non appaia in superficie. Proprio la Siria, però, diventa ora il banco di prova della possibilità di riallacciare il filo del dialogo. Mosca ieri ha messo il veto sulla risoluzione presentata da Francia, Gran Bretagna e Usa al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che chiedeva di aprire una indagine sull’attacco chimico. Nella mattinata, però, proprio la missione italiana al Palazzo di Vetro aveva ospitato un incontro riservato tra i 15 membri del massimo organismo e l’inviato Staffan de Mistura, in cui il rappresentate russo aveva condiviso la necessità di trovare una soluzione politica al conflitto. Al momento il nodo resta la transizione e il futuro di Assad, sullo sfondo di posizioni opposte prese nella sfida regionale tra sciiti e sunniti. Su questo però Putin deve fare passi concreti, se vuole provare a ricostruire il rapporto con Trump.