il Fatto Quotidiano, 13 aprile 2017
Larghe intese: gli omofobi con tanti amici gay
Cosa accomuna Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer, Oscar Luigi Scalfaro e Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini: insomma Prima e Seconda Repubblica, destra e sinistra insieme? No, nessun nobile ideale, come l’amore per la giustizia o per la libertà, quanto piuttosto una radicale avversione, che spesso si traduce in una cristallina omofobia, verso omosessuali e transgender. Un’ostilità continuamente esibita, senza pudore, in dichiarazioni e discorsi, solitamente preceduti dalla classica frase di rito: “Ho molti amici gay”. “Giustificazione scivolosa e non richiesta, premessa di ogni discorso omofobo”, la definisce Filippo Maria Battaglia, giornalista e scrittore, che proprio quella frase ha scelto come titolo del suo ultimo libro, in uscita oggi, sulla “crociata omofoba della politica italiana”.
Prima Repubblica. La più diffusa politica omofoba, praticata da democristiani e comunisti al tempo stesso, è senza dubbio la negazione sistematica. Come scrive Arbasino nella sua Epistola ai froci romani, “finché una cosa non viene nominata rimane invisibile anche se la si fa”. E infatti nella Prima Repubblica l’omosessuale, semplicemente, non esiste, sebbene negli anni del dopoguerra – anni in cui Togliatti definisce su Rinascita André Gide un “pederasta”, Pasolini viene espulso dal partito per indegnità morale e i suicidi degli “invertiti” ignorati o bollati col marchio dell’infamia – non mancano denunce per corruzione di minore e fermi per “persone sospette di omosessualità”. Incredibile a dire, eppure il ’68 non scalfisce il rigido diktat di Botteghe Oscure – e del suo organo, l’Unità, per cui Sartre è “il filosofo degli invertiti” – mentre missini e dc marchiano le donne che scendono in piazza come “lesbiche”. Le cose non migliorano negli anni Ottanta – Pertini presidente rifiuta l’incontro di una delegazione omosessuale – e Novanta, quando Scalfaro nega ogni cordoglio per Versace, Gianfranco Fini dice pubblicamente che “un maestro omosessuale non può insegnare” e la Rai trasmette una versione censurata de I segreti di Brokeback Mountain.
Seconda Repubblica. L’attacco più violento e bipartisan, però, arriva nel 2000 quando Mario Baccini, Francesco Storace, il moderato Beppe Pisanu, ma anche il presidente del Consiglio Giuliano Amato, si scagliano compatti contro il World Pride previsto a Roma, al quale il sindaco della Capitale Francesco Rutelli ritira il patrocinio. Passano gli anni, ma il tempo non è favorevole al cambiamento in Parlamento. “Qui rischiamo di diventare un popolo di ricchioni e la Padania un ricettacolo di culattoni!”, grida Roberto Calderoli nel 2006, dopo una manifestazione arcobaleno. “Meglio fascista che frocio”, chiosa Alessandra Mussolini riferendosi a Vladimir Luxuria, primo deputato transgender e protagonista di un’assurda querelle sul suo utilizzo delle toilette per donne. Tra le tante memorabili dichiarazioni spiccano quella di Carlo Giovanardi – che paragona il bacio di due gay in pubblico al fare la pipì in strada – mentre Berlusconi raggela il suo uditorio con la sua barzelletta sul gay sieropositivo. Ma pure a “sinistra” i deputati non sono da meno: “Mi fanno schifo, lo facciano a casa loro”, tuona il veltroniano Massimo Calearo. E Giancarlo Lombardi spiega: “I capi scout non possono essere gay”.
Bambini in Africa. Alle legittime pressioni della comunità Lgbt, D’Alema risponde che gli “omosessuali non sono una famiglia” e il “matrimonio è un sacramento”. Dopo anni di proposte di legge abortite, finalmente arrivano le unioni civili, nel 2016.
Ma solo grazie al “sacrificio” dei figli, sui quali si scatena un dibattito surreale, tra Alfano e La Russa, Scilipoti e Salvini, anche se a primeggiare è Rosy Bindi con la sua dichiarazione per cui “è meglio che un bambino cresca in Africa piuttosto che con due uomini o due donne”.
L’Italia resta comunque il Paese in cui viene affossato il disegno di legge contro l’omofobia. E pure il Paese in cui non si è mai fatta una campagna sull’Aids (storica la dichiarazione del ministro Donat Cattin, “i preservativi si sbordano e si rompono”). D’altronde, un terzo degli italiani ancora crede che “la cosa migliore per un omosessuale sia non dirlo”, mentre più del 40 per cento giudica inaccettabile un insegnante omosessuale.
Insomma, l’omofobia riesce a unire non solo una politica divisa su tutto, ma anche la politica e la società “civile”. Anch’esse sempre in contrasto, tranne – incredibilmente – che sulla repulsione verso lesbiche e gay.