Corriere della Sera, 13 aprile 2017
Di Maio in peggio
Non infilzerò anche la mia freccia nel petto incravattato di Gigi Di Maio, principe del congiuntivo riluttante e generatore automatico di gaffe, l’ultima delle quali ha rivelato ai più distratti che il quaranta per cento dei criminali romeni vive felicemente in Italia. Di Maio deve avere orecchiato una cifra, che però si riferiva a tutt’altro, e non ha resistito all’impulso di condividerla, facendo infuriare l’ambasciatore e una comunità intera. Ma mettiamoci nei suoi panni: tra un post imperdibile su Facebook e una comparsata riverita in tv, dove lo trova il tempo per leggere fino in fondo un testo di senso compiuto? Non è da questi particolari che si giudica un aspirante premier. Lo si riconosce, direbbe il poeta, dal coraggio e dalla fantasia. Cioè dalla visione politica. Può darsi che mi sia distratto a leggere le statistiche sui criminali romeni, ma è proprio una visione «dimaiesca» della società che mi manca. Per citare le prime quisquilie che vengono in mente, come Di Maio immagina di muoversi su euro, immigrazione e alleanze internazionali, al di là del trasferimento retorico di ogni rogna alla cliccocrazia della Rete?
Fin qui si credeva che da quelle parti la delega al pensiero spettasse al figlio di Casaleggio. Ma, dopo averlo visto in seduta ipnotica dalla Gruber, è emersa la drammatica solitudine di Di Maio. Al quale rimane, come ultima carta, la faccetta pulita da nipote prediletto di tutte le nonne. Anche se non più delle loro badanti, quelle sì in prevalenza romene.