Corriere della Sera, 13 aprile 2017
Quello scontro inutile sulla norma anti scalata. Serve trasparenza
La politica si scontra su tatticismi, tocca di rado grossi temi pratici. È quindi proficuo il contrasto fra il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e Matteo Renzi, sulla norma «anti scorrerie» (voluta dal primo); essa obbliga chi varchi certe soglie nel capitale di una quotata (10, 20 e 25%) a dichiarare se fa un investimento finanziario o vuol controllare l’impresa. Chi le varchi non avrà steccati, dovrà solo dire le proprie intenzioni. L’ostilità di Renzi (ha stoppato la riforma del Catasto, necessaria per l’equità fiscale) è dovuta a cure di correttezza legislativa (la norma entrerebbe in un Decreto Legge) e al timore di una sua applicazione alla scalata a Mediaset (il che non è, né può essere).
La norma serve alle imprese quotate, agli investitori, al Paese? Darebbe agli investitori più informazioni per formare i prezzi dei titoli; le quotate sapranno l’intenzione di chi compra. La norma va solo meglio coordinata con il regime dell’Opa. Può però scoraggiare chi voglia assumere una partecipazione, imponendogli oneri di trasparenza, e così proteggere i gestori dell’incumbent. In un mercato perfetto sarebbe dannosa. Non viviamo in quel mercato; altri (la Francia) hanno mezzi analoghi, sulla cui norma si basa Calenda. In Germania, caratterizzata da un forse sano, ma stretto, connubio fra politica ed economia essa è superflua. Nel Regno Unito il Takeover Panel, ente privato che regola le Offerte pubbliche di acquisto, dopo il lungo assedio di Kraft a Cadbury, per non lasciare la preda in balia del cacciatore impone a chi paia voler lanciare un’Opa di farlo entro 28 giorni, o lasciare il campo. Unilever, attaccata da Kraft, lamenta, invece, l’eccessiva brevità del termine; il governo (conservatore) intanto valuta come proteggere i suoi «campioni». Gli investitori stranieri spesso hanno ben operato; non temeranno la trasparenza. Siamo noi a doverci proiettare all’estero, la norma non ci ostacolerà. Sottolinea però il delicato ruolo del CdA, gestore dell’impresa nell’interesse non dei soli azionisti, nemmeno degli stakeholder, ma dell’impresa stessa, che è come un minore affidato alle sue cure.