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 2017  aprile 13 Giovedì calendario

Le partitelle in moschea dell’attaccante Baghdadi. Poi la fatwa anti pallone

Lo stato islamico odia il calcio. Ed è una delle manifestazioni più nette della sua visione totalitaria. Dal 2001 in poi, la posizione dei terroristi fondamentalisti nei confronti dello sport più diffuso nei paesi musulmani si è sempre più radicalizzata.
Una differenza marcata rispetto ad Al Qaeda: il football era quasi un elemento d’aggregazione tra volontari di diverse nazioni raccolti nei campi afgani. Molti sostengono che persino Osama Bin Laden fosse un appassionato, in passato tifoso dell’Arsenal londinese e attento alle cronache dei campionati europei trasmessi dai canali satellitari come Al Jazeera. C’è chi dice di averlo visto impegnato in partitelle con i suoi accoliti, almeno fino all’inizio dei bombardamenti americani e alla fuga verso Tora Bora. Ma la competizione verso l’estremismo dei suoi emuli si è focalizzata nel distruggere il pallone.
Boko Haram in Nigeria e Al Shabab in Somalia si sono distinte per l’avversione contro gli stadi, bersagliati più volte con attentati sanguinosi. Poi con lo Stato islamico la prassi è diventata legge e il soccer è stato messo all’indice. Quasi un paradosso, perché Al Baghdadi aveva fama di ottimo attaccante: agli inizi del suo percorso religioso, militava nella squadra della moschea Halj Zaydan, nel popolare quartiere Tobchi della capitale irachena. «Aveva talento, lo chiamavamo il nostro Messi», ricorda uno dei suoi compagni dell’epoca. Nel maggio 2010 c’è stata la prima strage dell’Isis. Un furgone pieno di tritolo è entrato direttamente in un campo alla periferia di Tal Afar, città chiave sulla rotta tra Iraq e Siria, interrompendo la sfida di un campionato locale. Sulle gradinate di legno c’erano 250 spettatori: l’esplosione ha ucciso una decina di persone e ne ha ferite trenta.
Nel 2014 con la proclamazione del Califfato il bando è stato formalizzato, con il divieto di giocare o anche solo assistere ai match in televisione. La punizione minima è di 30 frustate, inflitte sulla pubblica piazza. C’è un particolare accanimento contro le magliette delle squadre europee, perché spesso hanno simboli cristiani come la corona con la croce del Real o la croce rossa del Barcellona o il giglio dei sovrani crociati di Francia nel logo del Paris Saint-Germain.
All’inizio sembra che il veto avesse motivazioni teologiche. Secondo un documento rinvenuto nella zona di Deir-ez-Zor, in Siria, le regole della Fifa non sarebbero state rispettose delle leggi coraniche. Lì il governatore dell’Isis ha emanato un codice di gioco “islamico”. Prevede, ad esempio, punizioni diverse per i falli: se ricevi una gomitata o un’entrata a gamba tesa, hai diritto a restituire la botta.
Poi però il clima di terrore è aumentato e divieto è stato esteso a tutte le partite, perché «distraevano i giovani dal dovere della jihad»: il calcio è stato considerato diseducativo, un gesto di rivolta o comunque di adesione ai valori occidentali. Circolari del genere sono state diffuse in diversi territori occupati dal Califfato, sia in Siria che in Iraq. Con una persecuzione armata verso il football.
L’episodio più grave è stata l’irruzione nel circolo dei tifosi del Real Madrid di Balad, in Iraq. Nello scorso maggio un commando ha assassinato una quindicina di giovani riuniti per assistere alle registrazioni di vecchi incontri della squadra spagnola: una sorta di rito collettivo in vista dell’imminente finale di Champions. In quel caso, il raid aveva un doppio scopo, visto che il locale era in una zona abitata in maggioranza da sciiti. E il Real Madrid ha commemorato le vittime pubblicamente, scendendo in campo con la fascia del lutto: una risposta in mondovisione all’orrore.
Un anno fa quattro giocatori di una squadra siriana sono stati decapitati: il loro team era molto popolare tra la minoranza curda e infatti sono stati accusati di essere spie «al servizio degli infedeli». Ci sono poi racconti dai contorni oscuri, che potrebbero essere stati manipolati dalla propaganda. Come la storia dei tredici ragazzini giustiziati a Mosul perché sorpresi ad assistere all’incontro tra le nazionali irachene e giordana, valido per la Coppa d’Asia. La fatwa del Califfato non ha soffocato la voglia di sport. E l’intelligence occidentale ne ha fatto uno strumento per decifrare la presenza militare delle bandiere nere: se i droni filmavano una partitella, allora era il segno che in quel villaggio non c’erano soldati di Al Baghdadi. Perché tutti i giovani laggiù sono affamati di calcio e appena possono tornano a sfidarsi. Lo dimostra un video girato nel primo sobborgo di Mosul liberato nello scorso autunno: all’arrivo dell’esercito iracheno, i bambini tiravano fuori il pallone, felici di dare sfogo alla passione repressa. Incontri gioiosi, subito però interrotti dai colpi di mortaio della resistenza fondamentalista. Non bisogna dimenticare che il grande attacco di Parigi, quello culminato con la strage del Bataclan, è cominciato con il tentativo di colpire il match tra Francia e Germania. Ma in quel caso, come nella possibile matrice dell’attentato di Dortmund, oltre all’odio per il football c’è anche la ricerca della platea mediatica. Un elemento prioritario per la centrale web che pilota a distanza le azioni dei kamikaze in Europa, spingendoli a lanciare assalti nei mercati, durante le feste o in occasione di concerti: la massima concentrazione di folla e la massima amplificazione dell’orrore. Con l’obiettivo di seminare il terrore nella nostra quotidianità.