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 2017  aprile 10 Lunedì calendario

Azionisti Unicredit, chi c’è con Socgen e State Street

Entra Mediobanca ma «solo per trading». Pressoché fuori i libici. Leonardo Del Vecchio dimezzato. Il gruppo Caltagirone desaparecido. Le fondazioni diluite ma non troppo. Il peso crescente dei grandi fondi. L’impressionante forza d’urto (quasi il 20% del capitale) di due giganteschi e oscuri «silos» azionari, organizzati da State Street Bank e Société Générale. Il timbro immancabile di Pechino. Andrea Pirlo che non molla. E la signora piemontese che scommette sul futuro di Unicredit, a 106 anni. 
Chiuso ai primi di marzo l’aumento dei record (13 miliardi), esauriti i 30 giorni a disposizione degli intermediari per comunicare le sottoscrizioni dei depositanti, ora è il momento di fare i conti con gli azionisti. Come e quanto la più grande ricapitalizzazione nella storia di Piazza Affari ha rimescolato le carte dei soci Unicredit? Il Corriere ha consultato tutta la documentazione che nel libro soci riporta nomi e numeri di chi ha aderito all’aumento, anche per conto terzi. Oltre 360 mila soci. Unicredit capitalizza 31 miliardi. Dunque l’1% vale 310 milioni. 
Parcheggio azioni 
Una gran quantità di sottoscrizioni è transitata attraverso due soggetti, «State Street Bank Boston-clients account» e Société Générale, che però sono come enormi parcheggi. Altri, Morgan Stanley o Jp Morgan, fanno in scala ridotta lo stesso mestiere. È il loro nome e il loro codice che viene registrato (tant’è che a libro soci sarebbero il primo e secondo azionista) ma lavorano per conto terzi: una miriade di soci ignoti, dagli investitori istituzionali ai privati. E di questi «terzi», che mantengono tutti i diritti, non si sa nulla. Nemmeno Unicredit, pur pagando i dividendi, potrà mai saperlo se non si presenteranno in assemblea o se qualcuno non supera la soglia di comunicazione al 3%. È un’ombra ancora non dissolta dalle norme. I francesi di SocGen, che periodicamente i rumors del mercato danno vicini alle nozze con Unicredit, gestiscono gran parte dei titoli dalla filiale di Nantes. 
Dalla fine dell’aumento l’unica notizia ufficiale è arrivata da Aabar Luxembourg che ha mantenuto, comunicandolo al mercato, il suo 5%. La finanziaria (con un cda a maggioranza  donne) è controllata dallo scieicco emiratino Mansour bin Zayed, proprietario, tra molto altro, del Manchester City. 
L’eredità romana 
E i libici? All’assemblea dello scorso gennaio si erano presentati con oltre il 4%, tra Central Bank of Libya e il fondo sovrano Libyan Investment Authority. Ma di loro sottoscrizioni nell’aumento di capitale non c’è alcuna evidenza salvo per una piccola quota. Dunque, al lordo di eventuali (improbabili) «parcheggi» coperti, la Libia è fuori dal giro dei grandi soci. La partecipazione residua potrebbe essersi diluita tra l’1 e l’1,5%. Erano arrivati fino al 7% di Unicredit, ma l’origine dell’investimento, 20 anni fa, fu Banca di Roma. Stessa matrice forse, anche per i titoli (qualche decina di migliaia di euro) in mano a Benedetta Geronzi, figlia di Cesare, e in pegno a Banca Esperia dove analoga operazione, per un piccolo importo, è stata conclusa da Giovanni Consorte, l’ex numero uno di Unipol ai tempi delle scalate bancarie Bnl-Antonveneta. 
Lo sforzo c’è stato ma il «sistema» fondazioni ha ridotto il suo peso. Le due grandi, Crt (1,9%) e Cariverona (1,8%), hanno sostanzialmente mantenuto la posizione che a gennaio era rispettivamente del 2,3% e del 2,2%. A Modena la fondazione ha drasticamente ridotto allo 0,5% la quota dell’1,4%, anche per l’effetto Carimonte, la controllata, uno dei soci storici di Unicredit, che ha svuotato il portafoglio tra fine 2016 e inizio 2017, con oltre 150 milioni di minusvalenze. A Perugia, Trieste e Reggio Emilia (Manodori) hanno aderito per metà della quota diluendo di un terzo la partecipazione. Alla fine le fondazioni hanno circa il 5%, quasi la metà di un paio di anni fa. Stabile, invece, la People’s Bank of China intorno al 2%. 
Sale Mediobanca 
Oltre 16 milioni di nuove azioni sono finite nel portafoglio di Mediobanca. Aveva già un pacchetto in mano sul quale ha esercitato l’opzione? Ha operato sui diritti? L’unica certezza è che ai prezzi attuali di Borsa quei titoli avrebbero un valore di 230 milioni. Ma, secondo fonti di Piazzetta Cuccia, si sarebbe trattato solo di una «movimentazione di trading». Mediobanca è stata tra i joint global coordinator e joint bookrunner dell’aumento Unicredit. 
Leonardo Del Vecchio, invece, ha movimentato molto poco, tant’è che la cassaforte di famiglia Delfin risulta abbia aderito solo per un terzo alla ricapitalizzazione, dimezzando l’1,7% detenuto a gennaio. Tra le sottoscrizioni non c’è traccia del gruppo Caltagirone né di Allianz. Si è presentato invece Andrea Pirlo, che ha una certa propensione (e disponibilità) per Piazza Affari, dando credito, e qualche decina di migliaia di euro, ai piani dell’amministratore delegato Jean Pierre Mustier. Lo stesso ha fatto il club dei soci ultracentenari (sei, tra cui una signora piemontese di 106 anni), in attesa di verificare le promesse: 4,7 miliardi di utile nel 2019.