10 aprile 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - CACCIA A IGORBOLOGNA - Budrio che si è appena asciugata le lacrime piante ai funerali di Davide Fabbri, il barista freddato nel suo locale nove giorni fa
APPUNTI PER GAZZETTA - CACCIA A IGOR
BOLOGNA - Budrio che si è appena asciugata le lacrime piante ai funerali di Davide Fabbri, il barista freddato nel suo locale nove giorni fa. E Molinella, che invece trattiene il fiato da sabato, da quando altri spari hanno falciato un’altra vita, quella di Valerio Verri, guardia ambientale: anche lui ha trovato "Igor il russo" sul suo cammino. E’ dalle 19 di sabato sera, quando a otto chilometri da Portomaggiore si è consumata la sparatoria sulla strada provinciale 79, che a Molinella nessuno è tranquillo: perché l’uomo cui danno la caccia 800 fra agenti e carabinieri è sfuggito più volte nascondendosi nelle zone paludose fra Molinella e Marmorta.
I selfie del killer mischiato fra i turisti
Due comunità, quella di Budrio prima e di Molinella poi, travolte da fatti gravissimi. "E’ chiaro che c’è un po’ di spaesamento, perché siamo di fronte ad una situazione nuova, che non ha precedenti sul territorio e non ha precedenti nel senso più esteso del termine: una caccia all’uomo gigantesca", ammette il sindaco di Molinella, Dario Mantovani. "I cittadini non sono abituati a queste cose e guai si abituassero, sono cose al di fuori dell’ordinarietà. E’ giusto che siano preoccupati, ma niente fenomeni di isteria collettiva perché i centri abitati, i servizi, i trasporti sono presidiati". Tutti i volti di Igor, l’assassino di Budrio Navigazione per la galleria fotografica 1 di 6 Immagine Precedente Immagine Successiva Slideshow Perché la caccia a "Igor il russo" non sia semplice è presto detto. Non solo per la storia personale del ricercato, ma anche per la geografia del territorio in cui si muove per sfuggire alle ricerche: un territorio paludoso, pianeggiante con fitta vegetazione, e soprattutto vastissimo. "Quindi - continua il primo cittadino - non bisogna stare con il fiato sul collo alle forze dell’ordine che stanno facendo tutto quello che devono e possono fare. La situazione ha un coefficiente di difficoltà alto". Nell’attività quotidiana "non ci deve essere, posto sempre la prudenza, qualcosa che osta a quella che è la vita di tutti i giorni. Naturalmente sapendo che ci sono posti di blocco ovunque e che quindi la vita cambia in questo momento per i cittadini, ma è per la loro sicurezza".
Le ricerche proseguono senza sosta. I cani molecolari hanno fiutato qualcosa tra la boscaglia e hanno trovato un giaciglio, forse il posto dove Igor ha riposato alcune ore, ma le tracce olfattive si perdono dove comincia la strada asfaltata. Nel rifugio rudimentale c’erano anche alcuni viveri. Gli inquirenti sono in attesa dei riscontri scientifici alle testimonianze attraverso cui - prima a Budrio, poi per l’omicidio di Portomaggiore - si è praticamente certi delle responsabilità di "Igor il russo" per le due morti a distanza di sette giorni: occorrerà confrontare le tracce di Dna rinvenute nel bar di Riccardina di Budrio con i segni e le impronte lasciate sul Fiorino bianco abbandonato dal killer dopo la sparatoria di due giorni fa e quelle presenti negli archivi della polizia
Le foto tratte dal profilo Facebook di Ezechiele Norberto Feher: secondo gli inquirenti si tratta di uno degli alias che l’omicida ricercato nella pianura emiliana, nelle campagne tra Bologna e Ferrara, usava per coprire la sua vera identità
PRECEDENTI
ROMA - La caccia all’uomo di Ivan il russo, che poi si è scoperto essere un pregiudicato serbo, rimanda subito al Lupo solitario, il Luciano Liboni del Circo Massimo, che alla fine di dieci giorni di fuga tra la provincia di Rimini e Roma fu avvistato dai vigili urbani sul lato corto dell’area archeologica più famosa della capitale, una turista francese presa in ostaggio. Si era rasato a zero, aveva tagliato il pizzetto dopo aver ucciso fuori da un bar di Sant’Agata in Feltria - dieci giorni prima, appunto - l’appuntato scelto Alessandro Giorgioni. Aveva una maglietta e un paio di jeans, quel 31 luglio 2004. “Tanto sono morto”, urlò, “e lei la porto con me”. Lo disse in faccia ai carabinieri, arrivati sul posto in motocicletta.
Liboni, il Lupo solitario, da due anni e mezzo viveva in fuga. Falegname, violento, capace di sopravvivere in luoghi selvatici. Lo chiamavano il Cinghiale, e queste sono, d’altronde, le caratteristiche dell’omicida di Budrio oggi nascosto tra i canneti del Ferrarese. Liboni in trenta mesi aveva rubato auto, sparato a testimoni, forzato posti di blocco, poi era riparato all’estero. Ma quando scoprì la malattia, l’Aids, la sua vita disperata andò fuori controllo. Il 21 luglio 2004 freddò il carabiniere – un colpo al collo e uno al cuore, l’appuntato Giorgioni gli aveva chiesto i documenti -, poi fuggì in auto lungo la Tiberina. Scattarono controlli in tre regioni, venne avvistato in un’area di servizio, approdò alla Stazione Termini dove sparò contro tre agenti di polizia. Nella capitale prese di nuovo un ostaggio, prese una moto e scomparve ancora. Poi l’epilogo al Circo Massimo, dove aprì il fuoco sui carabinieri motociclisti e venne colpito alla testa. Davanti a un chiosco di cocomeri. Caricato su un’ambulanza, scalcerà anche i barellieri. Morirà all’ospedale San Giovanni.
La caccia all’omicida fu davvero vasta nell’estate del 1988, quando il corpo di una donna – si scoprirà Annarita Curina, skipper di 34 anni - venne recuperato su un basso fondale dell’Adriatico, sette miglia al largo di Marzocca di Senigallia. L’assassino l’aveva zavorrata con un’ancora di 17 chili ed era fuggito con il suo catamarano lungo dieci metri: non sapeva usarlo, ma avrebbe voluto girarci il mondo. Lui, Filippo De Cristofaro, insieme a Diana Bayer, olandese, minorenne, complice nell’omicidio. La coppia veleggerà verso Sud, lungo l’Adriatico, fermandosi nei porti costieri per fare rifornimento visto che non riuscivano a muoversi a vela. Nel tentativo di cattura lungo tutta l’Italia del Sud – il catamarano era partito da Rimini e avvistato l’ultima volta a Marettimo, isola delle Egadi – si mossero dal porto di Pesaro anche gli amici della skipper uccisa a colpi di machete e poi un giornalista del “Resto del Carlino”. Fu Florido Borzicchi ad avvistare il “Fly 2”, riverniciato di verde: era a Ghar el-Melh, porticciolo sessanta chilometri a nord di Tunisi. Lo scoop di Borzicchi consentirà alla polizia locale di arrestare l’assassino. Condannato all’ergastolo, De Cristofaro riuscirà ad evadere tre volte. Oggi è latitante.
Schieramenti di interforze si sono viste per le ripetute, e ormai leggendarie, evasioni di Renato Vallanzasca. L’ultima, il 18 luglio 1987, attrraverso un oblò di un traghetto ancorato al porto di Genova. Doveva essere trasferito dal super carcere di Cuneo a quello di Badu ’e Carros, a Nuoro. Scappò.
Nel giugno del 2012 al centro di una serie di battute nell’Ogliastra fu Attilio Cubeddu, allora uno dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia, autore del sequestro dell’imprenditore di Manerbio Giuseppe Soffiantini. Centinaia di poliziotti di Cagliari e Nuoro in quell’inizio estate si allargarono nelle montagne di Arzana, Lanusei, Gairo e Cardedu, un elicottero sopra le loro teste. Entrarono in casolari e ovili, in grotte, anfratti. Era armato pesantemente, Cubeddu, e aveva fatto perdere le tracce dai tempi del sequestro, quindici anni prima. Era considerato l’ultimo latitante dell’Anonima sarda ed era scomparso dopo aver usufruito di un permesso premio da Badu ’e Carros, dove stava scontando l’ergastolo. In Ogliastra aveva parenti, amici. Li ha ancora. La moglie e le tre figlie vivevano ad Arzana. Cubeddu non è stato mai trovato, lo hanno dato anche per morto, ma nel 2012 il procuratore Domenico Fiordalisi ha riaperto le indagini sulla latitanza, convinto che in verità l’uomo si nasconda insieme alla famiglia nel suo territorio, protetto da molti fiancheggiatori.
Uno dei blitz più spettacolari per la cattura di un latitante si è consumato all’alba del 9 gennaio 2016, nel Salento. Gli uomini della prima sezione catturandi di Lecce e i colleghi della penitenziaria avevano individuato l’edificio dove si erano nascosto Fabio Perrone, già condannato all’ergastolo per omicidio, evaso 63 giorni prima dall’ospedale Vito Fazzi di Lecce dopo aver preso la Beretta di un agente penitenziario. In trenta sono penetrati al primo piano dello stabile di Trepuzzi, in provincia, e con uno stratagemma sono entrati nell’abitazione: “Triglietta”, così era chiamato Vito Fazzi, ha provato a fuggire dal terrazzo. Inutilmente.
E’ tuttora irreperibile Luca Materazzo, 36 anni, camorrista accusato di aver ucciso il fratello a coltellate lo scorso 28 novembre. E’ fuggito, barba sfatta. E hanno iniziato a cercarlo, oltre che nella casa napoletana, a Sorrento e Capri, in Sardegna, a Roccaraso, persino a Milano. Una ventina le abitazioni riconducibili. Materazzo è un esponente di punta delle famiglie della Chiaia ed è stato formalmente indagato anche per l’omicidio del padre, morto nel 2013 all’età di 81 anni. Lo stanno cercando anche all’estero.
Il cappellano del carcere di Igor: ’’Partecipava a coro e catechismo, ci ha sempre mentito’’ La testimonianza di monsignor Antonio Bentivoglio, cappellano del carcere di Ferrara dove Igor Vaclavic è stato detenuto più volte negli ultimi anni, l’ultima nel 2015. "Era taciturno, non rideva, ma non ha mai dato problemi - racconta il cappellano - era disponibile, lo chiamavo per dare una mano a pulire la Chiesa. Ora penso che ha fatto finta di essere un’altra persona".