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 2017  aprile 13 Giovedì calendario

La difesa di Mediaset appesa all’Agcom e ai tempi dell’Opa

È conto alla rovescia per la decisione dell’Agcom che nella riunione del 18 aprile potrebbe concludere l’istruttoria sul dossier Vivendi-Mediaset. Se l’Authority delle comunicazioni sposasse le ragioni del Biscione che, nell’esposto presentato prima di Natale, denuncia come violazione di legge il superamento da parte dei francesi della soglia del 10% del capitale, potrebbero cambiare i termini della contesa. Per Mediaset, più in difesa che in attacco. Col 29,9% dei diritti di voto conquistati da Vivendi, il gruppo presieduto da Vincent Bolloré avrebbe i numeri per poter esercitare una minoranza di blocco nelle assemblee straordinarie. Ma se Mediaset potesse attaccarsi a un appiglio regolamentare, lo sfrutterebbe probabilmente per non ammettere il nuovo socio se non per una quota limitata al 10%. Cosa che quasi certamente finirebbe per alimentare altro contenzioso, ma nel frattempo permetterebbe alla società fondata da Silvio Berlusconi di recuperare margini di manovra. In teoria Mediaset potrebbe approfittare dell’assemblea di bilancio, quest’anno in programma per il 28 giugno, per proporre il voto maggiorato. Occorrerebbe aspettare due anni, ma a quel punto il il controllo sarebbe blindato. Comprare azioni sul mercato per arrivare al 50% significherebbe, ai prezzi di oggi, mettere in conto di sborsare “a rate” più di 400 milioni (le munizioni finanziarie stanno arrivando col Milan e Mediolanum). Infatti, per evitare l’Opa, Fininvest – che oggi controlla il 38,3% del capitale e il 39,8% dei diritti di voto – non può superare il 5% di incremento di quota nell’arco di dodici mesi. Poichè un anno fa, dal 12 al 27 aprile, aveva acquistato una quota dell’1,23%, in questi giorni si è riaperta una finestra per tornare ad arrotondare. Dovrebbe aspettare però dicembre per salire al 45% e un altro anno per arrivare al 50%. In sostanza, Fininvest arriverebbe così al controllo assoluto nel dicembre del 2018, mentre col voto doppio ci arriverebbe sei mesi dopo, ma senza dover mettere mano al portafoglio.
Da parte sua Vivendi ha deciso di far valere il suo peso nell’azionariato di Telecom, lanciando una serie di segnali con la presentazione della lista per il rinnovo del consiglio. Da una parte ha indicato che con il suo ceo, Arnaud de Puyfontaine – candidato a una presidenza esecutiva “forte” – vuole porsi direttamente come interlocutore anche per quanto riguarda l’incumbent delle tlc, implicitamente ridimensionando le aspettative dell’ad Flavio Cattaneo che, se sono vere le voci riprese dalla stampa francese, contava di avere davanti un mandato pieno con una presidenza indipendente. Dall’altra, inserendo in lista l’ex presidente Franco Bernabè, ha voluto probabilmente dare un segnale alle istituzioni di apertura a ridiscutere il tema del riassetto della rete. Che forse è stato colto, se il supposto altolà al provvedimento “pro-Mediaset” (che in realtà non è pro-Mediaset, non potendo essere retroattiva la previsione di dover dichiarare i propri piani se si supera il 10% nel capitale di una società) voleva anche essere un messaggio del Pd renziano a Carlo Calenda, il ministro che più si è esposto sull’incursione francese, definendo la scalata di Vivendi in Mediaset «un’operazione di mercato condotta in modo opaco».