Corriere della Sera, 13 aprile 2017
Il calcio come un palco le bombe, il telefonino: tre chiavi per l’agguato
WASHINGTON In attesa degli sviluppi investigativi l’attacco di Dortmund «racconta» molto. Anche se sono necessari successivi riscontri per inquadrare meglio l’agguato teso al Borussia.
La tecnica usata
Gli attentatori hanno emulato quanto si è visto in dozzine di video rilanciati in questi anni dalla propaganda qaedista in Iraq. Ecco allora tre ordigni, con esplosivo definito potente, resi più pericolosi dall’aggiunta di schegge di metallo. Li hanno nascosti dietro una siepe per poi farli detonare simultaneamente al passaggio del bus. Sembra che sia stato impiegato un telefonino. Una tattica che ha richiesto un minimo di logistica e una fase di studio per scegliere il luogo dell’imboscata, un punto dove la sicurezza poteva far poco. Un indizio delle ambizioni dei responsabili che – stando agli inquirenti – avevano una certa preparazione. È probabile che i vetri speciali del veicolo abbiano evitato danni peggiori. Pensate a quanto è accaduto nel 2013 alla maratona di Boston dove le bombe sono state fabbricate con polvere nera estratta dai fuochi d’artificio e infilata dentro pentole a pressione. Tutto seguendo le istruzioni pubblicate sul web. Ricorrendo agli ordigni e se non sono arrestati gli autori hanno la possibilità di lanciare una campagna, quindi un ritorno in Europa Occidentale alle origini rispetto al camion-ariete, alle pugnalate, ad atti dove la vera arma è la volontà del singolo. Che, come abbiamo visto a Stoccolma, rimane una delle opzioni. La sintesi è semplice: i criminali sono dinamici, non si fissano su un metodo, dipende dalle circostanze. La flessibilità del nemico complica ancora di più il compito delle forze dell’ordine.
Una serie di segnali
A partire dall’estate la polizia tedesca (ma anche quella francese) hanno arrestato numerosi giovani – alcuni appena sedicenni – che erano stati reclutati via Internet dall’Isis. Ragazzi e ragazze che sono stati prima adescati, quindi radicalizzati, infine preparati a condurre attacchi con ordigni «improvvisati». Uno di questi doveva depositare la sua creazione in un cestino dell’immondizia in mezzo ad una strada di Colonia. Un terzetto aveva acquisito il materiale online, con uno di loro auto-nominatosi «emiro», ossia capo della cellula. Imitazione di quanto fanno i loro fratelli maggiori. Carne da cannone che per fortuna non riesce a compiere massacri come quello di Berlino, però impegna la polizia su un fronte esteso. È un terrore di livello minore che si incastra in una minaccia seria quanto ampia rappresentata dal gran numero di militanti tedeschi andati in Siria e in Iraq. Quasi mille, con 300 rientrati in patria. E poi i cani sciolti, non «inquadrati», però comunque convinti di far parte dell’assalto contro i miscredenti. Non pochi neppure i rifugiati trasformatisi, una volta accolti, in killer, spesso «radiocomandati» dai referenti a Raqqa e Mosul.
Gli obiettivi
Prendere di mira un team di calcio rientra nella tradizione jihadista. Hanno iniziato gli estremisti algerini presenti in Europa sul finire degli anni 90 (azioni sventate), ha proseguito al Qaeda (sempre coltivando progetti in questa direzione), ha raccolto il messaggio lo Stato Islamico. I kamikaze allo stadio di Parigi e l’allarme che ha spinto nel novembre 2015 le autorità di Amburgo a cancellare, all’improvviso, un incontro della Nazionale tedesca sono prove tangibili dei pericoli. Anche perché i criminali sono consapevoli di come, coinvolgendo un team o un evento sportivo, il loro gesto sarà amplificato. Avrà una copertura mediatica e un attenzione generale, dunque un ritorno di «popolarità» tra gli estremisti.