Libero, 10 aprile 2017
«Ladri, rapinatori e recidivi tutti in cella. Non sono cambiato, credo nel carcere». Intervista a Antonio Di Pietro
«Sono pronto, in assetto papale, ho qui la mia bottiglietta d’acqua come 25 anni fa durante gli interrogatori a San Vittore due litri e mezzo al giorno -, possiamo cominciare. Come mai mi cerca?».
Stavolta è lei l’interrogato, dottor Di Pietro, vorrei sapere che ne pensa dell’emergenza criminalità e delle nuove norme sulla legittima difesa.
«La legge che vuole il Pd non cambia molto, resta sempre al giudice la decisione finale se la reazione dell’aggredito è proporzionale all’offesa subita e quindi legittima, ma qualche passo in avanti è stato fatto».
Non sarebbe più efficace la proposta della Lega, che presume la legittima difesa se si spara contro chi si introduce furtivamente in casa o nel negozio di altri?
«Significherebbe legittimare ogni tipo di reazione a prescindere dalla minaccia che si subisce. La nostra giustizia non lo prevede».
Allora qual è il passo avanti?
«L’inversione dell’onere della prova. Oggi è l’aggredito che deve dimostrare di non aver ecceduto nella propria difesa, in futuro questo si darà per scontato e sarà il pm a dover provare il contrario in giudizio. Il che porterà a meno processi e più richieste d’archiviazione».
Tutto dipende come sempre dal pm che avremo di fronte...
«Non sarei così pessimista. I magistrati sono attenti agli impulsi della società. Oggi, anche per il grande numero di extracomunitari, ci sono in giro molti più sbandati e l’allarme sociale è più alto. Per molti il crimine è diventata una vera professione e il giudice è più sensibile verso le ragioni dell’aggredito e incline a valutare lo stato emotivo di turbamento in cui si trova quando spara».
Le sembra sufficiente a tutelare i cittadini? Spesso chi ha reagito a una rapina si è rovinato, ha speso decine di migliaia di euro in avvocati e ha dovuto risarcire i parenti dei criminali...
«Amico mio, da sempre è l’onesto a essere preoccupato di come funziona la giustizia più del criminale, perché nei confronti del delinquente le sanzioni pecuniarie sono inefficaci, visto che egli non ha nulla da perdere mentre dal punto di vista della libertà personale le maglie della legge sono troppo larghe».
Lei è il superpoliziotto e il super pm, voglio la soluzione...
«Diranno che non ho perso il vizio. La soluzione è carcere, carcere, carcere. Bisogna costruirne di più. Oggi liberiamo troppi delinquenti perché le carceri sono poche e sovraffollate e non garantiscono condizioni di vita decorose. Ma la soluzione non è svuotarle, perché così si dà la sensazione dell’impunità ai delinquenti, bensì costruirne di nuove e migliori. Ci costerebbe molto meno di quanto ci costa tenere fuori la cosiddetta piccola criminalità, che in realtà fa un sacco di danni».
Piccola criminalità per modo di dire: l’assassino del barista di Bologna pare avesse già ucciso e aveva a suo carico due decreti d’espulsione mai eseguiti...
«Il problema non sta nella polizia, che fa un lavoro eccezionale con risorse insufficienti, e neppure nei magistrati, che applicano il diritto, ma nelle leggi, che devono essere più severe e applicate in modo da essere deterrenti. Non si può più risparmiare il carcere a chi è recidivo e per certi reati, come il furto aggravato, la rapina e qualsiasi atto commesso con violenza la detenzione dev’essere una certezza. Le regole però le deve cambiare il Parlamento, non i magistrati. In Svizzera tutti rispettano i limiti di velocità non perché sono ligi alle regole ma perché sanno che la multa è inevitabile».
D’accordo, ma i magistrati devono perseguirli i reati. Spesso si ha la sensazione che trascurino la lotta alla criminalità spicciola per inseguire inchieste che garantiscono più resa mediatica...
«L’obbligatorietà dell’azione penale riempie la scrivania dei pm di migliaia di faldoni e il magistrato è costretto a scegliere. Normalmente sceglie in base all’allarme sociale».
Mi oppongo, vostro onore: pensi alle cause di diffamazione che perseguitano noi giornalisti...
«Qui ha ragione, certi reati andrebbero depenalizzati, sono un carico inutile sulla giustizia penale».
Ancora a giustificare i magistrati: ma se sono così bravi, come mai la loro popolarità è crollata?
«Mani Pulite destò una grande speranza di cambiamento, oggi i cittadini sono molto delusi nel vedere che è cambiato poco o nulla. Infatti alla celebrazione dei 25 anni di Mani Pulite, a febbraio, c’erano quattro gatti. Ma la colpa ancora una volta non è dei giudici. Il magistrato è come il becchino, interviene quando c’è il morto, quando cioè il reato è già stato commesso. È il politico che, come il dottore, deve prevenire la malattia. Noi lo scossone l’avevamo dato, poi però...».
C’è più corruzione oggi o ai tempi di Mani Pulite?
«Con Mani Pulite facemmo scalpore perché scoprimmo che la corruzione era sistemica. Oggi la corruzione è aumentata ed è anche più perseguita, ma fa meno scalpore perché è una realtà quotidiana quasi accettata».
Una sconfitta per voi ex) pm?
«Ripeto, non per noi, ma per la politica e soprattutto per la società. La corruzione aumenta perché le leggi garantiscono l’impunità e perché i cittadini la accettano sempre più passivamente: le pare normale che ci siano più persone in carcere per corruzione in Germania che in Italia?».
Forse se non si fosse dimesso, nel ’94, la battaglia alla corruzione avrebbe avuto altre sorti?
«Ho dovuto dimettermi, la Procura di Brescia ricevette dei dossier nei miei confronti e conseguentemente, per dovere, mi mise sotto inchiesta per concussione, abuso d’ufficio e altro. Mi sono dimesso perché volevo sottoporre alle verifiche giudiziarie non da collega a collega ma da semplice imputato».
Ma l’indagine è del ’95, le dimissioni risalgono al dicembre ’94?
«Le dico che hanno voluto fermarmi. E non lo sostengo io ma lo dimostrano due relazioni del Copasir che ho anche pubblicato sul mio blog personale, dove è scritto che le indagini di Mani Pulite sono state fermate con metodi illegittimi e illeciti da parte di alcuni appartenenti ai servizi segreti deviati su ordine di altre autorità dello Stato».
A quei tempi al Quirinale c’era Scalfaro. Lei non ha un buon rapporto con gli inquilini del Colle...
«Immagino si riferisca alla polemica con Napolitano, quando ero presidente dell’Idv e sostenni che..., meglio lasciar perdere. Napolitano non ha rispettato la Costituzione allorché non ha voluto mandare il Paese alle urne dopo la caduta del governo Berlusconi e ha patrocinato un pastrocchio, in violazione del voto dei cittadini e del loro diritto a scegliersi il governo».
Torna il Di Pietro populista...
«E che vuol dire populismo? Per me è una parola vuota in cui non mi ci riconosco. E poi, mettiamo i puntini sulle “i”. Se il popolo si ribella, la colpa è del popolo o di chi lo prende in giro?».
È un discorso grillino: ma lei e Beppe non avevate rotto?
«Per nulla, ho rispetto per Grillo e ritengo un bene che ci sia qualcuno che riesce a raccogliere la rabbia e la confusione dell’elettorato e farla sfogare all’interno delle urne, piuttosto che lasciarla libera di trasformarsi in eversione. Ora l’unico problema di M5S è riuscire a costruire una classe dirigente adeguata; ma io dico, meglio aiutarli che criticarli».
È un’autocandidatura?
«Ora non faccio politica, cosa farò domani lo deciderò domani».
Ma è stato avvistato a Ivrea alla riunione di Davide Casaleggio...
«Il padre, Gianroberto, per me è stato un amico è un rimpianto. Avevo affidato a lui la comunicazione web di Idv e se fosse rimasto con me non me ne sarei andato. Il figlio Davide può prenderne il testimone».
Lei è stato un idolo delle masse: oggi quando la incontrano per strada le fanno ancora i complimenti?
«Spesso mi fanno i complimenti, i più giovani però non mi riconoscono perché sono passati 25 anni dai tempi di Mani Pulite. Qualche volta mi rimproverano ma soprattutto perché ho lasciato la magistratura e non perché ho fatto politica».
Per chi voterebbe oggi?
«Non lo so. Non mi sto nascondendo dietro un dito, proprio non lo so perché non si capisce più nulla».
Si sente pronto per fondare un nuovo partito?
«Ma lei sa quanti ce ne sono già in Parlamento? 25, 26? No grazie, esperienza già fatta. E vorrei sottolineare che quando ho deciso di fondare Idv c’era più di un partito disposto a farmi ponti d’oro per candidarmi».
Certo che però qualche candidatura l’ha sbagliata...
«E perché, Berlusconi, Bossi Renzi e qualsiasi altro leader di partito no? Tutti mi criticano per la candidatura di Razzi ma almeno lui ha avuto la faccia di dire “me ne vado per fare i fatti miei”. Quanti beneficiati dal Cavaliere sono saltati dall’altra parte senza prendersene la responsabilità. Subire il tradimento è la maledizione dei fondatori. Se potessimo sapere prima chi ci tradisce non esisterebbe l’istituto del divorzio».
Con la politica si è arricchito...
«Si sbaglia, i soldi non li ho fatti io ma il partito e l’ha fatto lecitamente nel rispetto della legge sul finanziamento pubblico. Quando me ne sono andato, ho lasciato in cassa o da incassare più di 12 milioni di euro (oltre ad aver disposto che una rata di finanziamento ricevuto dal partito fosse destinato a un Comune dell’Emilia colpito dal terremoto)».
E l’inchiesta di “Report” che dimostrò come dava in affitto al partito immobili di sua proprietà?
«Sulla Gabanelli non ho nulla da ridire, ha fatto il suo mestiere. Purtroppo, tutti dovremmo vivere due vite. Se tornassi indietro, certi errori non li ripeterei. In realtà gli appartamenti al partito li ho affittati sotto i prezzi di mercato».
Allora i soldi come li ha fatti?
«Ma di quali soldi parla? Ho sempre lavorato onestamente e non sono certo ricco. Sono un benestante partito dalla campagna. Vivo bene ma non sono uno che si può permettere di buttare via il denaro».
E tutte quelle case?
«Le case sono immobili ma non tutti gli immobili sono case. Voi giornalisti talvolta per fare notizia riportate il falso. Hanno considerato un immobile perfino il loculo che mia madre mia ha lasciato al cimitero».
Quali erano i valori dell’Idv allora, se non quelli mobiliari e immobiliari?
«Contribuire a rilanciare la legalità all’interno delle istituzioni e a effettuare un ricambio generazionale della classe politica, battaglia che è stata raccolta poi da M5S, con più successo e determinazione».
Si è mai pentito di aver lasciato la magistratura?
«Io sono una persona che ha cambiato spesso mestiere. Non ho paura di cambiare. Sono partito dalla Germania, negli anni ’70. Eravamo in sette alla catena di montaggio a fabbricare forchette, tutti di nazionalità diversa perché non perdessimo tempo a chiacchierare. Potevi andare al bagno solo alle 11, quando finivi il turno andavi in baracca a riposare, esperienza formativa ma dura».
E adesso cosa fa?
«Sono Presidente della società autostradale Pedemontana ma mi devo dimettere entro la fine di questo mese perché una strana legge voluta dalla Madia e dal governo Renzi impedisce a chi è pensionato di lavorare per un ente pubblico, anche se lo fa gratis (come lo sto facendo io). Tornerò a fare l’avvocato e il coltivatore diretto, a meno che nel frattempo, come spero, non mi capiti qualche altra esperienza lavorativa. Lavorare aiuta a vivere in tutti i sensi».
Quale lavoro le va meglio?
«Come piccolo agricoltore, quale io sono, non si campa. Come avvocato, al 90% tutelo gratis dei disperati che non possono pagarmi. Però giusto la settimana scorsa ho fatto la mia prima arringa difensiva. Un imputato eccellentissimo».
Davvero, di che si tratta?
«Processo a Montanelli, a teatro. Ho parlato per 45 minuti, impegnadomi in tutto il meglio del dipietrismo. Montanelli era accusato di aver tenuto a battesimo Gladio, per resistere con le armi in caso di vittoria del Pci in Italia, di aver contribuito a mantenere il Paese nella corruzione esortando i lettori a votare Dc turandosi il naso e di aver sposato e ridotto in schiavitù una ragazzina, durante la guerra in Abissinia».
E com’è andata?
«Assolto per non aver commesso il fatto nel primo caso. La resistenza a Stalin non ci fu e comunque sarebbe stata un merito. Per gli altri due capi d’imputazione invece è stato ritenuto colpevole da chi faceva le funzioni di giudice ma la giuria popolare degli spettatori l’ha assolto con formula piena ad amplissima maggioranza. Come era giusto che fosse: Montanelli da giornalista libero esercitò il proprio diritto d’opinione e poi da uomo di destra le dico che fermare il comunismo di Stalin o di Breznev lo considero un merito non certo una colpa; quanto alla ragazzina, riscattandola dal padre la salvò da una vita grama, non ci sono prove che approfittò di lei e quando se ne andò le trovò pure marito».
Però come avvocato non è stato propriamente un successo?
«Se fossi un avvocato del tipo di alcuni di quelli che mi è capitato di conoscere ai tempi di Mani Pulite avrei detto che è stata una sentenza politica, già scritta».
Ma allora quando veste la toga dell’avvocato cambia idea sulla magistratura?
«Ma no, sto scherzando... A volte sono i politici a dire che le sentenze sono politiche, ma lo fanno perché fa loro comodo».
Siamo in chiusura: mi formuli almeno un capo d’accusa alla magistratura, dottor Di Pietro...
«Anche al magistrato, come a qualsiasi cittadino spettano i diritti politici di elettorato attivo e passivo ma, quando un magistrato decide di fare politica, in magistratura non ci deve più tornare. Se sei un arbitro, puoi decidere di scendere in campo ma dev’essere una via senza ritorno. E ho da ridire anche sull’organo disciplinare dei magistrati. Il Csm va riformulato, c’è troppa commistione con la politica per poter essere considerato un organo indipendente e ciò indipendentemente da chi di volta in volta ne faccia parte».