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 2017  aprile 13 Giovedì calendario

La guerra dei 37 nipoti di Sordi. Verdone: «Non ho preso un soldo»

“Ci sono momenti in cui mi pento per essermi accollato quest’incarico, volevo solo rendere omaggio alla memoria di Alberto Sordi, attuare il suo sogno, cioè aprire la porta del cinema a giovani attori privi di mezzi”. Carlo Verdone è desolato e triste per essere finito nel tritacarne di una guerra dinastica sulla memoria e sull’eredità materiale dell’Albertone nazionale: “Non sto a dire la fatica… stiano tranquilli i parenti, se mai avessero ragione troveranno più di quanto Alberto ha lasciato. Nessuno ha toccato un soldo, è vietato per statuto”. Infatti, i 37 nipoti e pronipoti, dopo avere impugnato il testamento, avanzano compatti contro i volti più noti del cinema: primo fra tutti proprio Verdone.
È una guerra sull’eredità di Alberto Sordi questa che oppone i parenti alla Fondazione, gli avvocati ai giudici: tutti litigano sul destino del patrimonio dell’attore più amato dagli italiani.
L’ultima miccia è il ricorso al prefetto – autorità che si occupa della vigilanza sulle fondazioni private – da parte dei tanti Sordi e Richetti, discendenti diretti dei genitori di Alberto: “Non possiamo consentire che la Fondazione, nel tentativo di mettere tutti di fronte al fatto compiuto, assuma decisioni unilaterali e irreversibili senza averci contattato”, insorgono attraverso l’addetto stampa Igor Gabrielli.
Ma l’accusa più grave è rivolta a Verdone. Conflitto di interessi. Perché mai? Per avere la scorsa estate incaricato il fratello Luca di presentare una rassegna dei film di Sordi, di fatto la prima manifestazione pubblica della Fondazione. “Conflitto di che? – reagisce infuriato Verdone – Sia chiaro che mio fratello non ha preso un euro, ha lavorato quindici giorni, in pieno luglio, per fare un piacere a me che per impegni di lavoro non potevo partecipare”.
L’attore, erede naturale della romanità disillusa di Sordi, è fuori di sé, perché a uno schiaffo segue un altro: “Ma non sono mica Gesù Cristo… prima o poi qualcuno paga”. Intanto si è rivolto a un avvocato.
Chissà cosa avrebbe detto Sordi di questa commedia all’italiana i cui protagonisti assomigliano a tanti suoi personaggi. Commedia amara, alimentata dalle manovre che dopo la sua morte si sono accanite contro ciò che aveva di più caro: la sorella Aurelia, la villa romana in zona Terme di Caracalla, ma soprattutto il suo patrimonio oggi conteso tra chi rivendica l’eredità artistica e chi il legame di sangue.
Il testamento fu sottoscritto da Aurelia nel 2011, quando la sua mente già vacillava, e di questo si sarebbe approfittato Arturo Arcadi, autista tuttofare che in casa Sordi era entrato a 18 anni, oggi sotto processo con l’accusa di essersi indebitamente appropriato di due milioni di euro.
A proposito, ma è vero che il consiglio d’amministrazione avrebbe deciso di riassumerlo per la manutenzione della villa? Risponde l’avvocato della Fondazione Felice D’Alfonso Del Servo: “Non è vero, sono veleni. Come questo ricorso al prefetto, del tutto ingiustificato visto che si fonda su contestazioni già bocciate a marzo dal giudice D’Alessandro che ha detto ‘no’ alla nomina di un commissario”. Ma i parenti sono, comunque, sul piede di guerra.
Il portavoce di cugini e biscugini, Igor Richetti, sostiene: “Presso il tribunale civile di Roma è in corso il giudizio per annullare il testamento, da noi promosso, con cui zia Aurelia ha designato erede la Fondazione con l’onere di destinare la villa di famiglia a museo commemorativo di Sordi. Se il testamento sarà annullato cadono i relativi diritti della Fondazione, ma intanto è già stato indetto il concorso, si fa finta di niente. Non siamo contrari al progetto, chiediamo di essere interpellati oppure si attenda la decisione del giudice”. Insomma una soluzione c’è, basta mettere mano al portafoglio. Come in ogni commedia all’italiana che si rispetti.