Corriere della Sera, 13 aprile 2017
Da dove riparte la diplomazia
WASHINGTON Un tentativo fallito all’Onu. Pochi progressi a Mosca, nel bilaterale tra il segretario di Stato americano Rex Tillerson e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov.
La diplomazia mondiale resta in stallo sulla Siria.
Il muro britannico
Nel pomeriggio di martedì circolavano due bozze di risoluzione in vista del Consiglio di Sicurezza convocato per ieri, mercoledì 12 aprile. Una versione più generica, proposta da molti dei componenti a rotazione del Consiglio, tra cui l’Italia. Un’altra più dura, spinta dal Regno Unito, che imponeva a Bashar al Assad di spiegare dove fossero e che cosa facessero i suoi aerei, martedì 4 aprile, il giorno del raid chimico nel villaggio di Khan Sheikhoun (87 morti di cui 28 bambini). Alla fine è prevalsa la linea britannica, appoggiata da Francia e Stati Uniti. A quel punto il Consiglio di sicurezza si è concluso addirittura con un accenno di rissa: il rappresentante di Mosca, il vice ambasciatore Vladimir Safronkov, si è rivolto così al rappresentante di Londra: «Non ti azzardare più a insultare la Russia. E guardami negli occhi quando ti parlo». Risultato: risoluzione su Siria e armi chimiche bocciata dal veto russo, nonostante l’astensione della Cina, e ritorno alla casella di partenza.
Due ostacoli
Tanto a New York che a Mosca il confronto si è bloccato su due questioni. La prima: la dinamica dell’attacco chimico. Alle Nazioni Unite, l’ambasciatrice americana Nikki Haley ha insistito sulla «copertura» offerta dai russi, lasciando aleggiare l’insinuazione che il Cremlino fosse a conoscenza dei piani concepiti dal rais di Damasco. A Mosca, Tillerson è stato più cauto, ma non ha accettato l’invito di Lavrov a rimettere in discussione l’accaduto con la classica «commissione di inchiesta».
Ma questa, in fondo, è solo la premessa che porta al tema chiave: il destino di Assad. Il segretario di Stato è stato chiaro fino alla brutalità: la parabola del dittatore è alla fine. E su questa linea sono praticamente tutti d’accordo sia nel G7, come si è visto nella riunione di Lucca dell’altro giorno, che all’Onu. Tutti tranne la Russia.
Due sentieri
Nel pieno dello scontro su Assad, Tillerson ha pronunciato la frase che, forse, può aprire un varco: «La sostituzione di Assad deve avvenire ordinatamente». Niente assedio militare al palazzo presidenziale, o golpe per procura o stivali dei marines sul terreno, come ha escluso lo stesso presidente Donald Trump. Su quell’avverbio, «ordinatamente», poggia il kit politico-diplomatico che l’inviato delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, monta e smonta da mesi a Ginevra. Ieri de Mistura ha chiesto a tutti uno sforzo per riprendere il negoziato, proprio come risposta ai rischi innescati dai gas di Assad e dai Tomahawk lanciati da Trump. L’inviato Onu apre a tutte le forze siriane e ai loro sponsor, cioè Russia e Iran da una parte; Turchia e ora di nuovo Stati Uniti dall’altra. Si ripartirebbe, tra qualche settimana, a fari spenti. Anzi con una sola piccola luce, l’unico punto su cui Tillerson e Lavrov hanno concordato pubblicamente: la Siria deve mantenere l’unità e l’integrità territoriale. Viene scartato così lo scenario di una divisione del Paese che avrebbe consentito ad Assad di conservare il controllo della fascia che va da Damasco ad Aleppo, passando per la base navale russa di Tartus. Forse è poco per sperare in un compromesso: l’Onu ci riproverà.