Corriere della Sera, 13 aprile 2017
Ambra Angiolini. 40 anni
Quando nei primi anni 90 andava in onda Non è la Rai, e tutta Italia lo guardava, io dopo essere tornato da scuola, pranzando da solo, preferivo Toti e Tata su Telenorba. Disprezzavo cordialmente quelle ragazzine scalmanate su un palcoscenico che mi sembrava coltivare tristi speranze. Così, almeno, vedevo quel mondo dal mio piccolo paese, Rotonda, in Basilicata. All’epoca ero più moralista di oggi e, quando capitava con gli amici di parlare di Ambra&Co., al loro estatico entusiasmo opponevo un cupo lamento sul declino culturale del mio tempo.
Coppia radiofonica
Nel 2000, all’età di 23 anni, ero studente di Lettere a Roma: fu lì che il diavolo della nemesi si divertì a prendersi gioco della mia seriosità. L’allora direttore di Radio 2 Sergio Valzania, e il suo vice Franco Cordelli, mi convocarono a via Asiago – sede romana di Radio Rai – e mi fecero una proposta inaspettata: condurre per un anno intero un programma con Ambra Angiolini, l’italiana più amata e odiata dagli italiani – e la persona al mondo più distante da me. Ambra infatti era famosa, brillante – era la sacerdotessa di un culto adolescenziale di massa; io, al contrario, ero povero, provinciale, sconosciuto, vestivo male e non facevo altro che leggere e frequentare a via del Babuino le voci poetiche più fumantine del sottobosco romano.
Mettere insieme due coetanei diametralmente opposti fu una sorta di esperimento antropologico. Il programma si chiamava Luci e Ambra e andò in onda ogni domenica mattina a cavallo tra il 2000 e il 2001.
Con Ambra i rapporti furono da subito complicati. Lei era imprevedibile, sicura di sé e capricciosa, mentre io ero sottomesso e impaurito, perché subivo il suo carisma e sentivo di non avere la forza di conquistarmi un’autonomia. Fu un anno incredibile e faticoso, segnato da intese profonde e da improvvisi irrigidimenti, finanche da litigi, tanto che da allora non ci siamo mai più visti né sentiti.
Per me Ambra era adulta già da adolescente, era come senza età. Ho però scoperto che fra qualche giorno, esattamente il 22 aprile, Ambra compirà 40 anni – io li ho compiuti l’anno scorso. In tutti questi anni ho osservato con affetto e un po’ di nostalgia la sua trasformazione da showgirl ad attrice di qualità. E intanto siamo diventati adulti, e abbiamo fatto entrambi due figli – mi è capitato più volte di leggere la mia piccola vicenda esistenziale attraverso le sue crisi, i suoi successi, le sue trasformazioni in pubblico.
Certe notti
Io in ombra, lei sul palcoscenico illuminato, col tempo ho capito che due persone diametralmente opposte, nate però nello stesso tempo e impregnate degli stessi umori, avranno sempre qualcosa in comune. Lei con gli anni si è sempre di più avvicinata alla cultura, e io sempre di più allo spettacolo, e forse adesso, a metà strada, a quarant’anni suonati, chissà, forse i nostri conti sono finalmente in pareggio.
Li ricordo bene, i nostri sogni. All’epoca volevo fare lo scrittore, mentre Ambra tentava di lasciarsi alle spalle il demone irripetibile di Non è la Rai. Certe notti, quando la sua inquietudine era più forte, mi chiamava e mi chiedeva di farle trovare a casa mia del pollo arrostito. Parlavamo a lungo e fumavamo una sigaretta dopo l’altra. Spesso mi portava con sé in giro per Roma, e a me faceva uno strano effetto vedermi circondato da decine di coetanei che mi veneravano solo perché avevo addosso un po’ della luce di Ambra.
Il talento inquieto
Cordelli mi sgridava, diceva che Luci e Ambra mi assorbiva troppo e mi distraeva dalla lettura e dalla scrittura. Ero combattuto: da un lato mi sentivo in colpa, dall’altro ero incuriosito dalla gente famosa che incontravo. Da adolescente il mondo dello spettacolo non mi era mai piaciuto, ma in quei momenti, vivendoci in mezzo senza nessun merito, ne ero attratto, e ne scoprivo i lati meno conosciuti: l’intelligenza, l’ansia, il talento inquieto, il mistero e la fatica di essere amati da milioni di persone.
All’epoca Ambra viveva a casa dei suoi genitori, appena fuori Roma. Spesso mi torturava convocando sfiancanti riunioni notturne. Prendevo il motorino scassato e mi dirigevo angosciato verso la Giustiniana. Ambra mi rinfacciava la lentezza, la pesantezza e la poca conoscenza dei meccanismi della comunicazione. Aveva ragione, ma la sua spietatezza mi feriva. In quelle sere tristi trovavo un po’ di pace solo parlando con suo padre, che si occupava di allevamenti e di carni proprio come il mio.
L’arrivo di Renga
Una notte mi chiamò e mi disse di correre a casa sua, perché stava passando a trovarla Francesco Renga, e non aveva nessuna voglia di parlarci – non erano ancora fidanzati. Si rintanò nella sua stanza, mentre io e Renga ci scolammo, ognuno per motivi diversi, un’intera bottiglia di grappa. Poi, dopo qualche mese, il loro amore s’incendiò.
Sinceramente non so bene perché litigammo. Forse a questo punto non è nemmeno più importante saperlo. Mi farebbe solo piacere farle giungere i miei auguri fraterni per i suoi 40 anni con la parola che in quegli anni ripeteva sempre e che io non sopportavo: «Adoro».