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 2017  aprile 10 Lunedì calendario

Intesa, caccia grossa a trenta miliardi risparmio gestito: il piano di Messina

Per Intesa Sanpaolo c’è Vita – ma anche Danni – dopo le Generali. Dopo aver esaminato il dossier per una possibile integrazione con il Leone di Trieste e averlo chiuso, dopo aver guardato nel passato anche – sostengono fonti finanziarie – a una possibile aggregazione con Unicredit, la strada che la principale banca italiana vuole seguire e che sarà confermata anche nel prossimo piano industriale è quella di diventare una wealth management company a tutto tondo. Fuori dall’anglofinanziario significa che l’amministratore delegato Carlo Messina e i suoi uomini puntano sulla rete di agenzie e di competenze della banca per spingere la massa dei depositi sempre più verso il risparmio gestito e prodotti anche diversi da quelli tradizionali.

Sul capitolo assicurazione la scommessa è appunto quella di rafforzare i prodotti Vita e contemporaneamente portare allo stesso livello di penetrazione presso la clientela le assicurazioni Danni. Da qui, ad esempio, la scelta di puntare nel prossimo futuro anche su agenti o veri o propri promotori assicurativi con l’obiettivo di passare da 500 milioni di raccolta danni attuale fino a un obiettivo considerato possibile di tre miliardi, ossia il 10 per cento del mercato.

Se oggi la banca fa circa il 20 per cento dei propri ricavi dalla gestione del risparmio in tutte le sue forme, dal private banking e dall’attività nella bancassicurazione, l’obiettivo per il prossimo futuro è alzare questa percentuale in modo significativo. Come ha spiegato al mercato
lo stesso Messina qualche settimana fa, dopo aver chiuso il dossier triestino, la banca “si aspetta una significativa crescita nel wealth management” sia perché nel periodo 2017-2019 verranno a scadere circa 30 miliardi di obbligazioni in mano alla clientela retail, che a questo punto sarà spinta a cercare impieghi più redditizi per il proprio risparmio, sia perché la crisi di parte del sistema bancario sta favorendo Intesa. Dalla fine del 2015 ad oggi circa 30 miliardi di depositi sono arrivati da altre banche e adesso, anche con la situazione complessa a Nord Est dove Veneto Banca e Popolare di Vicenza subiscono una quotidiana erosione dei depositi, questo flusso potrebbe rafforzarsi; specie se la banca deciderà di muoversi in modo più attivo – come ha intenzione di fare per attirare clienti. La rete, ovviamente, giocherà una parte fondamentale in questa partita.

Negli ultimi tre anni Intesa può vantare il fatto di essere diventata leader italiano nella bancassicurazione attraverso le sue 3500 filiali e l’ultima mossa fatta a inizio anno con l’acquisizione del 100% della Itb, la banca dei tabaccai, allargherà appunto la sua rete ad altri 22 mila punti di contatto con la clientela creando una vera e propria banca di prossimità. I clienti di Itb oggi sono circa 12 milioni, ma nei programmi di Messina questa cifra dovrebbe raddoppiare. Il forte potenziale da cogliere in Italia, nelle intenzioni del management va per l’appunto conquistato diversificando prodotti e canali di vendita e spingendo sul “cross-selling": al terminale in tabaccheria per fare le operazioni bancarie di base e anche qualche investimento in forma semplice, assicurare l’auto o comprare la carta prepagata per un figlio; nelle filiali per ragionare con il gestore, capire e acquistare prodotti più complessi, sottoscrivere una polizza e magari comprare un’abitazione attraverso Intesa Sanpaolo Casa, l’agenzia di intermediazione immobiliare che costituisce un altro dei tasselli della nuova strategia. E ovviamente crescendo anche nella banca multicanale e nella digitalizzazione, puntando ad aumentare in modo sensibile gli oltre 6 milioni di clienti che oggi vanno in banca con il tablet o il telefonino.

Ma, tornando al recente passato, che mossa è stata quella sulle Generali e perché la prima banca italiana si è lanciata in quella che a tanti è parsa un’operazione gestita in modo poco lineare? La narrativa che si ascolta oggi in banca punta sfatare questa interpretazione. Innanzitutto il possibile arrivo di un concorrente straniero che avesse comprato Generali per disporre della sua potenza di fuoco proprio nel wealth management sarebbe stato il principale motivo per muovere verso un esame approfondito di Trieste e delle possibili sinergie derivanti da una possibile integrazione. L’esame, nelle intenzioni di Messina e dei suoi uomini doveva essere condotto in laboratorio, al riparo da occhi indiscreti, ma per una fuga di notizie è finito sotto gli occhi di tutti, Generali comprese, innescando la loro reazione. Poi, capito che il pericolo di uno sbarco straniero nel wealth management non sussisteva – anche e soprattutto dopo che il colosso francese Axa ha detto e ripetuto di non essere interessato alle Generali – la valutazione fatta nelle stanze di Intesa è stata quella che un’integrazione con Trieste non avrebbe passato i rigorosi criteri che la banca si è data in questi casi per determinare se un’operazione porta o meno creazione di valore. Un processo lineare, almeno come descritto dalla stessa Intesa, tanto che pure i grandi investitori istituzionali presenti nel capitale della banca lo hanno apprezzato. Facile immaginare che questa narrativa non sia sempre condivisa fuori dalle stanze di Intesa.

C’è ad esempio chi fa notare che tra l’attività di asset management di un gruppo assicurativo – focalizzato su una gestione conservativa tesa a mantenere ed accrescere il patrimonio di chi ha sottoscritto le sue polizze – e quella ben più dinamica di un gruppo bancario ci siano poche aree di sinergia. È un dato di fatto, comunque, che la scelta di non giocare la partita Generali fino in fondo – alla fine è stata proprio Trieste, allarmata per le intenzioni della banca a muovere più a fondo comprando il 3% del capitale della banca – è stata premiata dal mercato. I titoli di Intesa, scesi all’annuncio dell’operazione fino a toccare i 2,08 euro prima della ritirata, hanno chiuso la settimana scorsa sopra i 2,5 euro, in linea con il periodo precedente alle notizie sull’interessamento per il Leone.

Con Trieste alle spalle, i piani di Messina e della sua squadra si basano adesso anche su una duplice scommessa. La prima è un rialzo dei tassi che negli Stati Uniti si è già avviato e che adesso dovrebbe spostarsi lentamente anche in Europa. Un aumento del tasso di interesse di cento punti base, ragionano in Intesa, porterebbe alla banca un miliardo di margine lordo in più. Seconda scommessa, questa, fondamentale non solo per la banca ma per l’intero sistema finanziario italiano, e non solo, il solido ancoraggio del Paese all’euro. Se l’ipotesi di un break up della moneta unica dovesse mai concretizzarsi, com’è evidente non solo i piani di Intesa sarebbero a rischio. La scommessa italiana significa uno stop a qualsiasi ambizione di crescita estera? Mai dire mai, come anche il caso Generali insegna. Ma al momento le priorità della banca sono in patria e la crescita per acquisizioni all’estero non rientra appunto tra le mosse previste. Quel che è certo è che, dopo l’esperienza con Generali, Intesa cercherà di studiare il più possibile “in casa” eventuali ipotesi di fusioni e acquisizioni. Il focus del piano quadriennale che si conclude quest’anno è comunque sulla crescita e sulla remunerazione degli azionisti: con i 3,4 miliardi di dividendi previsti per il 2017, l’obiettivo enunciato di distribuire dieci miliardi nel quadriennio sarà raggiunto. Oggi Intesa, volente o nolente, visto che lo stesso Messina ha sempre cercato di seguire una linea che badi ai conti più che alle convenienze politiche della banca, si ritrova comunque all’interno di alcune grandi partite di sistema dalle quali non può o non vuole uscire facilmente. È il caso della cordata guidata dalla multinazionale Arcelor Mittal per l’Ilva di Taranto che vedrà entrare, in caso di successo dell’offerta, la banca con una quota del 5% circa. In questo caso la mossa sembra più che altro difensiva, orientata a seguire e proteggere i crediti che specie negli ultimi anni l’istituto ha accumulato con l’Ilva, pari a diverse centinaia di milioni e oggi messi in discussione da alcune prese di posizione come quella del governatore pugliese Michele Emiliano. Il dossier da cui invece Intesa vorrebbe uscire, ma al momento non riesce, è quello di Alitalia. la situazione del vettore è complessa, anche nel 2019 avrà forse bisogno di capitale. Intesa, in sintonia con Unicredit, vedrebbe di buon occhio un intervento della Cassa depositi e prestiti, ma questa non pare intenzionata a intervenire. Possibile concedere ancora credito, ma nessun intervento nel capitale di Alitalia – parrebbe essere la linea del Piave della banca. È da vedere se è una linea che reggerà.