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 2017  aprile 08 Sabato calendario

Uber e No

No, no e poi no. Non si può fare, non lo abbiamo mai fatto e quindi non lo faremo mai. Dopo il No Tav e il No Tap (il gasdotto all’olio d’oliva, bloccato in attesa del «da non farsi»), ecco il definitivo No Uber, pronunciato in nome del popolo italiano dal Tribunale di Roma. Perché nel Paese dei veti reciproci le decisioni non le prendono gli eletti dai cittadini, ma i laureati in giurisprudenza. E se appena appena un eletto osa prenderle, sono vaffa suoi. Per la prima volta lo ha sperimentato la sindaca di Roma, punta di diamante del partito del vaffa, che per avere osato togliere le auto dal rione Monti, camera a gas a cielo aperto, è stata accolta dai residenti con fischi e lazzi. C’era una signora che strillava dentro il megafono «buffona, buffona!» e aveva tutta l’aria di averla votata.
I fautori dei No hanno le loro ragioni. La principale è che la parola «riforma», un tempo sinonimo di miglioramento, adesso sa di fregatura. E per i tassisti lo sarebbe, se non fosse previsto un rimborso delle licenze. Però è statisticamente improbabile che ogni cambiamento sia sempre peggiorativo, e che lo sia per tutti, specie quando allarga la concorrenza. Sulle prime comporta un cambio di abitudini, ma poi ci si affeziona. Tra tutti i No, il più assurdo e commovente rimane quello che prende di mira la tecnologia. Forse anche all’epoca dell’invenzione della stampa da parte di Gutenberg i monaci amanuensi si riunirono in combattivi comitati No Gut e trovarono un giudice zelante e romantico che li sostenne. Ma dei loro No si è persa la memoria. O no?